Reminiscenze: i racconti

marietto

Heisenberg
Premessa

Stephen King ha sempre espresso l'opinione che, quando ci si dedica all'arte della scrittura, è sempre bene scrivere di ciò di cui si conosce.


E' un buon consiglio... Spesso mi è capitato di concepire trame per racconti che si discostavano, e tanto, dalle mie esperienze dirette, e mi sono trovato. per ore, bloccato davanti alla pagina bianca.


Quando ho deciso di scrivere la mia storia,legandola alla passione per i fumetti, è stato come aprire un tunnel che collegava direttamente il mondo di oggi con quello di 40 o 45 anni fa (e, successivamente, qualche anno in meno).

Sono riemersi odori, sensazioni e stati d'animo ai quali non pensavo più da tanto tempo, talmente dimenticati da far sembrare che non fossero mai stati vissuti.


Se stai scrivendo sull'ispirazione del momento, non sai per quanto tempo proseguirai, e quindi si rende necessario decidere cosa si vuole includere e cosa no.


Sul pavimento della sala di montaggio restano quindi cose anche importanti, per certi versi, forse, fondamentali, ma quel particolare avrebbe appesantito il racconto e reso la storia troppo tragica e strappalacrime, quasi da far pensare qualcosa di inventato, anche se tu sai che è la verità e quanto è costato...

Oppure quell'altra situazione, assolutamente vera ma talmente assurda da fare sembrare quel passaggio una roba da feouilleton, completamente inventato come solo le cose vere possono suonare. E d'altra parte non menzionarlo non intralcia la storia, anzi, la fa scorrere più liscia, quindi: perchè includerlo?


E poi ci sono almeno un paio di personaggi che sono fondamentali per me, la mia storia e la mia vita, eppure la loro presenza, seppur costante negli anni, non sembra determinante per nessuno degli eventi narrati, quindi sono rimasti fuori dal racconto.


Qualcuno sembra avere apprezzato quello che ho scritto nei mesi scorsi, e, appena prima che il mondo crollasse un'altra volta, avevo accennato a trovare un modo per proseguire in qualche modo quegli scritti.


Raccontare quegli spazi vuoti, recuperando i ritagli della sala di montaggio, è il modo che ho scelto per continuare a raccontarmi, dalla corda da equilibrista tesa nel vuoto sulla quale mi trovo al momento...
 

marietto

Heisenberg
Una Domenica in Luglio

Mia madre e mio padre erano una "strana" coppia: mia mamma timida e impacciata, mio papà istrionico e affascinante, con le "storie di famiglia" che lo consegnano agli archivi come il classico "tombeur de femmes" anche da sposato, ma anche come persona generosa fino all'eccesso con chiunque si trovasse in stato di bisogno. In un'era nella quale il mito del posto fisso era sempre più forte nella società italiana, mio padre era l'uomo dalle mille carriere: iniziava un lavoro, aveva successo, faceva discreti guadagni, si stufava, mollava tutto e ricominciava daccapo con qualcos'altro.


Oltre ai "normali" lavori, soprattutto commercio e rappresentanza, faceva spettacoli di prestidigitazione (a livello locale ovviamente), diplomato al conservatorio come Direttore d'Orchestra era autore di alcune operette e, a livello amatoriale ne curava spesso la messa in scena a livello di regìa. Aveva anche composto l'inno ufficiale della locale squadra di calcio,"passato" allo stadio ogni domenica.


Tra i miei vi era una grande differenza di età, circa 26 anni (una follia, a quei tempi), e mio padre era al secondo matrimonio.


Quando nacqui io, mio padre era già entrato nella seconda metà dei cinquanta, non pochi anni, considerata l'aspettativa di vita a quei tempi, e pertanto il suo ruolo nei miei confronti era contestualmente quello di padre e di nonno, con conseguente tendenza a viziare all'inverosimile. Ero in giro per la città insieme a lui in ogni possibile occasione e vedevo spesso soddisfatto ogni mio capriccio.


Quella Domenica mattina, in Luglio, con l'asilo chiuso e la Scuola Elementare che sarebbe cominciata il primo di Ottobre, era prevista, non lontanissmo da casa nostra, una corsa ciclistica, e mio papà aveva pensato di portarmi a vederla. Non ho idea se fosse qualcosa a livello nazionale o solo locale, so solo che avevano chiuso le strade e la gente si affollava ai bordi della strada per vedere passare i ciclisti. Una volta esaurito il passaggio delle biciclette,a mio papà sembrano cedere le gambe, si rialza ma suda copiosamente. Li sulla strada c'è una casa da contadini, la gente che vi abita lo invita a sedersi qualche minuto e a bere un bicchier d'acqua.


Mi rassicura, mio papà, dice che va già meglio, ma la faccia sembra raccontare un'altra storia...


In qualche modo guida fino a casa. Mia mamma lo mette a letto e chiama immediatamente il medico condotto.


A quei tempi il medico curante svolgeva una specie di missione,era disponibile per i propri pazienti 24/7, la guardia medica non esisteva e il pronto soccorso era riservato ai casi estremi.

Il medico arriva, visita mio padre, c'è qualche problema a livello cardiaco, ma non dovrebbe essere nulla di grave. Fa una ricetta per alcune medicine da procurarsi il più presto possibile, poi se ne va.


Mia mamma si prepara a fare un salto, con la bicicletta visto che la patente non ce l'ha, alla farmacia di turno. Non è vicinissima, ma di Domenica, in quegli anni, il traffico è sostanzialmente zero, quindi è una questione di pochi minuti.


E sono li, seduto sul letto, con il mio papà sdraiato... Non c'è nessun altro nell'appartamento, ma la mamma sarà di ritorno in pochi minuti...


Mentre siamo lì a chiacchierare, qualcosa comincia a non andare per il verso giusto... Il suo volto diventa sempre più pallido, anche se, quando glielo chiedo, lui mi assicura di stare bene... A un certo punto fa una smorfia e la testa si accascia sul cuscino mentre un rivolo di saliva esce dall'angolo della bocca.

Io comincio ad urlare senza riuscire più a smettere, non ho idea di quanti secondi o minuti passino prima che la chiave giri nella toppa e mia mamma entri nell'appartamento...


So solo che intorno a questo momento girano sessioni e sessioni di psicoterapia, effettuate in diverse fasi della mia vita... So solo che intorno a questo momento sembra girare ogni problematica ed ogni difficoltà caratteriale emersa negli anni successivi, oltre a un bimbo di non ancora sei anni con un esaurimento nervoso, una tendenza al mutismo e alle crisi di pianto, che inizierà la scuola Elementare di lì a poco più di un paio di mesi.



