L'impossibilità di giocare a carte scoperte

Skorpio

Utente di lunga data
L'impossibilità di giocare a carte scoperte

In un confronto in un contesto qualsiasi, di lavoro, familiare o altro, vi siete mai trovati nella impossibilità di "giocare liberamente" a carte scoperte?

Perché avete un segreto inconfessabile?
O una macchia da nascondere?
O qualcosa o qualcuno da difendere?

Se si, come vi siete sentiti?

Avete barato?
O siete fuggiti chiudendovi in voi stessi e rifiutando il confronto?
 

Martes

Utente di lunga data
In un confronto in un contesto qualsiasi, di lavoro, familiare o altro, vi siete mai trovati nella impossibilità di "giocare liberamente" a carte scoperte?

Perché avete un segreto inconfessabile?
O una macchia da nascondere?
O qualcosa o qualcuno da difendere?

Se si, come vi siete sentiti?

Avete barato?
O siete fuggiti chiudendovi in voi stessi e rifiutando il confronto?
Interessante quesito!

Io scopro o meno le carte a seconda del tipo di gioco e del giocatore che ho di fronte.

Per questioni di lavoro può essere anche una tattica condivisa e può funzionare (a volte) tenerle coperte perché più facile e comodo per tutti. Altre volte però scoppiano casini tremendi se non si gioca bene.

Nelle questioni personali le posso scoprire solo se l'altro giocatore è in grado di vedere e reggere il colpo, cosa assai rara e preziosa.
Altrimenti tengo tutto coperto e poi va a finire che fuggo, perché nel chiuso la faccenda marcisce e non è più possibile rimanere nello stantìo
 

Brunetta

Utente di lunga data
In un confronto in un contesto qualsiasi, di lavoro, familiare o altro, vi siete mai trovati nella impossibilità di "giocare liberamente" a carte scoperte?

Perché avete un segreto inconfessabile?
O una macchia da nascondere?
O qualcosa o qualcuno da difendere?

Se si, come vi siete sentiti?

Avete barato?
O siete fuggiti chiudendovi in voi stessi e rifiutando il confronto?
Nel senso che per educazione non puoi dire a una capra è una capra?
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
In un confronto in un contesto qualsiasi, di lavoro, familiare o altro, vi siete mai trovati nella impossibilità di "giocare liberamente" a carte scoperte?

Perché avete un segreto inconfessabile?
O una macchia da nascondere?
O qualcosa o qualcuno da difendere?

Se si, come vi siete sentiti?

Avete barato?
O siete fuggiti chiudendovi in voi stessi e rifiutando il confronto?
Io gioco sempre a carte coperte.

A seconda del chi decido se scoprirle oppure no e quali scoprire.

A volte baro. A volte bluffo. A volte chiudo.

Il segreto sono io. :)
Ergo, come tutti i segreti che si rispettino, è condivisibile solo con chi ne è degno.
Ossia, meno persone delle dita di una mano (monca, a volte).

Ma non penso sia una impossibilità. Semplicemente i livelli con cui ci si confronta quotidianamente sono talmente tanti e variegati che una costruzione di personalità una minimo strutturata semplicemente non ci stia tutta insieme.

Mentre rispondevo pensavo di giocare a carte scoperte - veramente scoperte - anche solo in alcuni miei luoghi di lavoro...mi sono sputacchiata il caffè addosso :rotfl::carneval:
 
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brenin

Utente
Staff Forum
Io gioco sempre a carte coperte.

A seconda del chi decido se scoprirle oppure no e quali scoprire.

A volte baro. A volte bluffo. A volte chiudo.

Il segreto sono io. :)
Ergo, come tutti i segreti che si rispettino, è condivisibile solo con chi ne è degno.
Ossia, meno persone delle dita di una mano (monca, a volte).

Ma non penso sia una impossibilità. Semplicemente i livelli con cui ci si confronta quotidianamente sono talmente tanti e variegati che una costruzione di personalità una minimo strutturata semplicemente non ci stia tutta insieme.

Mentre rispondevo pensavo di giocare a carte scoperte - veramente scoperte - anche solo in alcuni miei luoghi di lavoro...mi sono sputacchiata il caffè addosso :rotfl::carneval:
Condivido quasi tutto..... tranne il condivisibile ( letto così sembrerebbe al 100 % .... ). Non penso sia facile arrivare ad un tale livello ( per quanto mi riguarda quasi del tutto impossibile, lo spirito di autodifesa e conservazione prende sempre il sopravvento....:) ).
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Condivido quasi tutto..... tranne il condivisibile ( letto così sembrerebbe al 100 % .... ). Non penso sia facile arrivare ad un tale livello ( per quanto mi riguarda quasi del tutto impossibile, lo spirito di autodifesa e conservazione prende sempre il sopravvento....:) ).
Grazie per aver precisato @brenin :)

E' una precisazione importante, che condivido e che avevo dato scontata.

