Il paradosso: veri o falsi?

Stato
Discussione chiusa ad ulteriori risposte.

Nocciola

Super Moderatore
Staff Forum
Forse perché non si fa una distinzione tra conoscenti e veri amici.

Ai conoscenti anche se la frequentazione è piacevole e di vecchia data è inutile ed a volte controproducente confidarsi intimamente.

altra cosa passare piacevoli serate parlando o cenando.

Agli amici, veri, puoi confidare tutto sempre e non si stancheranno mai di ascoltarti consigliarti confortanti.

Non si possono avere tanti amici veri.

A me ne basta una.
Quoto
 

sienne

lucida-confusa
Ciao

mmmhhh
dal vivo rido decisamente di più ...
uso le mani, cioè ho tendenza, se mi riscaldo, a gesticolare ...

ma se no, sono così ...


sienne
 

Sole

Escluso
grazie Sole, pensa che volevo stasera scriverti in privato e ringraziarti per tutto quello che hai scritto per me,
ma mi sembra doveroso, anche se imbarazzante farlo in pubblico.
grazie.
e il grazie e non per avermi certo difeso e di cui sento comunque un bisogno
ma per essere stato capito.
il più bel regalo che potessi ricevere, essere compreso.
la capacità di comprendere, di sentire l'altro non è una cosa comune,
è un dono.
nel comprendere, e tu lo sai con i tuoi scolari, impariamo...anche noi.
conosciamo l'arte della pazienza, dell'attesa, del perdono.
grazie Sole.
se hai capito me,
non puoi essere una cattiva persona,
eppure io come vedi, sono cattivo.
Grazie Spider... ora l'imbarazzata sono io.
Io non ti vedo cattivo, ma proprio per niente!
A me di solito interessa l'anima delle persone, più che altro. E per me tu hai un'anima bella e vera, io ho sempre visto questo, mi è sempre piaciuto e l'ho sempre detto senza problemi.

Poi io sono moooolto sensibile (anche troppo) e mi trovo bene coi miei simili.

Cerco comunque di prendere qualche lezione di ruvidezza da chi è più corazzato di me, di fabbricarmi una scorza. Ma mi sa che se si nasce tondi non si può morire quadrati quindi... a quasi quarant'anni forse sto incominciando ad accettarmi per quella che sono: troppo sensibboli :D

Un abbraccio Spider.
 

Fiammetta

Amazzone! Embe'. Sticazzi
Staff Forum

Fantastica

Utente di lunga data
finalmente ci siamo arrivati, certo con un pochino di ritardo.
si paragona la vita vera a questa,
virtuale.
si suppone anche che questa sia in fondo più vera.
io mi sono immaginato in mezzo agli amici veri, quelli fisici, uno solo, poi due...
in effetti sono diverso, sono me, quello che sono sempre stato. cosa sono qui?
l'espressione sublimata di una risposta, di una domanda senza regole.

siamo più veri o siamo più falsi?
Vero-falso, sincero-menzognero ... il vero io, il falso io, con che coraggio nel XXI secolo stiamo qui a perderci dietro queste ottocentesche dicotomie, dico io.
 

Fiammetta

Amazzone! Embe'. Sticazzi
Staff Forum

Fantastica

Utente di lunga data
Ontologia del virtuale: un po' di opinioni

Leggo e vi propongo:

... secondo Levy:

"la virtualizzazione non è il passaggio dal mondo reale a quello possibile ma il passaggio dall’attuale al potenziale, una sorta di elevazione a potenza dell’attuale. La cosa trova, secondo Levy, persino una conferma filologica, dal momento che “virtuale”, derivando dal latino “virtualis”, ha la sua radice linguistica nella parola “virtus”, che significa “forza, potenza”. Il virtuale sarebbe cioè una realtà “potenziata”, non “potenziale” .
La “potenza” del virtuale, al di là della filologia, consiste secondo Levy nella situazione di “de-territorializzazione” che riesce a creare.
Con l’ausilio del virtuale infatti, l’uomo sarebbe in grado di liberarsi dalla dipendenza dal “ci” (“da” in tedesco) di heideggeriana memoria.
1. In breve sarebbe in grado di superare i limiti spaziali e temporali impostigli dalla sua corporeità: può essere presente in tempo reale sul tavolo dello studio della sua società, grazie ad un semplice collegamento in rete, pur trovandosi fisicamente lontano, magari a casa sua.
2. La seconda conseguenza dell’ontologia del virtuale di Levy è che la virtualizzazione, cioè il passaggio dall’attuale al virtuale che si caratterizza per la “deterritorializzazione”, è un processo che caratterizza l’”ominizzazione” dell’uomo fin dall’inizio, tanto da riguardare tutti gli ambiti della cultura e della tecnica. Dove c’è “deterritorializzazione”, li’ c’è anche “virtualizzazione”: per questo Levy parla di: virtualizzazione del corpo (con i trapianti, per esempio), del testo (con la lettura), della memoria (con la scrittura), del presente (con il linguaggio), dell’azione (con la tecnica), della violenza (con il contratto), dell’intelligenza singola (con internet e l’intelligenza collettiva). Tanto per spiegare solo uno di questi esempi: il linguaggio, in particolare il racconto, rende presente un fatto accaduto ieri. Di conseguenza, deterritorializzando quel fatto dal qui e l’ora in cui è accaduto, lo “virtualizza” – ma Levy scrive questa ultima parola senza virgolette.

Secondo Philippe Quéau :
“Qu’est-ce que le virtuel? Pour la pensée classique, le virtuel est un état du réel, et non pas le contraire du réel. Ce qui est virtuel dans le réel, ce sont les essences, les formes, les causes cachées, les fins à venir… Le virtuel c’est le principe actif, le révélateur de la puissance cachée du réel. C’est ce qui est à l’oeuvre dans le réel” . Più avanti, dopo diverse considerazioni anche critiche sul virtuale, tuttavia ribadisce: “On l’a déja dit amintes fois: le virtuel n’est pas le contraire du réel, c’est l’une des formes du réel, l’un de ses masques.(…) En ce sens le virtuel est bien réel, il peut même être en quelque sorte plus ‘réel’ que le réel
 

Ultimo

Escluso
Leggo e vi propongo:

... secondo Levy:

"la virtualizzazione non è il passaggio dal mondo reale a quello possibile ma il passaggio dall’attuale al potenziale, una sorta di elevazione a potenza dell’attuale. La cosa trova, secondo Levy, persino una conferma filologica, dal momento che “virtuale”, derivando dal latino “virtualis”, ha la sua radice linguistica nella parola “virtus”, che significa “forza, potenza”. Il virtuale sarebbe cioè una realtà “potenziata”, non “potenziale” .
La “potenza” del virtuale, al di là della filologia, consiste secondo Levy nella situazione di “de-territorializzazione” che riesce a creare.
Con l’ausilio del virtuale infatti, l’uomo sarebbe in grado di liberarsi dalla dipendenza dal “ci” (“da” in tedesco) di heideggeriana memoria.
1. In breve sarebbe in grado di superare i limiti spaziali e temporali impostigli dalla sua corporeità: può essere presente in tempo reale sul tavolo dello studio della sua società, grazie ad un semplice collegamento in rete, pur trovandosi fisicamente lontano, magari a casa sua.
2. La seconda conseguenza dell’ontologia del virtuale di Levy è che la virtualizzazione, cioè il passaggio dall’attuale al virtuale che si caratterizza per la “deterritorializzazione”, è un processo che caratterizza l’”ominizzazione” dell’uomo fin dall’inizio, tanto da riguardare tutti gli ambiti della cultura e della tecnica. Dove c’è “deterritorializzazione”, li’ c’è anche “virtualizzazione”: per questo Levy parla di: virtualizzazione del corpo (con i trapianti, per esempio), del testo (con la lettura), della memoria (con la scrittura), del presente (con il linguaggio), dell’azione (con la tecnica), della violenza (con il contratto), dell’intelligenza singola (con internet e l’intelligenza collettiva). Tanto per spiegare solo uno di questi esempi: il linguaggio, in particolare il racconto, rende presente un fatto accaduto ieri. Di conseguenza, deterritorializzando quel fatto dal qui e l’ora in cui è accaduto, lo “virtualizza” – ma Levy scrive questa ultima parola senza virgolette.