"Out of the blue, and into the black" (Neil Young & Crazy Horse - My My Hey Hey)
 

Brunetta

Utente di lunga data
:abbraccio:
A quel bambino
 

ologramma

Utente di lunga data
mi lasci stupefatto e pensieroso
 

Fiammetta

Amazzone! Embe'. Sticazzi
Staff Forum
Mia madre e mio padre erano una "strana" coppia: mia mamma timida e impacciata, mio papà istrionico e affascinante, con le "storie di famiglia" che lo consegnano agli archivi come il classico "tombeur de femmes" anche da sposato, ma anche come persona generosa fino all'eccesso con chiunque si trovasse in stato di bisogno. In un'era nella quale il mito del posto fisso era sempre più forte nella società italiana, mio padre era l'uomo dalle mille carriere: iniziava un lavoro, aveva successo, faceva discreti guadagni, si stufava, mollava tutto e ricominciava daccapo con qualcos'altro.


Oltre ai "normali" lavori, soprattutto commercio e rappresentanza, faceva spettacoli di prestidigitazione (a livello locale ovviamente), diplomato al conservatorio come Direttore d'Orchestra era autore di alcune operette e, a livello amatoriale ne curava spesso la messa in scena a livello di regìa. Aveva anche composto l'inno ufficiale della locale squadra di calcio,"passato" allo stadio ogni domenica.


Tra i miei vi era una grande differenza di età, circa 26 anni (una follia, a quei tempi), e mio padre era al secondo matrimonio.


Quando nacqui io, mio padre era già entrato nella seconda metà dei cinquanta, non pochi anni, considerata l'aspettativa di vita a quei tempi, e pertanto il suo ruolo nei miei confronti era contestualmente quello di padre e di nonno, con conseguente tendenza a viziare all'inverosimile. Ero in giro per la città insieme a lui in ogni possibile occasione e vedevo spesso soddisfatto ogni mio capriccio.


Quella Domenica mattina, in Luglio, con l'asilo chiuso e la Scuola Elementare che sarebbe cominciata il primo di Ottobre, era prevista, non lontanissmo da casa nostra, una corsa ciclistica, e mio papà aveva pensato di portarmi a vederla. Non ho idea se fosse qualcosa a livello nazionale o solo locale, so solo che avevano chiuso le strade e la gente si affollava ai bordi della strada per vedere passare i ciclisti. Una volta esaurito il passaggio delle biciclette,a mio papà sembrano cedere le gambe, si rialza ma suda copiosamente. Li sulla strada c'è una casa da contadini, la gente che vi abita lo invita a sedersi qualche minuto e a bere un bicchier d'acqua.


Mi rassicura, mio papà, dice che va già meglio, ma la faccia sembra raccontare un'altra storia...


In qualche modo guida fino a casa. Mia mamma lo mette a letto e chiama immediatamente il medico condotto.


A quei tempi il medico curante svolgeva una specie di missione,era disponibile per i propri pazienti 24/7, la guardia medica non esisteva e il pronto soccorso era riservato ai casi estremi.

Il medico arriva, visita mio padre, c'è qualche problema a livello cardiaco, ma non dovrebbe essere nulla di grave. Fa una ricetta per alcune medicine da procurarsi il più presto possibile, poi se ne va.


Mia mamma si prepara a fare un salto, con la bicicletta visto che la patente non ce l'ha, alla farmacia di turno. Non è vicinissima, ma di Domenica, in quegli anni, il traffico è sostanzialmente zero, quindi è una questione di pochi minuti.


E sono li, seduto sul letto, con il mio papà sdraiato... Non c'è nessun altro nell'appartamento, ma la mamma sarà di ritorno in pochi minuti...


Mentre siamo lì a chiacchierare, qualcosa comincia a non andare per il verso giusto... Il suo volto diventa sempre più pallido, anche se, quando glielo chiedo, lui mi assicura di stare bene... A un certo punto fa una smorfia e la testa si accascia sul cuscino mentre un rivolo di saliva esce dall'angolo della bocca.

Io comincio ad urlare senza riuscire più a smettere, non ho idea di quanti secondi o minuti passino prima che la chiave giri nella toppa e mia mamma entri nell'appartamento...


So solo che intorno a questo momento girano sessioni e sessioni di psicoterapia, effettuate in diverse fasi della mia vita... So solo che intorno a questo momento sembra girare ogni problematica ed ogni difficoltà caratteriale emersa negli anni successivi, oltre a un bimbo di non ancora sei anni con un esaurimento nervoso, una tendenza al mutismo e alle crisi di pianto, che inizierà la scuola Elementare di lì a poco più di un paio di mesi.



"Out of the blue, and into the black" (Neil Young & Crazy Horse - My My Hey Hey)
Abbraccio fortissimo quel bambino e l'uomo che è diventato.
 

Fiammetta

Amazzone! Embe'. Sticazzi
Staff Forum
Premessa

Stephen King ha sempre espresso l'opinione che, quando ci si dedica all'arte della scrittura, è sempre bene scrivere di ciò di cui si conosce.


E' un buon consiglio... Spesso mi è capitato di concepire trame per racconti che si discostavano, e tanto, dalle mie esperienze dirette, e mi sono trovato. per ore, bloccato davanti alla pagina bianca.


Quando ho deciso di scrivere la mia storia,legandola alla passione per i fumetti, è stato come aprire un tunnel che collegava direttamente il mondo di oggi con quello di 40 o 45 anni fa (e, successivamente, qualche anno in meno).

Sono riemersi odori, sensazioni e stati d'animo ai quali non pensavo più da tanto tempo, talmente dimenticati da far sembrare che non fossero mai stati vissuti.


Se stai scrivendo sull'ispirazione del momento, non sai per quanto tempo proseguirai, e quindi si rende necessario decidere cosa si vuole includere e cosa no.


Sul pavimento della sala di montaggio restano quindi cose anche importanti, per certi versi, forse, fondamentali, ma quel particolare avrebbe appesantito il racconto e reso la storia troppo tragica e strappalacrime, quasi da far pensare qualcosa di inventato, anche se tu sai che è la verità e quanto è costato...

Oppure quell'altra situazione, assolutamente vera ma talmente assurda da fare sembrare quel passaggio una roba da feouilleton, completamente inventato come solo le cose vere possono suonare. E d'altra parte non menzionarlo non intralcia la storia, anzi, la fa scorrere più liscia, quindi: perchè includerlo?


E poi ci sono almeno un paio di personaggi che sono fondamentali per me, la mia storia e la mia vita, eppure la loro presenza, seppur costante negli anni, non sembra determinante per nessuno degli eventi narrati, quindi sono rimasti fuori dal racconto.


