Laddove manchi la frizione di troppe (spesso fraintese) parole, abbiamo vissuto, pieni e non certo privi di senso, il silenzioso tacito accordo, e la silenziosa attesa in cui si serbano il già stato e il da venire nel rispetto (distanza opportuna) dovuto. Abbiamo vissuto il silenzio della carezza, abbiamo vissuto la strana intesa che converge sul non detto, nel parlare discorsi- chiacchiere su cose irrilevanti, recitando copioni sociali, in cui di ciò che ci importa non diciamo niente (“Come va?”, “Dove sei stato in ferie?”, ” Che caldo ...), ma ci scambiamo silenziosa condivisione. Perchè pure qui, nel fluire piano della convenzione sociale, suona, nella chiacchiera che fa da collante e facilitatore sociale, un accordo non detto. Risuona infatti in queste e molte altre esperienze un silenzioso non-suono che fa da spazio contenente il possibile accordo (o disaccordo peraltro, nell’odio sordo, nell’indifferenza, o nella chiacchiera quando invece riempie un silenzioso vuoto di affetti).
In verità il silenzio è allora lo sfondo. Ove sono serbati, custoditi suoni e parole, ogni cosa. Silenzio è spazio dell’apparire, serbatoio dei suoni e dei segni. In qualche modo in esso sono contenute tutte le storie, prima e dopo che sono vissute o narrate, nel mentre altre sono esposte.
Silenzio è infatti anche la mancanza della risposta a un appello. Il silenzio degli amici, gli affetti, gli amori che la vita ha reso lontani e portati definitivamente altrove, di coloro che non cerchiamo e non ci cercano più. Il nostro silenzio, anche affettivo, verso i molti che ci interessano niente o poco; il silenzio può essere inteso come la stessa apertura della relazione che ci costituisce comunque, perciò fa sentire il suo peso, nel momento in cui esso appare nella tensione relazionale come risposta al lato che, in tale tensione, tace.