Secondo Philippe Quéau :
“Qu’est-ce que le virtuel? Pour la pensée classique, le virtuel est un état du réel, et non pas le contraire du réel. Ce qui est virtuel dans le réel, ce sont les essences, les formes, les causes cachées, les fins à venir… Le virtuel c’est le principe actif, le révélateur de la puissance cachée du réel. C’est ce qui est à l’oeuvre dans le réel” . Più avanti, dopo diverse considerazioni anche critiche sul virtuale, tuttavia ribadisce: “On l’a déja dit amintes fois: le virtuel n’est pas le contraire du réel, c’est l’une des formes du réel, l’un de ses masques.(…) En ce sens le virtuel est bien réel, il peut même être en quelque sorte plus ‘réel’ que le réel
Non c'ho capito una beneamata ciolla. Ma leggendo te e gli altri una cosa l'ho capita, ma non da queste letture di adesso e di questo treddì, che il virtuale a me è servito come introspezione delle azioni che io ho compiuto nel passato recente e lontano. Riuscendo a digerire quanto facevo pena sono riuscito a smascherarmi per rendermi innanzitutto più umile e dopo meno coglione. Si, meno coglione, perchè il tempo di raccontarsela per sentirsi migliori, è finito.

In pratica prima avevo una virtualità doppia reale, una era quella di fare lo stronzo, e dopo di giustificarmi.Il virtuale del forum leggendovi e leggendomi mi ha insegnato a portare quello che di buono nel virtuale vedevo a realizzarlo nel reale.

Se non avete capito una minchia, vaffanculo. :D
 
Leggo e vi propongo:

... secondo Levy:

"la virtualizzazione non è il passaggio dal mondo reale a quello possibile ma il passaggio dall’attuale al potenziale, una sorta di elevazione a potenza dell’attuale. La cosa trova, secondo Levy, persino una conferma filologica, dal momento che “virtuale”, derivando dal latino “virtualis”, ha la sua radice linguistica nella parola “virtus”, che significa “forza, potenza”. Il virtuale sarebbe cioè una realtà “potenziata”, non “potenziale” .
La “potenza” del virtuale, al di là della filologia, consiste secondo Levy nella situazione di “de-territorializzazione” che riesce a creare.
Con l’ausilio del virtuale infatti, l’uomo sarebbe in grado di liberarsi dalla dipendenza dal “ci” (“da” in tedesco) di heideggeriana memoria.
1. In breve sarebbe in grado di superare i limiti spaziali e temporali impostigli dalla sua corporeità: può essere presente in tempo reale sul tavolo dello studio della sua società, grazie ad un semplice collegamento in rete, pur trovandosi fisicamente lontano, magari a casa sua.
2. La seconda conseguenza dell’ontologia del virtuale di Levy è che la virtualizzazione, cioè il passaggio dall’attuale al virtuale che si caratterizza per la “deterritorializzazione”, è un processo che caratterizza l’”ominizzazione” dell’uomo fin dall’inizio, tanto da riguardare tutti gli ambiti della cultura e della tecnica. Dove c’è “deterritorializzazione”, li’ c’è anche “virtualizzazione”: per questo Levy parla di: virtualizzazione del corpo (con i trapianti, per esempio), del testo (con la lettura), della memoria (con la scrittura), del presente (con il linguaggio), dell’azione (con la tecnica), della violenza (con il contratto), dell’intelligenza singola (con internet e l’intelligenza collettiva). Tanto per spiegare solo uno di questi esempi: il linguaggio, in particolare il racconto, rende presente un fatto accaduto ieri. Di conseguenza, deterritorializzando quel fatto dal qui e l’ora in cui è accaduto, lo “virtualizza” – ma Levy scrive questa ultima parola senza virgolette.