Qualcuno sembra avere apprezzato quello che ho scritto nei mesi scorsi, e, appena prima che il mondo crollasse un'altra volta, avevo accennato a trovare un modo per proseguire in qualche modo quegli scritti.


Raccontare quegli spazi vuoti, recuperando i ritagli della sala di montaggio, è il modo che ho scelto per continuare a raccontarmi, dalla corda da equilibrista tesa nel vuoto sulla quale mi trovo al momento...
Io spero vivamente che quel mondo stia tornando ad essere più sereno possibile. :)
 

oro.blu

Never enough
Mia madre e mio padre erano una "strana" coppia: mia mamma timida e impacciata, mio papà istrionico e affascinante, con le "storie di famiglia" che lo consegnano agli archivi come il classico "tombeur de femmes" anche da sposato, ma anche come persona generosa fino all'eccesso con chiunque si trovasse in stato di bisogno. In un'era nella quale il mito del posto fisso era sempre più forte nella società italiana, mio padre era l'uomo dalle mille carriere: iniziava un lavoro, aveva successo, faceva discreti guadagni, si stufava, mollava tutto e ricominciava daccapo con qualcos'altro.


Oltre ai "normali" lavori, soprattutto commercio e rappresentanza, faceva spettacoli di prestidigitazione (a livello locale ovviamente), diplomato al conservatorio come Direttore d'Orchestra era autore di alcune operette e, a livello amatoriale ne curava spesso la messa in scena a livello di regìa. Aveva anche composto l'inno ufficiale della locale squadra di calcio,"passato" allo stadio ogni domenica.


Tra i miei vi era una grande differenza di età, circa 26 anni (una follia, a quei tempi), e mio padre era al secondo matrimonio.


Quando nacqui io, mio padre era già entrato nella seconda metà dei cinquanta, non pochi anni, considerata l'aspettativa di vita a quei tempi, e pertanto il suo ruolo nei miei confronti era contestualmente quello di padre e di nonno, con conseguente tendenza a viziare all'inverosimile. Ero in giro per la città insieme a lui in ogni possibile occasione e vedevo spesso soddisfatto ogni mio capriccio.


Quella Domenica mattina, in Luglio, con l'asilo chiuso e la Scuola Elementare che sarebbe cominciata il primo di Ottobre, era prevista, non lontanissmo da casa nostra, una corsa ciclistica, e mio papà aveva pensato di portarmi a vederla. Non ho idea se fosse qualcosa a livello nazionale o solo locale, so solo che avevano chiuso le strade e la gente si affollava ai bordi della strada per vedere passare i ciclisti. Una volta esaurito il passaggio delle biciclette,a mio papà sembrano cedere le gambe, si rialza ma suda copiosamente. Li sulla strada c'è una casa da contadini, la gente che vi abita lo invita a sedersi qualche minuto e a bere un bicchier d'acqua.


Mi rassicura, mio papà, dice che va già meglio, ma la faccia sembra raccontare un'altra storia...


In qualche modo guida fino a casa. Mia mamma lo mette a letto e chiama immediatamente il medico condotto.


A quei tempi il medico curante svolgeva una specie di missione,era disponibile per i propri pazienti 24/7, la guardia medica non esisteva e il pronto soccorso era riservato ai casi estremi.

Il medico arriva, visita mio padre, c'è qualche problema a livello cardiaco, ma non dovrebbe essere nulla di grave. Fa una ricetta per alcune medicine da procurarsi il più presto possibile, poi se ne va.


Mia mamma si prepara a fare un salto, con la bicicletta visto che la patente non ce l'ha, alla farmacia di turno. Non è vicinissima, ma di Domenica, in quegli anni, il traffico è sostanzialmente zero, quindi è una questione di pochi minuti.


E sono li, seduto sul letto, con il mio papà sdraiato... Non c'è nessun altro nell'appartamento, ma la mamma sarà di ritorno in pochi minuti...


Mentre siamo lì a chiacchierare, qualcosa comincia a non andare per il verso giusto... Il suo volto diventa sempre più pallido, anche se, quando glielo chiedo, lui mi assicura di stare bene... A un certo punto fa una smorfia e la testa si accascia sul cuscino mentre un rivolo di saliva esce dall'angolo della bocca.

Io comincio ad urlare senza riuscire più a smettere, non ho idea di quanti secondi o minuti passino prima che la chiave giri nella toppa e mia mamma entri nell'appartamento...


So solo che intorno a questo momento girano sessioni e sessioni di psicoterapia, effettuate in diverse fasi della mia vita... So solo che intorno a questo momento sembra girare ogni problematica ed ogni difficoltà caratteriale emersa negli anni successivi, oltre a un bimbo di non ancora sei anni con un esaurimento nervoso, una tendenza al mutismo e alle crisi di pianto, che inizierà la scuola Elementare di lì a poco più di un paio di mesi.



"Out of the blue, and into the black" (Neil Young & Crazy Horse - My My Hey Hey)
:triste:
 

marietto

Heisenberg
Aftermath: un interludio.

In effetti, oltre alla snellezza e scorrimento del racconto, c'era un motivo per eliminare certi particolari dallo stesso. Qui si vira decisamente sullo stile "Oliver Twist"...:)




La Domenica sera, fui messo a letto. Vari parenti si alternarono a tenermi compagnia, mentre la gente veniva in casa a rendere omaggio alla salma. Io ero sotto shock e ricordo solo questi visi che si alternano accanto al mio letto mentre le luci soffuse delle stanze accanto disegnano ombre (minacciose?) sulla parete della camera.




L'infarto di mio padre, anche per le modalità con cui avvenne, ebbe un impatto da bomba atomica sulla nostra famiglia.


Lui non aveva mai dato peso al denaro. Il pensarci era proprio fuori dalla sua mentalità. Aveva sempre avuto una fiducia totale nelle proprie capacità di cavarsela bene in ogni situazione ed iniziava e chiudeva carriere lavorative basandosi esclusivamente sulla propria voglia o interesse a fare, o continuare a fare, questa o quella cosa.
Aveva prestato soldi a una marea di gente, praticamente a chiunque, in difficoltà, si fosse rivolto a lui in un momento in cui i soldi c'erano, senza mai richiedere nulla di scritto, nè fissare termini per la restituzione.


Nel momento in cui morì, pochissimi si presentarono da mia mamma per restituire quello che avevano ricevuto. Qualcuno, di cui lei sapeva, negò spudoratamente; la maggior parte di quelli di cui lei non era a conoscenza, con poche eccezioni, si guardò bene dal farsi avanti.


