Ontologia del virtuale: un po' di opinioni
Leggo e vi propongo:
... secondo Levy:
"la virtualizzazione non è il passaggio dal mondo reale a quello possibile ma il passaggio dall’attuale al potenziale, una sorta di elevazione a potenza dell’attuale. La cosa trova, secondo Levy, persino una conferma filologica, dal momento che “virtuale”, derivando dal latino “virtualis”, ha la sua radice linguistica nella parola “virtus”, che significa “forza, potenza”. Il virtuale sarebbe cioè una realtà “potenziata”, non “potenziale” .
La “potenza” del virtuale, al di là della filologia, consiste secondo Levy nella situazione di “de-territorializzazione” che riesce a creare.
Con l’ausilio del virtuale infatti, l’uomo sarebbe in grado di liberarsi dalla dipendenza dal “ci” (“da” in tedesco) di heideggeriana memoria.
1. In breve sarebbe in grado di superare i limiti spaziali e temporali impostigli dalla sua corporeità: può essere presente in tempo reale sul tavolo dello studio della sua società, grazie ad un semplice collegamento in rete, pur trovandosi fisicamente lontano, magari a casa sua.
2. La seconda conseguenza dell’ontologia del virtuale di Levy è che la virtualizzazione, cioè il passaggio dall’attuale al virtuale che si caratterizza per la “deterritorializzazione”, è un processo che caratterizza l’”ominizzazione” dell’uomo fin dall’inizio, tanto da riguardare tutti gli ambiti della cultura e della tecnica. Dove c’è “deterritorializzazione”, li’ c’è anche “virtualizzazione”: per questo Levy parla di: virtualizzazione del corpo (con i trapianti, per esempio), del testo (con la lettura), della memoria (con la scrittura), del presente (con il linguaggio), dell’azione (con la tecnica), della violenza (con il contratto), dell’intelligenza singola (con internet e l’intelligenza collettiva). Tanto per spiegare solo uno di questi esempi: il linguaggio, in particolare il racconto, rende presente un fatto accaduto ieri. Di conseguenza, deterritorializzando quel fatto dal qui e l’ora in cui è accaduto, lo “virtualizza” – ma Levy scrive questa ultima parola senza virgolette.
Secondo Philippe Quéau :
“Qu’est-ce que le virtuel? Pour la pensée classique, le virtuel est un état du réel, et non pas le contraire du réel. Ce qui est virtuel dans le réel, ce sont les essences, les formes, les causes cachées, les fins à venir… Le virtuel c’est le principe actif, le révélateur de la puissance cachée du réel. C’est ce qui est à l’oeuvre dans le réel” . Più avanti, dopo diverse considerazioni anche critiche sul virtuale, tuttavia ribadisce: “On l’a déja dit amintes fois: le virtuel n’est pas le contraire du réel, c’est l’une des formes du réel, l’un de ses masques.(…) En ce sens le virtuel est bien réel, il peut même être en quelque sorte plus ‘réel’ que le réel”