Secondo Philippe Quéau :
“Qu’est-ce que le virtuel? Pour la pensée classique, le virtuel est un état du réel, et non pas le contraire du réel. Ce qui est virtuel dans le réel, ce sont les essences, les formes, les causes cachées, les fins à venir… Le virtuel c’est le principe actif, le révélateur de la puissance cachée du réel. C’est ce qui est à l’oeuvre dans le réel” . Più avanti, dopo diverse considerazioni anche critiche sul virtuale, tuttavia ribadisce: “On l’a déja dit amintes fois: le virtuel n’est pas le contraire du réel, c’est l’une des formes du réel, l’un de ses masques.(…) En ce sens le virtuel est bien réel, il peut même être en quelque sorte plus ‘réel’ que le réel
zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz
zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz
zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz
zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz
zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz
pardonne moi mais la palpebre elle m'est calé
 

Fantastica

Utente di lunga data
Non c'ho capito una beneamata ciolla. Ma leggendo te e gli altri una cosa l'ho capita, ma non da queste letture di adesso e di questo treddì, che il virtuale a me è servito come introspezione delle azioni che io ho compiuto nel passato recente e lontano. Riuscendo a digerire quanto facevo pena sono riuscito a smascherarmi per rendermi innanzitutto più umile e dopo meno coglione. Si, meno coglione, perchè il tempo di raccontarsela per sentirsi migliori, è finito.

In pratica prima avevo una virtualità doppia reale, una era quella di fare lo stronzo, e dopo di giustificarmi.Il virtuale del forum leggendovi e leggendomi mi ha insegnato a portare quello che di buono nel virtuale vedevo a realizzarlo nel reale.

Se non avete capito una minchia, vaffanculo. :D
Io credo di aver capito e, anche se non ci credi, la tua esperienza conferma l'opinione di Levy!
Ammazza che intellettuale che dorme in te:D
 

JON

Utente di lunga data
zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz
zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz
zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz
zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz
zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz
pardonne moi mais la palpebre elle m'est calé
Di la c'è biri che parla della sua insonnia....forse se prova con sto trattato risolve.
 

JON

Utente di lunga data
Leggo e vi propongo:

... secondo Levy:

"la virtualizzazione non è il passaggio dal mondo reale a quello possibile ma il passaggio dall’attuale al potenziale, una sorta di elevazione a potenza dell’attuale. La cosa trova, secondo Levy, persino una conferma filologica, dal momento che “virtuale”, derivando dal latino “virtualis”, ha la sua radice linguistica nella parola “virtus”, che significa “forza, potenza”. Il virtuale sarebbe cioè una realtà “potenziata”, non “potenziale” .
La “potenza” del virtuale, al di là della filologia, consiste secondo Levy nella situazione di “de-territorializzazione” che riesce a creare.
Con l’ausilio del virtuale infatti, l’uomo sarebbe in grado di liberarsi dalla dipendenza dal “ci” (“da” in tedesco) di heideggeriana memoria.
1. In breve sarebbe in grado di superare i limiti spaziali e temporali impostigli dalla sua corporeità: può essere presente in tempo reale sul tavolo dello studio della sua società, grazie ad un semplice collegamento in rete, pur trovandosi fisicamente lontano, magari a casa sua.
2. La seconda conseguenza dell’ontologia del virtuale di Levy è che la virtualizzazione, cioè il passaggio dall’attuale al virtuale che si caratterizza per la “deterritorializzazione”, è un processo che caratterizza l’”ominizzazione” dell’uomo fin dall’inizio, tanto da riguardare tutti gli ambiti della cultura e della tecnica. Dove c’è “deterritorializzazione”, li’ c’è anche “virtualizzazione”: per questo Levy parla di: virtualizzazione del corpo (con i trapianti, per esempio), del testo (con la lettura), della memoria (con la scrittura), del presente (con il linguaggio), dell’azione (con la tecnica), della violenza (con il contratto), dell’intelligenza singola (con internet e l’intelligenza collettiva). Tanto per spiegare solo uno di questi esempi: il linguaggio, in particolare il racconto, rende presente un fatto accaduto ieri. Di conseguenza, deterritorializzando quel fatto dal qui e l’ora in cui è accaduto, lo “virtualizza” – ma Levy scrive questa ultima parola senza virgolette.