Mia mamma, oltre ad essere ormai a metà dei 30, non aveva particolari qualifiche ed iniziò a lavorare in una piccola fabbrica, come operaia.


Fu presto evidente che nel giro di qualche mese avremmo dovuto lasciare l'appartamento "borghese" in zona residenziale dove abitavamo e diminuire, non di poco,il nostro tenore di vita.


Il primo di ottobre di quell'anno era il mio primo giorno di scuola. Una festa attesa, in famiglia, da mesi, si era ormai sgonfiata di significato, dopo gli ultimi avvenimenti.


Oh, mia mamma aveva fatto il possibile per far sì che fossi "carico" all'idea: ricordo l'acquisto del grembiulino nero e del fiocco azzurro, dell'astuccio (sagomato, come si diceva allora), del diario (rigorosamente "Vitt") e della cartella. Tuttavia, nulla riusciva a scuotermi dall'apatia che sembrava pervadere tutto quello che mi circondava a quell'epoca; continuavo a vedere tutto come una specie di rito a cui dovevo necessariamente sottopormi per toglierlo di torno. Tanto che, il secondo giorno, quando mia mamma venne a svegliarmi dicendomi che era ora di andare a scuola, io risposi: "Ma come? Ci sono già andato ieri!".


Di quell'anno scolastico ho pochissimi ricordi, e solo in due è presente il sole: una mattina in cortile durante la ricreazione e un giorno fuori dal cancello alla fine della mattinata; io e il mio compagno di banco che giochiamo tra di noi mentre le nostre mamme chiacchierano. Non sappiamo che, di lì a breve, ci perderemo di vista per 7/8 anni ma che poi torneremo ad essere Amici (con la A maiuscola) per non separarci più.


La maggior parte di scene che mi vengono in mente si svolgono in autunno o inverno, con il fiato che si vede o una nebbia da brughiera inglese. Insomma per tutta la prima elementare la sensazione è di muoversi trascinando un bagaglio molto più grande di me. Mia mamma si rende conto di tutto questo, ma ci vorrà ancora un po' prima di arrivare a pensare alla psicoterapia (in quel periodo ancora una roba per i matti).


Verso la fine dell'anno scolastico cambiamo casa. In linea d'aria andiamo ad abitare a un tiro di schioppo, anzi, da qualche decennio le due zone sono collegate da una strada diretta e si arriva dall'una all'altra in un lampo, ma allora non c'erano collegamenti diretti e si trattava di un quartiere completamente diverso da quello dove abitavo.


Qualitativamente è un crollo: appartamento vecchio e non ristrutturato con due stanze (sala e camera) e cucinotto. Il WC è una turca sulle scale, in comune con gli altri (due) appartamenti della scala stessa. Se devi fare il bagno riempi una tinozza con l'acqua scaldata nel cucinotto.


Inoltre è necessario, per l'anno scolastico successivo, cambiare scuola.


Ora, la scuola del vecchio quartiere pur essendo sempre scuola pubblica, aveva tutta un'altra nomea rispetto a quella del nuovo quartiere .Era considerata di livello elevato, con pochi "elementi da controllare" (diciamo quelli che adesso si chiamerebbero "bulli"); la nuova scuola, invece, era stata presentata a mia mamma come una specie di "piccolo Bronx".


Se in un ambiente favorevole, con un maestra molto brava (seppur all'ultima classe della sua carriera), la mia situazione di scarsa serenità non aveva permesso un inserimento completamente soddisfacente , come avrei potuto cavarmela in un ambiente così ostile?


Questo pensava mia mamma, ed era molto preoccupata da questa situazione. Inoltre, mia nonna ancora si divideva tra casa mia e casa di mia zia, come sarebbe stato possibile coprire alcuni pomeriggi (visto che nelle nuova scuola il tempo pieno non era previsto? - Francamente non ricordo se in alcune scuole pubbliche già esistesse oppure no).


La soluzione arrivò, abbastanza inaspettata, dal passato di mia mamma...
 

Fiammetta

Amazzone! Embe'. Sticazzi
Staff Forum
In effetti, oltre alla snellezza e scorrimento del racconto, c'era un motivo per eliminare certi particolari dallo stesso. Qui si vira decisamente sullo stile "Oliver Twist"...:)




La Domenica sera, fui messo a letto. Vari parenti si alternarono a tenermi compagnia, mentre la gente veniva in casa a rendere omaggio alla salma. Io ero sotto shock e ricordo solo questi visi che si alternano accanto al mio letto mentre le luci soffuse delle stanze accanto disegnano ombre (minacciose?) sulla parete della camera.




L'infarto di mio padre, anche per le modalità con cui avvenne, ebbe un impatto da bomba atomica sulla nostra famiglia.


Lui non aveva mai dato peso al denaro. Il pensarci era proprio fuori dalla sua mentalità. Aveva sempre avuto una fiducia totale nelle proprie capacità di cavarsela bene in ogni situazione ed iniziava e chiudeva carriere lavorative basandosi esclusivamente sulla propria voglia o interesse a fare, o continuare a fare, questa o quella cosa.
Aveva prestato soldi a una marea di gente, praticamente a chiunque, in difficoltà, si fosse rivolto a lui in un momento in cui i soldi c'erano, senza mai richiedere nulla di scritto, nè fissare termini per la restituzione.


Nel momento in cui morì, pochissimi si presentarono da mia mamma per restituire quello che avevano ricevuto. Qualcuno, di cui lei sapeva, negò spudoratamente; la maggior parte di quelli di cui lei non era a conoscenza, con poche eccezioni, si guardò bene dal farsi avanti.


Mia mamma, oltre ad essere ormai a metà dei 30, non aveva particolari qualifiche ed iniziò a lavorare in una piccola fabbrica, come operaia.


Fu presto evidente che nel giro di qualche mese avremmo dovuto lasciare l'appartamento "borghese" in zona residenziale dove abitavamo e diminuire, non di poco,il nostro tenore di vita.


Il primo di ottobre di quell'anno era il mio primo giorno di scuola. Una festa attesa, in famiglia, da mesi, si era ormai sgonfiata di significato, dopo gli ultimi avvenimenti.


Oh, mia mamma aveva fatto il possibile per far sì che fossi "carico" all'idea: ricordo l'acquisto del grembiulino nero e del fiocco azzurro, dell'astuccio (sagomato, come si diceva allora), del diario (rigorosamente "Vitt") e della cartella. Tuttavia, nulla riusciva a scuotermi dall'apatia che sembrava pervadere tutto quello che mi circondava a quell'epoca; continuavo a vedere tutto come una specie di rito a cui dovevo necessariamente sottopormi per toglierlo di torno. Tanto che, il secondo giorno, quando mia mamma venne a svegliarmi dicendomi che era ora di andare a scuola, io risposi: "Ma come? Ci sono già andato ieri!".


