Rabarbaro
Escluso
(Ciao Fantastica!)
Anche quando non vuoi, in te permangono sia l'uomo che profuma eternamente di rose, sia l'uomo che tartaglia, biascica e barbuglia, e dentro di te sono impastati, come il lievito nel pane, tanto da non poterli dividere, tanto da doverli mangiare assieme per l'ineluttabilità, per l'incapacità e per non morire.
Basta poco di entrambi per sentire che il nettare della mente e l'ambrosia del cuore diventano una controdanza di dame e cavalieri che intrecciano fiori e nastri colorati nel dì di Calendimaggio e nella stessa notte si attorcigliano le membra, l'uno con l'altro, per schifare la sciocca voglia che ha la pelle di diventare velluto sotto ad un corpo altrettanto morbido ed i capelli di essere pettinati dalle mani che ora li stringono ed un attimo dopo li lasciano, appena prima di strapparli, appena dopo che han fatto male.
Con questa concordanza di contaminazioni si vive dentro ad una bolla, una bolla che non scoppia perchè il soffio che la riempie è alimentato dalla sottile forza di chi non è più un intero e da chi è la parte che manca, che ti manca da colui che non ha bisogno di dartela perchè tu non fugga e da chi, pur donandotela, non ti vedrà mai arrivare a lui.
Durante questa solennità dell'irrisolutezza i riti sono codificati dalla metabolizzazione dell'insoluto e dalla ciclica fine dell'eternità e, come un serpente che mangia la propria vecchia pelle, vai ricacciando dentro ciò che non sta più bene fuori, con battiti sordi e sincopati richiami i vermi a far da esca per il vile pesce di fango, quando ben sai che il tritone che vorresti ha ben altro appetito e vivi la notte dei cristalli del tuo cuore ogni volta che lo senti battere per qualcosa da poco.
E ti ferisci gli occhi come correndo stralunata in una nebbia di sale quando senti che i suoi sussurri sono stati solo semi sparpagliati sui sassi, mentre l'altro ti regala l'aria contenuta nei polmoni che gli abitano nel petto, quando lo stringi fra le tue braccia, perchè l'altro ha scelto che la metà di sé non può essere un intero per te.
Forse, quando anche dopo tre docce non riesci a pulirti dallo sporco che ti senti addosso, è perchè non stai lavando la persona giusta, ma il tuo doppelganger affettivo, la stessa sostanza del bisogno, ma due volte più avida, di sé, di lui e di quell'altro, uniti e terribilmente scissi nel medesimo tempo, nello stesso abbraccio.
Già, la seduzione del "video meliora proboque, deteriora sequor" e una certa "Simpathy for the devil" hanno il potere di insinuarsi e di dissuadersi alternativamente, tra un sorso di nepente ed un fiore di loto da masticare fino a succedersi senza soluzione di continuità, sempre più rapidamente, fino a salire l'uno sulla groppa dell'altro ed a procedere nei giorni, nei mesi e negli anni senza sapere più di chi sono i piedi che toccano il terreno e di chi la testa che li guida da qualche parte, ammesso che ci sia una parte che sia disposta a non rigettarli al loro arrivo.
Ha forse senso dire che vivi in una doppia pelle, più che scissa, perchè chi ha due teste vede con quattro occhi, mentre chi ha una corazza multipla si fa meno male, meno male di chi vede contemporaneamente il davanti ed il retro, il futuro ed il passato, tutto quello che ha perduto e ciò che non avrà mai, mentre l'involucro, il nostro e quello che abbiamo rubato, magari ad un orso solitario che mai ci perdonerà di aver faticato tanto per averlo ucciso solo allo scopo di diventare come lui, annienta i sensi e ci protegge dal buio e dal freddo, quelli che ci sono anche sotto la canicola d'Agosto, pechè li abbiamo dentro di noi.
In nome di una sessualità borbonica si lascia prima di essere lasciati, un po' per il senso di incompletezza che gli uomini, i maschi, hanno tatuato nel cuore dal giorno in cui i denti bianchissimi di una ragazzina bella come una cavalletta sull'erba lo hanno schernito ed un po' anche per l'autocompiacimento di sentirsi forti e piccoli eroi, quando si protegge chi si ama da un pericolo o quando gli si porta un piccolo dono, pure se non capisse che il dono è la nostra assenza e i pericolo veste i nostri stessi panni.
Le mani da mendicante, abituate sempre a prendere piuttosto che a dare, sono talvolta gli stessi artigli che fanno a brani le marginalità estemporanee che riempiono il bisogno di chi non desidera e non abbisogna, l'uno perchè pecca di fantasia, l'altro perchè ha sempre avuto troppo.