Secondo Philippe Quéau :
“Qu’est-ce que le virtuel? Pour la pensée classique, le virtuel est un état du réel, et non pas le contraire du réel. Ce qui est virtuel dans le réel, ce sont les essences, les formes, les causes cachées, les fins à venir… Le virtuel c’est le principe actif, le révélateur de la puissance cachée du réel. C’est ce qui est à l’oeuvre dans le réel” . Più avanti, dopo diverse considerazioni anche critiche sul virtuale, tuttavia ribadisce: “On l’a déja dit amintes fois: le virtuel n’est pas le contraire du réel, c’est l’une des formes du réel, l’un de ses masques.(…) En ce sens le virtuel est bien réel, il peut même être en quelque sorte plus ‘réel’ que le réel
Fantà, ma tu a quest'ora te ne esci con una mappa del genere?
 

Joey Blow

Escluso
Leggo e vi propongo:

... secondo Levy:

"la virtualizzazione non è il passaggio dal mondo reale a quello possibile ma il passaggio dall’attuale al potenziale, una sorta di elevazione a potenza dell’attuale. La cosa trova, secondo Levy, persino una conferma filologica, dal momento che “virtuale”, derivando dal latino “virtualis”, ha la sua radice linguistica nella parola “virtus”, che significa “forza, potenza”. Il virtuale sarebbe cioè una realtà “potenziata”, non “potenziale” .
La “potenza” del virtuale, al di là della filologia, consiste secondo Levy nella situazione di “de-territorializzazione” che riesce a creare.
Con l’ausilio del virtuale infatti, l’uomo sarebbe in grado di liberarsi dalla dipendenza dal “ci” (“da” in tedesco) di heideggeriana memoria.
1. In breve sarebbe in grado di superare i limiti spaziali e temporali impostigli dalla sua corporeità: può essere presente in tempo reale sul tavolo dello studio della sua società, grazie ad un semplice collegamento in rete, pur trovandosi fisicamente lontano, magari a casa sua.
2. La seconda conseguenza dell’ontologia del virtuale di Levy è che la virtualizzazione, cioè il passaggio dall’attuale al virtuale che si caratterizza per la “deterritorializzazione”, è un processo che caratterizza l’”ominizzazione” dell’uomo fin dall’inizio, tanto da riguardare tutti gli ambiti della cultura e della tecnica. Dove c’è “deterritorializzazione”, li’ c’è anche “virtualizzazione”: per questo Levy parla di: virtualizzazione del corpo (con i trapianti, per esempio), del testo (con la lettura), della memoria (con la scrittura), del presente (con il linguaggio), dell’azione (con la tecnica), della violenza (con il contratto), dell’intelligenza singola (con internet e l’intelligenza collettiva). Tanto per spiegare solo uno di questi esempi: il linguaggio, in particolare il racconto, rende presente un fatto accaduto ieri. Di conseguenza, deterritorializzando quel fatto dal qui e l’ora in cui è accaduto, lo “virtualizza” – ma Levy scrive questa ultima parola senza virgolette.

Secondo Philippe Quéau :
“Qu’est-ce que le virtuel? Pour la pensée classique, le virtuel est un état du réel, et non pas le contraire du réel. Ce qui est virtuel dans le réel, ce sont les essences, les formes, les causes cachées, les fins à venir… Le virtuel c’est le principe actif, le révélateur de la puissance cachée du réel. C’est ce qui est à l’oeuvre dans le réel” . Più avanti, dopo diverse considerazioni anche critiche sul virtuale, tuttavia ribadisce: “On l’a déja dit amintes fois: le virtuel n’est pas le contraire du réel, c’est l’une des formes du réel, l’un de ses masques.(…) En ce sens le virtuel est bien réel, il peut même être en quelque sorte plus ‘réel’ que le réel

 