Di quell'anno scolastico ho pochissimi ricordi, e solo in due è presente il sole: una mattina in cortile durante la ricreazione e un giorno fuori dal cancello alla fine della mattinata; io e il mio compagno di banco che giochiamo tra di noi mentre le nostre mamme chiacchierano. Non sappiamo che, di lì a breve, ci perderemo di vista per 7/8 anni ma che poi torneremo ad essere Amici (con la A maiuscola) per non separarci più.


La maggior parte di scene che mi vengono in mente si svolgono in autunno o inverno, con il fiato che si vede o una nebbia da brughiera inglese. Insomma per tutta la prima elementare la sensazione è di muoversi trascinando un bagaglio molto più grande di me. Mia mamma si rende conto di tutto questo, ma ci vorrà ancora un po' prima di arrivare a pensare alla psicoterapia (in quel periodo ancora una roba per i matti).


Verso la fine dell'anno scolastico cambiamo casa. In linea d'aria andiamo ad abitare a un tiro di schioppo, anzi, da qualche decennio le due zone sono collegate da una strada diretta e si arriva dall'una all'altra in un lampo, ma allora non c'erano collegamenti diretti e si trattava di un quartiere completamente diverso da quello dove abitavo.


Qualitativamente è un crollo: appartamento vecchio e non ristrutturato con due stanze (sala e camera) e cucinotto. Il WC è una turca sulle scale, in comune con gli altri (due) appartamenti della scala stessa. Se devi fare il bagno riempi una tinozza con l'acqua scaldata nel cucinotto.


Inoltre è necessario, per l'anno scolastico successivo, cambiare scuola.


Ora, la scuola del vecchio quartiere pur essendo sempre scuola pubblica, aveva tutta un'altra nomea rispetto a quella del nuovo quartiere .Era considerata di livello elevato, con pochi "elementi da controllare" (diciamo quelli che adesso si chiamerebbero "bulli"); la nuova scuola, invece, era stata presentata a mia mamma come una specie di "piccolo Bronx".


Se in un ambiente favorevole, con un maestra molto brava (seppur all'ultima classe della sua carriera), la mia situazione di scarsa serenità non aveva permesso un inserimento completamente soddisfacente , come avrei potuto cavarmela in un ambiente così ostile?


Questo pensava mia mamma, ed era molto preoccupata da questa situazione. Inoltre, mia nonna ancora si divideva tra casa mia e casa di mia zia, come sarebbe stato possibile coprire alcuni pomeriggi (visto che nelle nuova scuola il tempo pieno non era previsto? - Francamente non ricordo se in alcune scuole pubbliche già esistesse oppure no).


La soluzione arrivò, abbastanza inaspettata, dal passato di mia mamma...
Hai ripreso il racconto :inlove:
 
Ultima modifica:

marietto

Heisenberg
Il figlio della Suora.1

Nella serie precedente di racconti ho paragonato mia nonna ad un guerriero apache. In effetti nelle foto che ho di lei sembra avere sempre la stessa età, piuttosto anziana, e, forse per il fazzoletto in testa, portato come una bandana, ricorda abbastanza Geronimo.


Con un'unica eccezione. Nella foto scattata poco prima del matrimonio con mio nonno, sembra molto più giovane e femminile che in tutte le altre.


Del resto, la vita fu abbastanza dura con lei, abituata a pesanti carichi di lavoro con scarsi ritorni fin da bambina. Anche il matrimonio, in fondo, si dimostrò un problema. Mio nonno, infatti, morì giovanissimo, dopo giusto il tempo di mettere al mondo due ragazzine. Mia mamma perse il padre alla stessa età che avrei avuto io qualche decade più avanti.


Quindi mia nonna si ritrovò vedova, con due figlie piccole: il tutto con la guerra alle porte.


Esisteva in città un collegio gestito dalle suore. Ospitava unicamente ragazze, alcune di buona famiglia dietro pagamento di adeguata retta, altre di estrazione popolare che "pagavano" lo studio scolastico, il vitto e l'alloggio, dedicando la maggior parte delle ore non scolastiche a lavori di rammendo, ricamo, cucito e camiceria, al servizio gratuito dei poveri e degli orfani e/o a pagamento per le famiglie che potevano permetterselo.


Mia nonna decise di mandare in quella struttura una delle due bambine; l'unica in età scolara era mia mamma, quindi la scelta cadde su di lei. Da un certo punto di vista, per quell'epoca si trattava di una grande opportunità: lezioni scolastiche regolari e quotidiane in tempo di guerra, la possibilità di imparare ad effettuare lavori che avrebbero potuto anche avere sbocchi professionali, per una persona senza mezzi non era roba da poco, anche se il cibo in refettorio, per le ospiti lavoranti non era proprio abbondante.


Tuttavia, il fatto di passare l'intera guerra in collegio senza che la sorella facesse un solo giorno di quella vita, fu la principale causa di rapporti che restarono tesi per sempre tra mia nonna e mia mamma (che si senti in qualche modo considerata un po' "seconda" negli affetti della madre).


Chiusa la vicenda collegio, comunque, i tempi per la famiglia restarono duri. Nonostante tutte le tre donne cercassero di contribuire al bilancio famigliare, almeno una delle bocche da sfamare era di troppo...


Un po' la frequentazione quotidiana per anni delle suore, un po' rapporti tesi in famiglia, il fatto che fosse una soluzione abbastanza comune a quell'epoca e magari, si, anche un po' di "vocazione", per lo meno percepita, mia mamma, con la benedizione e l'accordo di mia nonna, decise di entrare nelle suore, appena raggiunta la maggiore età.


Non ho la più pallida idea della tempistica odierna, ma allora, tra candidatura, noviziato, voti iniziali etc. prima di arrivare ai voti definitivi, quindi essere suora a tutti gli effetti, passavano parecchi anni.


Mia mamma passò diversi anni nell'ordine ma non arrivò ai voti definitivi. Qualche anno in provincia, un anno in Calabria, qualche anno in Toscana, quasi sempre ad occuparsi dei bambini degli asili gestiti dai vari conventi.


Veniva trasferita spesso, mia madre, perché si ritrovava un carattere un po' particolare. In apparenza remissiva, timida e riservata, se riteneva di subire o che altri (ad esempio i bambini dell'asilo) subissero ingiustizie, non aveva timore a lasciare andare la lingua e volare le parole, senza badare a chi pestava i piedi... Ebbe quindi diversi scontri con la scala gerarchica e con alcune Madri Superiore, l'ultimo dei quali portò la decisione di gettare la tonaca alle ortiche, e di rientrare nel mondo esterno.