Ma cannibalizzare la propia anima non ha senso se non per coloro che pur strappandosela non ne verrebbero in nulla cambiati, per gli altri, gli schiavi di una protocultura ancor prima e ancor meglio dei maggiordomi delle intenzioni, è uno snaturarsi e un consumarsi lentamente, fino ad essere abbastanza differenti dal sé di prima, tanto da godere dell'assenza delle necessita di prima e da riuscire a ridere mentre ci si rotola nel letto col nemico.
Non è che fare l'amore sia sempre un 'Boia chi molla!' mitocondriale, ma spesso e per qualcuno abituato ai pensieri raffinati con ancora maggior frequenza, lo diventa allorquando si trasforma, con la sua negazione, ipso facto in una perseverante maldicenza di sé da parte propria.
Ora, il difetto genera diffidenza, la diffidenza detestabilità e la detestabilità detrazione e, quasi che il proprio amatore fosse un novello duca Valentino che urlasse sempre "Aut Caesar, aut nihil!", ci si ritira in buon ordine con la carrozzeria ammaccata così come l'orgoglio.
Per questo si comprende, e si deve comprendere, il lui che -ammonito- si autoesonera con dignitosa prassi.
Quand'anche poi tu, indigente di carezze virili, ti fossi avvicinata al merendone d'antico disio mai sopito per avere un tripode pronto e conveniente all'uso, ello, che pur sempre è umanamente degno di considerazione, va usato con parsimonia, vuoi per non rendergli frusta la moglie e il cavallo, vuoi per non rendere te serva di tal gleba.
Resta infatti molto da non deturpare, fuori e dentro di te, e poco c'entrano gli altri quando si ha un cervello sufficientemente capace di discenere così come poco centrano le frecce che scagliamo se abbiamo gli occhi bendati e, dopo molti giri su noi stessi, dirigiamo l'arco verso un bersaglio che ha cambiato posizione infinite volte.
Sì, perchè i bersagli cambiano posizione sempre, perchè hanno vita e gambe possenti che scalpitano come sauri bai dalla mordecchia schiumosa a restar legati al canapo corto e stretto.
Tutti siamo bersagli, di amore autocommiserante, di desiderio lampante, di usuali confidenze e di lascività decadute, i primi due se l'handicap ci coglie disamora e viene visto pietosamente, gli altri se si ha un passato irrisolto da parte di chi ha perscuta un futuro per sé evanescente.
Uno di questi sei tu.
Va da sé che sarà tuo compito dare un nome agli altri due.
Zenit e Nadir.
Anche quando non vuoi, in te permangono sia l'uomo che profuma eternamente di rose, sia l'uomo che tartaglia, biascica e barbuglia, e dentro di te sono impastati, come il lievito nel pane, tanto da non poterli dividere, tanto da doverli mangiare assieme per l'ineluttabilità, per l'incapacità e per non morire.
Basta poco di entrambi per sentire che il nettare della mente e l'ambrosia del cuore diventano una controdanza di dame e cavalieri che intrecciano fiori e nastri colorati nel dì di Calendimaggio e nella stessa notte si attorcigliano le membra, l'uno con l'altro, per schifare la sciocca voglia che ha la pelle di diventare velluto sotto ad un corpo altrettanto morbido ed i capelli di essere pettinati dalle mani che ora li stringono ed un attimo dopo li lasciano, appena prima di strapparli, appena dopo che han fatto male.
Con questa concordanza di contaminazioni si vive dentro ad una bolla, una bolla che non scoppia perchè il soffio che la riempie è alimentato dalla sottile forza di chi non è più un intero e da chi è la parte che manca, che ti manca da colui che non ha bisogno di dartela perchè tu non fugga e da chi, pur donandotela, non ti vedrà mai arrivare a lui.
Durante questa solennità dell'irrisolutezza i riti sono codificati dalla metabolizzazione dell'insoluto e dalla ciclica fine dell'eternità e, come un serpente che mangia la propria vecchia pelle, vai ricacciando dentro ciò che non sta più bene fuori, con battiti sordi e sincopati richiami i vermi a far da esca per il vile pesce di fango, quando ben sai che il tritone che vorresti ha ben altro appetito e vivi la notte dei cristalli del tuo cuore ogni volta che lo senti battere per qualcosa da poco.
E ti ferisci gli occhi come correndo stralunata in una nebbia di sale quando senti che i suoi sussurri sono stati solo semi sparpagliati sui sassi, mentre l'altro ti regala l'aria contenuta nei polmoni che gli abitano nel petto, quando lo stringi fra le tue braccia, perchè l'altro ha scelto che la metà di sé non può essere un intero per te.
Forse, quando anche dopo tre docce non riesci a pulirti dallo sporco che ti senti addosso, è perchè non stai lavando la persona giusta, ma il tuo doppelganger affettivo, la stessa sostanza del bisogno, ma due volte più avida, di sé, di lui e di quell'altro, uniti e terribilmente scissi nel medesimo tempo, nello stesso abbraccio.