Nell'altro post la condivisione a cui mi riferivo era quella all'esplicitazione della presenza del segreto - mi sono accorta che c'è un sacco di gente convinta che non ci sia segreto, che esista una esposizione completamente trasparente, ne resto ancora stupefatta, fin da bambina ho sempre dato per scontato l'esatto contrario, ossia che nessuno è mai completamente esposto e trasparente -
In immagine è una cosa come presentare la scatola, dichiarare che c'è un contenuto. Sulla condivisione del contenuto è un ulteriore passaggio, che è comunque conseguente al mio considerare degno l'altro di avvicinarsi a quella "scatola".

Per me c'è una parte di segreto che resta mia, quello spazio in cui vado quando ho bisogno di stare con me e rilassarmi, farmi compagnia, consolarmi, pensarmi e accarezzarmi.

Ed è uno spazio in cui non desidero far entrare proprio nessuno, all'infuori di me. E' il mio nucleo essenziale. Quello spazio, a prescindere dagli avvenimenti, dove vado a ricongiungermi con me, inviolata.
E qui si colloca quell'istinto di autodifesa e conservazione che ha comunque il sopravvento su ogni cosa di cui parli

A volte, in particolare in passato, era irraggiungibile pure a me quello spazio...allora era una sensazione sorda di mancanza di qualcosa di fondamentale che non riuscivo a collocare e comprendere, che non trovava collocazione se non nella tristezza, nella sensazione di abbandono e perdita, come un lutto che si rinnovava.

Adesso è una cosa diversa, è la Presenza di una Assenza in me, la consapevolezza di esserci nella mancanza, una sensazione di melanconia che mi accarezza e mi fa compagnia piacevole. Credo sia qui che si colloca il mio piacere della solitudine.

E poi c'è il mio percepire l'irraggiungibilità del 100% di me, ossia il sapere che neanche io conosco - ancora o forse mai - il 100% del segreto di me e se non lo conosco io, non posso neppure prendere in considerazione di condividerlo con qualcun altro.

In questo svincolo però per me si colloca la "preziosità" di una relazione...quando incontro qualcuno che vede, che riconosce, quella parte di 100% che è nascosta anche al mio sguardo, che è ancora dietro al velo...e inizia quel dialogo fra ombre, reciprocamente.

Spero di essere riuscita a spiegarmi :eek:
 
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brenin

Utente
Staff Forum
Grazie per aver precisato @brenin :)

E' una precisazione importante, che condivido e che avevo dato scontata.

Nell'altro post la condivisione a cui mi riferivo era quella all'esplicitazione della presenza del segreto - mi sono accorta che c'è un sacco di gente convinta che non ci sia segreto, che esista una esposizione completamente trasparente, ne resto ancora stupefatta, fin da bambina ho sempre dato per scontato l'esatto contrario, ossia che nessuno è mai completamente esposto e trasparente -
In immagine è una cosa come presentare la scatola, dichiarare che c'è un contenuto. Sulla condivisione del contenuto è un ulteriore passaggio, che è comunque conseguente al mio considerare degno l'altro di avvicinarsi a quella "scatola".

Per me c'è una parte di segreto che resta mia, quello spazio in cui vado quando ho bisogno di stare con me e rilassarmi, farmi compagnia, consolarmi, pensarmi e accarezzarmi.

Ed è uno spazio in cui non desidero far entrare proprio nessuno, all'infuori di me. E' il mio nucleo essenziale. Quello spazio, a prescindere dagli avvenimenti, dove vado a ricongiungermi con me, inviolata.
E qui si colloca quell'istinto di autodifesa e conservazione che ha comunque il sopravvento su ogni cosa di cui parli

A volte, in particolare in passato, era irraggiungibile pure a me quello spazio...allora era una sensazione sorda di mancanza di qualcosa di fondamentale che non riuscivo a collocare e comprendere, che non trovava collocazione se non nella tristezza, nella sensazione di abbandono e perdita, come un lutto che si rinnovava.

Adesso è una cosa diversa, è la Presenza di una Assenza in me, la consapevolezza di esserci nella mancanza, una sensazione di melanconia che mi accarezza e mi fa compagnia piacevole. Credo sia qui che si colloca il mio piacere della solitudine.

