Io senza accontentarmi non sarei io. Nel senso che fin da piccola ho sempre scovato pure nella polvere sul tavolo un piccolo misteriosissimo motivo per essere in qualche modo contenta. Non sono un' ottimista, se mai il contrario, è proprio un fatto percettivo, credo. Ho un'attrazione per le minuterie quotidiane, sono affascinata dai racconti della quotidianità, mi interessa il campionario umano e mi sento attivata dalla diversa curvatura delle vibrisse di due gatti diversi per strada o a casa. Mi incuriosisce l'odore delle case e delle persone, ogni tanto perfino una lattina di carne Simmenthal esercita su di me un non so che, provo ancora curiosità per la strana e scomoda usanza di cucinare la sera con la cornetta del telefono tenuta su tra spalla e guancia perchè il marito, scendendo dalla collina finito il lavoro, cala in città dovendo raccontare quello che è successo o non è successo (non è neanche necessario che io gli risponda o lo stia veramente a sentire) intanto che si fa il tragitto, parlando magari anche a un secondo telefono. Senza contare la conta degli sguardi in tralice del mio secondo figlio, famoso per i suoi sguardi in tralice, e il profilo da sezione aurea del primo mentre guarda le videocassette ancora in vhs. Il brivido del viale ombreggiato la mattina presto, prima di fare sei piani di scale a piedi al lavoro (mi accontento di questo, in quanto ad attività fisica

). La serranda della cucina è rotta, ma aspetto a chiamare il serrandista, perché è crollata in basso, e la luce che filtra solo nello spazio aperto sopra dà alla stanza una luce rosa acceso per tutto il pomeriggio. Non mi accontento, sono contenta. Che ripeto, per me è più un fatto sensoriale-percettivo che altro, ma mi fa da ottimo funtore. La felicità è altro.