Il suo "caratterino" le aveva procurato alcuni rancori, ma anche numerose simpatie ed amicizie, anche ai "piani alti", sia tra le religiose che tra il personale laico degli asili e delle scuole gestite dall'ordine.


Quando se ne andò, stava entrando nella seconda metà dei 20, per quei tempi cominciava già ad essere un po' "a rischio zitella", quindi tutte le conoscenti cercavano di "piazzarla" a questo o quello scapolo, con scarso successo...
Fino a quando, dopo qualche tempo, incontrò mio padre, vedovo da pochi anni; e non è difficile capire come, nonostante la differenza di età, quella "quasi trentenne" con l'esperienza di una diciottenne (o giù di lì) potesse invaghirsi di quell'uomo di tanto più grande, ma dai mille talenti e dalla personalità istrionica...


Quindi, dopo la morte di mio padre e dopo il trasloco nella nuova casa, mia mamma confidò le proprie ansie, comprese quelle scolastiche che mi riguardavano, a qualcuna delle sue amiche, e questa parte delle sue confidenze finì con l'arrivare alle orecchie giuste...
 

Fiammetta

Amazzone! Embe'. Sticazzi
Staff Forum
Nella serie precedente di racconti ho paragonato mia nonna ad un guerriero apache. In effetti nelle foto che ho di lei sembra avere sempre la stessa età, piuttosto anziana, e, forse per il fazzoletto in testa, portato come una bandana, ricorda abbastanza Geronimo.


Con un'unica eccezione. Nella foto scattata poco prima del matrimonio con mio nonno, sembra molto più giovane e femminile che in tutte le altre.


Del resto, la vita fu abbastanza dura con lei, abituata a pesanti carichi di lavoro con scarsi ritorni fin da bambina. Anche il matrimonio, in fondo, si dimostrò un problema. Mio nonno, infatti, morì giovanissimo, dopo giusto il tempo di mettere al mondo due ragazzine. Mia mamma perse il padre alla stessa età che avrei avuto io qualche decade più avanti.


Quindi mia nonna si ritrovò vedova, con due figlie piccole: il tutto con la guerra alle porte.


Esisteva in città un collegio gestito dalle suore. Ospitava unicamente ragazze, alcune di buona famiglia dietro pagamento di adeguata retta, altre di estrazione popolare che "pagavano" lo studio scolastico, il vitto e l'alloggio, dedicando la maggior parte delle ore non scolastiche a lavori di rammendo, ricamo, cucito e camiceria, al servizio gratuito dei poveri e degli orfani e/o a pagamento per le famiglie che potevano permetterselo.


Mia nonna decise di mandare in quella struttura una delle due bambine; l'unica in età scolara era mia mamma, quindi la scelta cadde su di lei. Da un certo punto di vista, per quell'epoca si trattava di una grande opportunità: lezioni scolastiche regolari e quotidiane in tempo di guerra, la possibilità di imparare ad effettuare lavori che avrebbero potuto anche avere sbocchi professionali, per una persona senza mezzi non era roba da poco, anche se il cibo in refettorio, per le ospiti lavoranti non era proprio abbondante.


Tuttavia, il fatto di passare l'intera guerra in collegio senza che la sorella facesse un solo giorno di quella vita, fu la principale causa di rapporti che restarono tesi per sempre tra mia nonna e mia mamma (che si senti in qualche modo considerata un po' "seconda" negli affetti della madre).


Chiusa la vicenda collegio, comunque, i tempi per la famiglia restarono duri. Nonostante tutte le tre donne cercassero di contribuire al bilancio famigliare, almeno una delle bocche da sfamare era di troppo...


Un po' la frequentazione quotidiana per anni delle suore, un po' rapporti tesi in famiglia, il fatto che fosse una soluzione abbastanza comune a quell'epoca e magari, si, anche un po' di "vocazione", per lo meno percepita, mia mamma, con la benedizione e l'accordo di mia nonna, decise di entrare nelle suore, appena raggiunta la maggiore età.


Non ho la più pallida idea della tempistica odierna, ma allora, tra candidatura, noviziato, voti iniziali etc. prima di arrivare ai voti definitivi, quindi essere suora a tutti gli effetti, passavano parecchi anni.


Mia mamma passò diversi anni nell'ordine ma non arrivò ai voti definitivi. Qualche anno in provincia, un anno in Calabria, qualche anno in Toscana, quasi sempre ad occuparsi dei bambini degli asili gestiti dai vari conventi.


Veniva trasferita spesso, mia madre, perché si ritrovava un carattere un po' particolare. In apparenza remissiva, timida e riservata, se riteneva di subire o che altri (ad esempio i bambini dell'asilo) subissero ingiustizie, non aveva timore a lasciare andare la lingua e volare le parole, senza badare a chi pestava i piedi... Ebbe quindi diversi scontri con la scala gerarchica e con alcune Madri Superiore, l'ultimo dei quali portò la decisione di gettare la tonaca alle ortiche, e di rientrare nel mondo esterno.


Il suo "caratterino" le aveva procurato alcuni rancori, ma anche numerose simpatie ed amicizie, anche ai "piani alti", sia tra le religiose che tra il personale laico degli asili e delle scuole gestite dall'ordine.


Quando se ne andò, stava entrando nella seconda metà dei 20, per quei tempi cominciava già ad essere un po' "a rischio zitella", quindi tutte le conoscenti cercavano di "piazzarla" a questo o quello scapolo, con scarso successo...
Fino a quando, dopo qualche tempo, incontrò mio padre, vedovo da pochi anni; e non è difficile capire come, nonostante la differenza di età, quella "quasi trentenne" con l'esperienza di una diciottenne (o giù di lì) potesse invaghirsi di quell'uomo di tanto più grande, ma dai mille talenti e dalla personalità istrionica...


Quindi, dopo la morte di mio padre e dopo il trasloco nella nuova casa, mia mamma confidò le proprie ansie, comprese quelle scolastiche che mi riguardavano, a qualcuna delle sue amiche, e questa parte delle sue confidenze finì con l'arrivare alle orecchie giuste...
Forti personalità nella,tua famiglia di origine :)
 

marietto

Heisenberg
Forti personalità nella,tua famiglia di origine :)
Famiglie interessanti, diciamo....

Questa parte l'avevo lasciata fuori dalla storia originale perchè pur essendo vero, sembrava completamente inverosimile ;)
 

Fiammetta

Amazzone! Embe'. Sticazzi
Staff Forum
Famiglie interessanti, diciamo....