E poi c'è il mio percepire l'irraggiungibilità del 100% di me, ossia il sapere che neanche io conosco - ancora o forse mai - il 100% del segreto di me e se non lo conosco io, non posso neppure prendere in considerazione di condividerlo con qualcun altro.

In questo svincolo però per me si colloca la "preziosità" di una relazione...quando incontro qualcuno che vede, che riconosce, quella parte di 100% che è nascosta anche al mio sguardo, che è ancora dietro al velo...e inizia quel dialogo fra ombre, reciprocamente.

Spero di essere riuscita a spiegarmi :eek:
Il piacere della solitudine in quei momenti è qualcosa di molto particolare, sono un mix di sensazioni difficilmente spiegabili,che si accavallano e si inseguono, apparentemente così diverse tra loro però tutte accomunate ad una cosa, e cioè - e sembrerebbe un paradosso - a farci sentire che " là fuori " non siamo soli. E quando si " esce " ci si sente decisamente diversi....
Raggiungere il 100 % di noi.... non dipende solo da noi stessi, ma dalle circostanze esterne in buona parte e - soprattutto - dalle relazioni che coltiviamo. Ma " dovendo " vivere in situazioni costantemente in evoluzione, ed essendo anche noi stessi " mutevoli " , è molto arduo, a mio avviso, arrivarci.
Sull'ultimo grassetto.... interessante sarebbe capire se nascosta allo sguardo perchè a te stessa realmente " sconosciuta " oppure forse solo in " stand by " in attesa che si verificassero tutti i presupposti affinchè venisse " portata alla luce "..... Un po' come le cose che ci si dimentica quasi di avere ma che al momento opportuno ( di solito molto raro ) ci si ricorda di loro....
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Il piacere della solitudine in quei momenti è qualcosa di molto particolare, sono un mix di sensazioni difficilmente spiegabili,che si accavallano e si inseguono, apparentemente così diverse tra loro però tutte accomunate ad una cosa, e cioè - e sembrerebbe un paradosso - a farci sentire che " là fuori " non siamo soli. E quando si " esce " ci si sente decisamente diversi....
Raggiungere il 100 % di noi.... non dipende solo da noi stessi, ma dalle circostanze esterne in buona parte e - soprattutto - dalle relazioni che coltiviamo. Ma " dovendo " vivere in situazioni costantemente in evoluzione, ed essendo anche noi stessi " mutevoli " , è molto arduo, a mio avviso, arrivarci.
Sull'ultimo grassetto.... interessante sarebbe capire se nascosta allo sguardo perchè a te stessa realmente " sconosciuta " oppure forse solo in " stand by " in attesa che si verificassero tutti i presupposti affinchè venisse " portata alla luce "..... Un po' come le cose che ci si dimentica quasi di avere ma che al momento opportuno ( di solito molto raro ) ci si ricorda di loro....
Hai ragione :)

Quell'agglomerato di sensazioni, che a me da la sensazione di una sorta di galleggiamento accompagnato, io le sintetizzo - a mio uso - nel "trovare per perdere e perdere per trovare".

Ho bisogno di entrare in quel posto, nel segreto di me, per connettermi con le connessioni, verificarle anche per certi versi, ascoltare e sentire se mi rispondono, se sono a mia immagine, se sono validabili. Se standoci dentro, letteralmente a bagna, sono onorevole nei miei confronti. Se mi sono fedele.

Ed è proprio come dici, quando esco mi sento diversa, più aderente a me e quindi anche meno sola fuori, o meglio, più appartenente al fuori, meno "straniera" in un mondo "meno straniero".

Per me è un qualcosa di preziosissimo.

Il mio vissuto è caratterizzato dal segreto, e quando si portano segreti la sensazione di solitudine, che tende a divenire isolamento rispetto al mondo, quando si ingigantisce e diviene centrale, tende a fagocitare.
E credo di esser stata fagogitata da quella sensazione di isolamento, a volte.
Non è una sensazione piacevole.
Anche se ad una certa spiacevolezza era correlato il senso di proteggere. Non solo me stessa.
Come se io non fossi il segreto, ma il segreto fossi io.
Di fare "il mio dovere" con me stessa. Non saprei in che altro modo spiegarlo.
E la spiacevolezza diventava piacere...a volte, in particolare quando ero proprio dentro in quel mood, potere.
Che è un'altra questione non da poco, riguardo il giocare a carte.

