Probabilmente mi spiego molto male. E probabilmente stamattina non riuscirò a fare molto meglio, ma ci provo.
non sto parlando di individualismo cieco e men che meno autoreferenziale.
Critico invece il collettivismo cieco ed autoreferenziale.
Quello dei principi assunti in quanto tali, discesi da un alto più o meno divino.
Perchè così deve essere per potersi in un qualche modo rassicurare e spiegare ciò che non si è in grado, in quanto semplici parti di un Tutto inarrivabile per noi, proprio di quel Tutto in cui viviamo. Volenti o nolenti.
E la società è una rappresentazione divina. Di una divinità a portata umana. E i suoi dogmi vengono spesso trasformati in assoluti proprio nel perdere il senso del fatto che la società è creazione umana.
I principi hanno avuto per gli uomini, da sempre, la funzione di spiegare l'inspiegabile.
la possibilità che il sole posso non sorgere e lo stupore e la gioia nel rendersi conto che sorge lo stesso. A prescindere da noi. Dalla nostra supposta influenza. Su questioni che neanche riusciamo a penetrare lontanamente.
E allora ci siamo dati, spiegazioni, regole a cui affidarci. In cui collocarci.
In cui spiegare, o almeno tentare di farlo, il senso del nostro esistere.
Quello che critico ai principi umani è che la spiegazione viene fatta e data solo ed esclusivamente in termini antropocentrici. Con una visione limitata del tempo e dello spazio. Rendendo assoluto uno spazio di tempo di vita, quello umano, che è pari a meno di un secondo rispetto al tempo e allo spazio del sistema vitale in cui viviamo.
Non parlo di assenza di morale quindi. O di assenza di principi.
Sostengo che i principi umani, in quanto produzioni umane che hanno come principale funzione quella di separarsi da una grandezza inarrivabile (e non parlo di dio che è a sua volta una creazione umana e con immagine umana) spiegandosi l'ordine del fluire della Vita nei cicli di Vita/Morte/Vita, siano imbrogli. Validi fin tanto che il trucco non viene svelato. E la Vita il trucco lo svela. Che noi lo si voglia o meno.
poi noi si può scegliere se guardare o continuare a distogliere lo sguardo. Ma è scelta. Nella confusione e nella paura.
E sostengo che quella separazione non sia funzionale alla Vita. Che spezza il ciclo.
Rendendo l'umano, che è assolutamente relativo nel Tutto, un assoluto dogmatico. Valido solo se si considera la prospettiva umana. Limitata per definizione. Senza ammetterne la limitatezza.
I legami sociali fluidi di questo periodo storico, sono dal mio punto di vista la prova del fatto che l'assunzione Acritica di principi e dogmi spezza quei legami. La nostra società è specchio di questo.
Che la società e il collettivo o è legame fra individui, o è finzione. E lo diventa quando i legami sono assunti come dogmi esterni e non come apprendimenti interni.
I dogmi o sono totalmente assunti dalla maggioranza, e in questo assumono validità, e la minoranza che non li assume viene segnata dalla lettera scarlatta del deviante, dell'outsider e quindi messa ai margini in protezione della maggioranza e in definizione della maggioranza per differenza, o cadono.
Come sta avvenendo. In ogni parte del mondo umano.
I dogmi umani sono piccola cosa rispetto ai dogmi del Sistema da cui umanamente ci difendiamo creando fortini in cui trovare rifugio.
E comprensione, dal mio punto di vista, è riconoscimento del fatto che i principi umani discendo da altro. Sono tentativi di ordinare il caos. E non viceversa.
E' l'assolutezza.
E il passivo bere alla fonte dei principi puramente umani e non inseriti in un contesto ampio, a cui come umani apparteniamo e che non ci appartiene, che io critico. E da cui, a fatica, provo a togliermi. Che i condizionamenti sono anche dentro di me. E si nutrono di me. E del mio essere umana.
Le società sono evolute discutendo dell'assolutezza della propria morale.
E aprendo alla curiosità di quello che è fuori dal recinto.
I principi possono diventare alberi su cui salire per scrutare l'orizzonte. Per poi discendere e andare a ricercare. L'orizzonte.
O possono diventare torri d'avorio i cui rinchiudersi. Giudicando il diverso e l'inconoscibile.
E' la seconda posizione che io critico.
E quando mi rendo conto di essere in una torre d'avorio...tendenzialmente provo a scassinare la serratura. Rendendomi poi conto che la chiave della porta è in mano mia. E la porta la posso aprire. Ma a quel punto la torre d'avorio è scomparsa.
E resta il territorio inesplorato.
Ad ognuno il decidere se esplorare o meno.
Trovo facile la ode, anche negativa, all'individualismo. E' un altro facile rifugio. protettivo.
Io sostengo la rete. Anche sociale. E dentro la rete si condividono esperienze ed informazioni. Cade in questo scambio l'autoreferenzialità dell'individuo e trova invece spazio il collettivo. Partecipato però. E attivo. In cui l'individuo è protagonista della sua esistenza e non pura comparsa.
Sostengo che la partecipazione autentica alla rete sia decisione individuale.
E la partecipazione autentica non riguarda la rete. Ma l'individuo. Che decide se essere ciò che è o se assumere il proprio essere dalle indicazioni altrui. Prese acriticamente e non calate nella propria individualità e diversità. Nel proprio quid distinguente. Che è questo il conoscere a cui faccio riferimento. Quello rivolto al proprio quid profondo.
Libera dal libero arbitrio che impone la scelta "o con me o contro di me".
E che genera violenza e non accettazione.
I principi sono la culla delle guerre. Giustificano la morte, non solo fisica, per interesse individuale di pochi che viene spacciato per interesse di tutti. E la responsabile dei tutti è quella accettare passivamente in virtù dei dogmi.
Venendo alla questione fedeltà.
Io ribadisco convintamente la non fiducia in chi si dichiara per principio fedele.
Alla prima scossa veramente forte quei principi, pur non cadendo, trovano facile scappatoia.
(e non parlo di scossa esterna. La scossa è interna. Le giustificazioni, come quella dell'amore, sono funzionali a collocare la scossa interna in termini sociali).
Uscite di emergenza che permettono un tradimento parziale giustificato da altri condizionamenti. Che siano l'amore o chi per lui. o i bisogni individuali. E lo rendono perdonabile.
La fedeltà io credo non sia un obiettivo. Ma sia un percorso. Interiore innanzitutto.
E lo dico da traditrice.
E riguarda l'entrare nei propri bisogni, dichiarandoli e non cercando scappatoie.
E condividendo con l'altro il percorso.
Sinceramente.
La fedeltà come obiettivo salvifico, la famiglia e l'onore, mi sembrano una finzione. Come obiettivi.
La fedeltà come percorso che si DECIDE (e non si sceglie) per se stessi. In funzione di se stessi. E si decide di condividere con l'altro. Valutando. l'affidabilità. Non nei principi. Ma nella partecipazione al percorso. E nella capacità di affidarsi senza perdere il centro di sè.
Questa è per me fedeltà.
Che riguarda la conoscenza di sè e la condivisione con chi sa esserci in onestà e chiarezza. Anche dichiarando la propria mancanza di chiarezza. E la propria confusione.
Questo è per me smontare i principi e i dogmi su cui vengono costruite norme di comportamenti prosociali, che se non sono assunti internamente come apprendimenti personali, non valgono se non il tempo in cui sono durevoli. Ed è sempre molto poco. Anche usando come unità di misura la vita umana.