Questa parte l'avevo lasciata fuori dalla storia originale perchè pur essendo vero, sembrava completamente inverosimile ;)
Non credere sai, io avevo la sorella minore di mia nonna materna che avrebbe dovuto ( secondo l'idea di sua madre ) prendere i voti ed invece scappo' a Roma con quello che sarebbe diventato suo marito.
Anche lui morì presto, purtroppo, lasciandola a 27 anni, con due maschietti piccoli da crescere e senza nessun familiare accanto, visto che il marito era figlio unico ed i genitori erano entrambi deceduti.
una donna solare e simpaticissima, una vera pazzerella per me :p che ogni estate veniva a trovare sua sorella ( ndr mia nonna ) e ci divertiva un mondo ( a me e alle mie cugine )
 

marietto

Heisenberg
Non credere sai, io avevo la sorella minore di mia nonna materna che avrebbe dovuto ( secondo l'idea di sua madre ) prendere i voti ed invece scappo' a Roma con quello che sarebbe diventato suo marito.
Anche lui morì presto, purtroppo, lasciandola a 27 anni, con due maschietti piccoli da crescere e senza nessun familiare accanto, visto che il marito era figlio unico ed i genitori erano entrambi deceduti.
una donna solare e simpaticissima, una vera pazzerella per me :p che ogni estate veniva a trovare sua sorella ( ndr mia nonna ) e ci divertiva un mondo ( a me e alle mie cugine )
Penso che molte famiglie abbiano una qualche storia particolare, nel mio caso (forse perchè molto vicini) mi sembra che siano storie molto forti e abbastanza numerose.

Comunque ti assicuro che spiegare gli album di foto della famiglia è sempre stato un casino... :rolleyes:
 

Fiammetta

Amazzone! Embe'. Sticazzi
Staff Forum
Penso che molte famiglie abbiano una qualche storia particolare, nel mio caso (forse perchè molto vicini) mi sembra che siano storie molto forti e abbastanza numerose.

Comunque ti assicuro che spiegare gli album di foto della famiglia è sempre stato un casino... :rolleyes:
Non ne dubito :p
 

marietto

Heisenberg
Il figlio della Suora.2

Al posto del collegio dove era stata mia mamma, ai suoi tempi solo femminile, esisteva adesso una delle più rinomate scuole private della città, gestita sempre dalle suore.


Comprendeva asilo, scuola elementare e scuola media, ma solo le famiglie "con possibilità" mandavano i figli lì o nelle altre scuole private della città.


Tramite alcune signore facenti parte del personale laico e alcune suore che avevano vissuto con mia mamma ai tempi della sua "carriera" religiosa, la scuola si offrì di prendermi, anche a tempo pieno se necessario, senza pagamento di retta, o meglio, mia mamma avrebbe pagato "se" "quando" e "quanto" avesse potuto, contribuendo solo, se utilizzato, alla retta del pulmino che faceva il giro della città e portava i ragazzi che abitavano lontano alla scuola.


In pratica diventavo una delle "opere di bene" delle suore (c'era qualche ragazzo orfano o di famiglia in crisi accolto nello stesso modo) che intendevano così dare una mano alla loro "sorella" in difficoltà.


Io venni a sapere del passato di "suora" di mia mamma in occasione del colloquio di accoglimento, prima dell'inizio della seconda elementare. Tutte le suore e le signore si rivolgevano a mia madre usando un nome diverso dal suo. Quando uscendo le chiesi conto di questa cosa lei mi spiegò tutta la storia, precisando che usava, allora, cambiare nome e darsi un nome da religiosa diverso da quello anagrafico.


Come, credo, chiunque altro, ho sentito, nel corso degli anni, storie e ricordi abbastanza tristi e pesanti sulle scuole gestite dalle suore (a livello locale, devo dire, principalmente da chi ha frequentato l'altra scuola più nota in zona, a dire il vero:rolleyes:), e non le discuto assolutamente, magari sono stato fortunato io, però devo dire che, personalmente, mi sono trovato molto bene.


Alle elementari fui inserito in una classe affidata ad una suora giovanissima, di gran lunga la più giovane delle maestre (all'epoca tutte suore, nessuna laica), che si prese a cuore il mio caso e riuscì a farmi inserire nella classe e a farmi legare con quasi tutti i compagni.


L'intenzione di mia madre era di farmi fare le medie alla scuola pubblica, ormai avevo fatto amicizia anche con molti ragazzi del quartiere, nel corso degli anni, ma io espressi il desiderio di seguire molti dei miei compagni delle elementari alle medie, nella stessa scuola privata.


Mia mamma concordò una retta ridotta per quei tre anni e restai alla scuola privata anche alle medie.

C'erano tre professoresse suore nella mia classe: una insegnava una materia minore, una matematica e la terza italiano. Quella della materia minore era il classico stereotipo che molti di voi immagineranno, presumo, quando sentono parlare di "scuola dalle suore"... Brrrr...


Quella di matematica era un classico "sergente di ferro" (un po' anche nell'aspetto, sembrava di essere agli "Eroi di Hogan"), quando vidi "Full Metal Jacket" mi venne in mente subito lei...


Quella di italiano era la più anziana, ma anche quella a cui mi affezionai di più... Aveva una passione per i libri e la letteratura davvero enorme, che ha provveduto a trasmettermi, con un entusiasmo per quelle cose che raramente ho riscontrato in persone che gravitavano per mestiere intorno a certi argomenti.


E poi, ovviamente, la prof di inglese, una ragazza laica, fece sì che fossi "folgorato" dai Beatles, dando inizio ad una passione per la musica, fino a quel momento abbastanza indifferente, durata tutta una vita. Portando i dischi a scuola. Dei Beatles, Negli anni 70. In una scuola privata gestita da suore, dove noi maschi potevamo indossare i vestiti normali, mentre le femmine avevano l'obbligo del grembiule, onde evitare di "turbarci" con forme arrotondate o gonne troppo corte. Sembra probabilmente nulla a chi è nato più tardi, ma, vi assicuro, era una mossa "forte" e non poco coraggiosa.


Certo, in quei sette anni ho assistito a più messe io che qualcuno dei segretari vaticani.


Certo, alle superiori l'impatto della scuola pubblica si fece sentire (quel mormorio quando, al giro di presentazione, ti fanno dire il nome della scuola in cui sei stato e il voto che hai preso all'esame... e io oltretutto l'ho dovuto fare due volte, avendo cambiato scuola dopo un mese, la seconda da solo e con tutti gli occhi addosso...).