Già, la seduzione del "video meliora proboque, deteriora sequor" e una certa "Simpathy for the devil" hanno il potere di insinuarsi e di dissuadersi alternativamente, tra un sorso di nepente ed un fiore di loto da masticare fino a succedersi senza soluzione di continuità, sempre più rapidamente, fino a salire l'uno sulla groppa dell'altro ed a procedere nei giorni, nei mesi e negli anni senza sapere più di chi sono i piedi che toccano il terreno e di chi la testa che li guida da qualche parte, ammesso che ci sia una parte che sia disposta a non rigettarli al loro arrivo.
Ha forse senso dire che vivi in una doppia pelle, più che scissa, perchè chi ha due teste vede con quattro occhi, mentre chi ha una corazza multipla si fa meno male, meno male di chi vede contemporaneamente il davanti ed il retro, il futuro ed il passato, tutto quello che ha perduto e ciò che non avrà mai, mentre l'involucro, il nostro e quello che abbiamo rubato, magari ad un orso solitario che mai ci perdonerà di aver faticato tanto per averlo ucciso solo allo scopo di diventare come lui, annienta i sensi e ci protegge dal buio e dal freddo, quelli che ci sono anche sotto la canicola d'Agosto, pechè li abbiamo dentro di noi.
In nome di una sessualità borbonica si lascia prima di essere lasciati, un po' per il senso di incompletezza che gli uomini, i maschi, hanno tatuato nel cuore dal giorno in cui i denti bianchissimi di una ragazzina bella come una cavalletta sull'erba lo hanno schernito ed un po' anche per l'autocompiacimento di sentirsi forti e piccoli eroi, quando si protegge chi si ama da un pericolo o quando gli si porta un piccolo dono, pure se non capisse che il dono è la nostra assenza e i pericolo veste i nostri stessi panni.
Le mani da mendicante, abituate sempre a prendere piuttosto che a dare, sono talvolta gli stessi artigli che fanno a brani le marginalità estemporanee che riempiono il bisogno di chi non desidera e non abbisogna, l'uno perchè pecca di fantasia, l'altro perchè ha sempre avuto troppo.
Ma cannibalizzare la propia anima non ha senso se non per coloro che pur strappandosela non ne verrebbero in nulla cambiati, per gli altri, gli schiavi di una protocultura ancor prima e ancor meglio dei maggiordomi delle intenzioni, è uno snaturarsi e un consumarsi lentamente, fino ad essere abbastanza differenti dal sé di prima, tanto da godere dell'assenza delle necessita di prima e da riuscire a ridere mentre ci si rotola nel letto col nemico.
Non è che fare l'amore sia sempre un 'Boia chi molla!' mitocondriale, ma spesso e per qualcuno abituato ai pensieri raffinati con ancora maggior frequenza, lo diventa allorquando si trasforma, con la sua negazione, ipso facto in una perseverante maldicenza di sé da parte propria.
Ora, il difetto genera diffidenza, la diffidenza detestabilità e la detestabilità detrazione e, quasi che il proprio amatore fosse un novello duca Valentino che urlasse sempre "Aut Caesar, aut nihil!", ci si ritira in buon ordine con la carrozzeria ammaccata così come l'orgoglio.
Per questo si comprende, e si deve comprendere, il lui che -ammonito- si autoesonera con dignitosa prassi.
Quand'anche poi tu, indigente di carezze virili, ti fossi avvicinata al merendone d'antico disio mai sopito per avere un tripode pronto e conveniente all'uso, ello, che pur sempre è umanamente degno di considerazione, va usato con parsimonia, vuoi per non rendergli frusta la moglie e il cavallo, vuoi per non rendere te serva di tal gleba.
Resta infatti molto da non deturpare, fuori e dentro di te, e poco c'entrano gli altri quando si ha un cervello sufficientemente capace di discenere così come poco centrano le frecce che scagliamo se abbiamo gli occhi bendati e, dopo molti giri su noi stessi, dirigiamo l'arco verso un bersaglio che ha cambiato posizione infinite volte.
Sì, perchè i bersagli cambiano posizione sempre, perchè hanno vita e gambe possenti che scalpitano come sauri bai dalla mordecchia schiumosa a restar legati al canapo corto e stretto.
Tutti siamo bersagli, di amore autocommiserante, di desiderio lampante, di usuali confidenze e di lascività decadute, i primi due se l'handicap ci coglie disamora e viene visto pietosamente, gli altri se si ha un passato irrisolto da parte di chi ha perscuta un futuro per sé evanescente.
Uno di questi sei tu.
Va da sé che sarà tuo compito dare un nome agli altri due.
Zenit e Nadir.