celebrazioni e retorica
La guerra è stata una cosa infame. Con sofferenze inaudite e con odi che non potevano scomparire dopo pochi anni. Una guerra che ha sconvolto le anime delle persone oltre che la vita materiale. Una guerra che ha distrutto e che ha dato a molti la speranza di poter ricominciare da zero e realizzare il paradiso. Una speranza che ha tenuto in vita e ha dato la forza: una speranza illusoria, inevitabilmente, ma anche una speranza che ha permesso di ricominciare. Corollario di questa speranza è stata l'eliminazione dei "cattivi". Questo anche se i "cattivi" non sapevano di esserlo e magari avevano essi stessi sofferto da matti. E quindi giù massacri... Massacri che sono avvenuti dappertutto e che si sono aggiunti ai massacri precedenti, massacro a massacro, inumanità a inumanità... Un massacro non ne pareggia un altro ma lo raddoppia: solo che questo è facile da dire oggi mentre era meno evidente all'epoca.
Nel nostro caso un massacro che si è accompagnato allo spostamento forzato di qualche centinaio di migliaia di italiani. Ai tedeschi è andata peggio: espulsi da tutti i territori dell'Europa orientale sottratti alla Germania nel 45. Deportati quasi un milione: e quelli finiti in Urss hanno fatto la fine che hanno fatto. Per non parlare dei figli (quindi dei bambini) delle coppie sino- (e coreano-) giapponesi: nessuno è arrivato agli anni '60, colpevoli di essere figli di invasori reazionari.
I massacri sono una cosa orribile. Tutti.
Nel nostro caso ci colpisce perché sono italiani ed è giusto che sia così. E' giusto rammentarne le sofferenze: potevamo essere noi stessi nel gruppo (come potevamo esserne nel gruppo dei ebrei o dei prigionieri in Urss e così via).
E' giusto rammentarne le sofferenze. Ma è retorico celebrare queste sofferenze, poiché la celebrazione scivola nella partigianeria politica. Mi viene la nausea alle celebrazioni ufficiali della Resistenza e così me ne viene alla celebrazione ufficiale di chi ha sofferto nel caso che discutiamo. Doveva morire il comunismo per poter celebrare questi tristi eventi ma trasformare questo dramma in polemica anticomunista ora è patetico perché trasforma un dolore in una moda. Mi piace il 4 novembre, con la bandiera e la processione al Parco della Rimembranza perché è una festa che non ce l'ha con nessuno. Una festa che raduna anziani, alcuni con i segni e le decorazioni militari, che rammentano con nostalgia la giovinezza, e le bande che fanno festa: festa alla pace. Chi ha combattutto nel II conflitto ormai ha dimenticato l'orrore, per fortuna, e gioisce solo dell'esser ancora vivo avanti a quelle lapidi con infiniti nomi. Invece la Celebrazione ufficiale, con la retorica delle foibe, se la prende con altri "cattivi" per dimostrare quanto noi (chiunque sia il noi) siamo buoni. E questo è stonato, falso, patetico. Non dona nulla ha chi ha sofferto davvero e produce solo un mito giustificativo che serve non a chi ha sofferto ma solo a chi si sforza di trarne vantaggio.
Da me il 10 febbraio si ricorda un bombardamento aereo sulla città: gli americani cercavano i tedeschi, che non c'erano, e massacrarono un migliaio di civili ospitati nei giardini del Vaticano con un paio di migliaia di feriti. Tutte le famiglie ebbero almeno un morto e qualche famiglia sparì per intero. IL 2 febbraio un bombardamento aveva colpito la città obbligando tutti a sfollare e il 10 colpì gli sfollati. A mezzogiorno ogni anno suona la sirena: ma nessuno se la prende con gli americani. Si porta un fiore ai morti e non rancore a chi colpì.
Ci sono modi e modi per rammentare l'orrore: quello attuale mi sembra il peggiore: sa di ipocrisia.