Ciò nonostante,tutto sommato, posso solo parlare bene, in termini generali, di quella scuola privata, delle insegnanti e dei compagni di classe che ho incontrato.
 

marietto

Heisenberg
Mio Fratello E' Figlio Unico

Quando mio padre conobbe mia madre, era vedovo; la prima moglie era morta da pochissimi anni a causa di un male incurabile.

Quello che non ho ancora scritto, è che dal primo matrimonio di mio padre era nato un figlio. Un ragazzo che, all'epoca del nuovo matrimonio, era un adolescente, vista la differenza d'età, solo 10 anni più giovane di mia madre.

Nell'anno in cui nacqui io, mio fratello (fratellastro in verità, visto che condividevamo lo stesso padre, ma non la stessa madre) aveva già 20 anni, e aveva appena iniziato il Servizio militare in un corpo speciale. A quell'epoca fare il militare in quel corpo era considerato Servizio Civile ,e, come tale, aveva allora una durata di due anni e mezzo, credo, tutti svolti lontani da casa. Le licenze erano abbastanza frequenti, ma mio fratello aveva già una ragazza, ed era una cosa seria, quindi quando era a casa passava quasi tutto il tempo con lei.

In pratica, per molto tempo mi aveva solo intravisto. Tornato da militare non passava molto tempo a casa, tra gli impegni di lavoro e la ragazza, quindi non avemmo una frequentazione particolarmente intensa (avevo rapporti più "forti", a quei tempi, con i figli di mia zia, quattro maschi di varie età).

La ragazza rimase incinta e mio fratello si sposò (anche se lei perse quel bambino il giorno stesso del matrimonio). Ancora nessuno di noi lo sapeva, ma a mio padre restavano solo sei mesi di vita.

Dopo la morte di mio padre, mio fratello divenne la figura maschile di riferimento della mia vita, anche se non poteva essere presente più di tanto, dopotutto era un venticinquenne appena sposato con famiglia in costruzione; mia nipote nacque che io non avevo ancora compiuto sette anni e pochi anni dopo arrivò anche il secondo figlio.

Nonostante tutto, comunque, fece il possibile per essermi vicino nei momenti importanti. Ricordo che mi portava regolarmente allo stadio, ad esempio... E le mie prime esperienze lavorative furono come commesso nel suo negozio.

Quando, in prima superiore, decisi dopo un mese che la scuola che avevo scelto non faceva per me, io volevo iniziare a lavorare (avevo già preso accordi con un vicino elettrauto per andare "a bottega" da lui) visto che allora era abbastanza comune iniziare un mestiere avendo solo la licenza media; fu mio fratello che mi convinse (mia mamma non ce l'aveva fatta) a cambiare scuola e continuare a studiare.

Nel corso degli anni i nostri rapporti sono diventati sempre più stretti, anche in considerazione del fatto che le rispettive situazioni famigliari diventavano sempre più speculari (lunghi matrimoni con la stessa donna, la data del mio esattamente vent'anni, come la differenza d'età, dopo il suo, due figli maschio e femmina).

Quando mia madre morì,alcuni anni fa, fece anche più della sua parte, visto che dopotutto non aveva alcun legame diretto di parentela con lei.

Complessivamente, un rapporto molto più stretto di quello esistente tra molti fratelli (di padre e madre) cresciuti insieme...
 

Fiammetta

Amazzone! Embe'. Sticazzi
Staff Forum
Quando mio padre conobbe mia madre, era vedovo; la prima moglie era morta da pochissimi anni a causa di un male incurabile.

Quello che non ho ancora scritto, è che dal primo matrimonio di mio padre era nato un figlio. Un ragazzo che, all'epoca del nuovo matrimonio, era un adolescente, vista la differenza d'età, solo 10 anni più giovane di mia madre.

Nell'anno in cui nacqui io, mio fratello (fratellastro in verità, visto che condividevamo lo stesso padre, ma non la stessa madre) aveva già 20 anni, e aveva appena iniziato il Servizio militare in un corpo speciale. A quell'epoca fare il militare in quel corpo era considerato Servizio Civile ,e, come tale, aveva allora una durata di due anni e mezzo, credo, tutti svolti lontani da casa. Le licenze erano abbastanza frequenti, ma mio fratello aveva già una ragazza, ed era una cosa seria, quindi quando era a casa passava quasi tutto il tempo con lei.

In pratica, per molto tempo mi aveva solo intravisto. Tornato da militare non passava molto tempo a casa, tra gli impegni di lavoro e la ragazza, quindi non avemmo una frequentazione particolarmente intensa (avevo rapporti più "forti", a quei tempi, con i figli di mia zia, quattro maschi di varie età).

La ragazza rimase incinta e mio fratello si sposò (anche se lei perse quel bambino il giorno stesso del matrimonio). Ancora nessuno di noi lo sapeva, ma a mio padre restavano solo sei mesi di vita.

Dopo la morte di mio padre, mio fratello divenne la figura maschile di riferimento della mia vita, anche se non poteva essere presente più di tanto, dopotutto era un venticinquenne appena sposato con famiglia in costruzione; mia nipote nacque che io non avevo ancora compiuto sette anni e pochi anni dopo arrivò anche il secondo figlio.

Nonostante tutto, comunque, fece il possibile per essermi vicino nei momenti importanti. Ricordo che mi portava regolarmente allo stadio, ad esempio... E le mie prime esperienze lavorative furono come commesso nel suo negozio.

Quando, in prima superiore, decisi dopo un mese che la scuola che avevo scelto non faceva per me, io volevo iniziare a lavorare (avevo già preso accordi con un vicino elettrauto per andare "a bottega" da lui) visto che allora era abbastanza comune iniziare un mestiere avendo solo la licenza media; fu mio fratello che mi convinse (mia mamma non ce l'aveva fatta) a cambiare scuola e continuare a studiare.

Nel corso degli anni i nostri rapporti sono diventati sempre più stretti, anche in considerazione del fatto che le rispettive situazioni famigliari diventavano sempre più speculari (lunghi matrimoni con la stessa donna, la data del mio esattamente vent'anni, come la differenza d'età, dopo il suo, due figli maschio e femmina).

Quando mia madre morì,alcuni anni fa, fece anche più della sua parte, visto che dopotutto non aveva alcun legame diretto di parentela con lei.

Complessivamente, un rapporto molto più stretto di quello esistente tra molti fratelli (di padre e madre) cresciuti insieme...
Che bel rapporto siete riusciti ad instaurare :)

in in effetti in alcuni cadi tra fratelli " ci si scanna"
 

Brunetta

Utente di lunga data
Fortuna e animo buono :)
 
Top