Fiammetta

Amazzone! Embe'. Sticazzi
Staff Forum
Leggo e vi propongo:

... secondo Levy:

"la virtualizzazione non è il passaggio dal mondo reale a quello possibile ma il passaggio dall’attuale al potenziale, una sorta di elevazione a potenza dell’attuale. La cosa trova, secondo Levy, persino una conferma filologica, dal momento che “virtuale”, derivando dal latino “virtualis”, ha la sua radice linguistica nella parola “virtus”, che significa “forza, potenza”. Il virtuale sarebbe cioè una realtà “potenziata”, non “potenziale” .
La “potenza” del virtuale, al di là della filologia, consiste secondo Levy nella situazione di “de-territorializzazione” che riesce a creare.
Con l’ausilio del virtuale infatti, l’uomo sarebbe in grado di liberarsi dalla dipendenza dal “ci” (“da” in tedesco) di heideggeriana memoria.
1. In breve sarebbe in grado di superare i limiti spaziali e temporali impostigli dalla sua corporeità: può essere presente in tempo reale sul tavolo dello studio della sua società, grazie ad un semplice collegamento in rete, pur trovandosi fisicamente lontano, magari a casa sua.
2. La seconda conseguenza dell’ontologia del virtuale di Levy è che la virtualizzazione, cioè il passaggio dall’attuale al virtuale che si caratterizza per la “deterritorializzazione”, è un processo che caratterizza l’”ominizzazione” dell’uomo fin dall’inizio, tanto da riguardare tutti gli ambiti della cultura e della tecnica. Dove c’è “deterritorializzazione”, li’ c’è anche “virtualizzazione”: per questo Levy parla di: virtualizzazione del corpo (con i trapianti, per esempio), del testo (con la lettura), della memoria (con la scrittura), del presente (con il linguaggio), dell’azione (con la tecnica), della violenza (con il contratto), dell’intelligenza singola (con internet e l’intelligenza collettiva). Tanto per spiegare solo uno di questi esempi: il linguaggio, in particolare il racconto, rende presente un fatto accaduto ieri. Di conseguenza, deterritorializzando quel fatto dal qui e l’ora in cui è accaduto, lo “virtualizza” – ma Levy scrive questa ultima parola senza virgolette.

Secondo Philippe Quéau :
“Qu’est-ce que le virtuel? Pour la pensée classique, le virtuel est un état du réel, et non pas le contraire du réel. Ce qui est virtuel dans le réel, ce sont les essences, les formes, les causes cachées, les fins à venir… Le virtuel c’est le principe actif, le révélateur de la puissance cachée du réel. C’est ce qui est à l’oeuvre dans le réel” . Più avanti, dopo diverse considerazioni anche critiche sul virtuale, tuttavia ribadisce: “On l’a déja dit amintes fois: le virtuel n’est pas le contraire du réel, c’est l’une des formes du réel, l’un de ses masques.(…) En ce sens le virtuel est bien réel, il peut même être en quelque sorte plus ‘réel’ que le réel
Fanti sei fantastica :rolleyes: :smile:
 

Fiammetta

Amazzone! Embe'. Sticazzi
Staff Forum
Non c'ho capito una beneamata ciolla. Ma leggendo te e gli altri una cosa l'ho capita, ma non da queste letture di adesso e di questo treddì, che il virtuale a me è servito come introspezione delle azioni che io ho compiuto nel passato recente e lontano. Riuscendo a digerire quanto facevo pena sono riuscito a smascherarmi per rendermi innanzitutto più umile e dopo meno coglione. Si, meno coglione, perchè il tempo di raccontarsela per sentirsi migliori, è finito.

In pratica prima avevo una virtualità doppia reale, una era quella di fare lo stronzo, e dopo di giustificarmi.Il virtuale del forum leggendovi e leggendomi mi ha insegnato a portare quello che di buono nel virtuale vedevo a realizzarlo nel reale.

Se non avete capito una minchia, vaffanculo. :D
Maroooooo che mal di testa :D
 
Stato
Discussione chiusa ad ulteriori risposte.
Top