Il punto, che credo di aver imparato, è che l'isolamento è una sorta di addiction.
E in breve periodo da assuefazione.
Ma più che altro crea una sorta di barriera impalpabile che non permette più quell'andirivieni fra il dentro e il fuori e viceversa che mi serve per calibrarmi, per distinguere verità e realtà, per appoggiare i piedi in terra e sentirmi parte.

Quando dicevo che ero senza patria e senza dio...la dicevo bene, anche se non sapevo quello che implicava quel che stavo dicendo. :)

Credo che di fondo non mi fosse chiara la netta distinzione fra solitudine e isolamento, e camminassi in precario equilibrio sulla soglia fra le due, cadendo a volte di qui a volte di là...parte delle cicatrici riguarda anche quelle cadute.

Concordo anche sul resto che hai evidenziato.
Riguardo le circostanze mi hai fatto ripensare alla sincronicità, al fatto che se si "smollano" le aspettative, non nel senso di eliminarle (non credo sia possibile) ma di guardarle per quel che sono, aspettative che riguardano un piano articioso e fondamentalmente illusorio e quindi che è necessario far interagire con la realtà (e non con la verità), allora è possibile quel che dici, ossia abbandonarsi alla modulazione imprevista, sconosciuta, incognita.

E credo che l'arduo stia qui...o almeno per me, che ho tentato di controllare per anni.
Lasciarmi modulare e lasciarmi evolvere fidandomi di me, della mia collocazione, dei miei viaggi fra il dentro e il fuori di me, accettando il fatto che praticamente nulla a riguardo possa essere previsto.
Farlo lucidamente intendo, non dentro all'adrenalina, alla ricerca per certi versi disperata (nel senso etimologico e non morale del termine).

E qui a mio parere entra in gioco la questione della motivazione alla Conoscenza (e non all'appropriazione di conoscenze e al loro accumulo).

Tornando all'isolamento che è protettivo proprio rispetto al lasciarsi modulare e alla solitudine, che spaventa proprio perchè apre la porta allo spazio per la visione degli effetti della modulazione.
Le carte coperte acquistano valore anche a discendere dalla consapevolezza il io sono il segreto e non, viceversa, che il segreto sono io.
Credo che questa percezione sia uno snodo essenziale per il resto, per non scambiare le carte coperte col nascondimento (e quel che ne discende).

Ho questa convinzione, riguardo l'ultimo grassetto, ossia che sia tutto lì. Sveglio o dormiente. Accessibile o meno.
Ma è tutto lì.
In potenza.

Il fatto che sia tutto lì, non implica necessariamente che sia raggiungibile. O realizzabile (da giovane credevo che in potenza significasse che con la fatica ogni cosa sarebbe stata possibile...poi ho imparato che non è così lineare).

Nella mia testa c'è l'immagine di una stanza di specchi, rotti, dove ogni immagine si riflette distorcendosi ad ogni riflessione.
Credo che svegliare quel che dorme significhi anche rimanere seduti in mezzo alle distorsioni senza farsi prendere dall'ansia di ricomporre, di dare ordine, di eliminare la distorsione.
E la funzione dell'altro, se vede - cosa oltremodo rara - è entrare a far parte di quelle distorsioni.
Sto riuscendo a spiegare?

Credo che l'altro sia un attivatore.
Ma se quella stanza è chiusa a chiave, non succede nulla.
Oppure se ci si perde in quella stanza.
O se si ha timore delle ombre che accompagnano la luce.

Che far luce, in quella parte di cui si sta dicendo, significa a mio parere ed esperienza entrare nelle ombre.
Entrare e uscire.

Allo stesso modo se nell'altro si cercano le chiavi di quella stanza, che sono sempre più convinta che per quanto l'altro possa attivare poi le "chiavi" sono in mano di ognuno.

Ho sperimentato che serve aver chiara percezione delle proprie mani. E anche questo non è per nulla scontato.

Grazie @brenin, come al solito, i tuoi spunti sono preziosi :)
 
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brenin

Utente
Staff Forum
Hai ragione :)

Quell'agglomerato di sensazioni, che a me da la sensazione di una sorta di galleggiamento accompagnato, io le sintetizzo - a mio uso - nel "trovare per perdere e perdere per trovare".

Ho bisogno di entrare in quel posto, nel segreto di me, per connettermi con le connessioni, verificarle anche per certi versi, ascoltare e sentire se mi rispondono, se sono a mia immagine, se sono validabili. Se standoci dentro, letteralmente a bagna, sono onorevole nei miei confronti. Se mi sono fedele.

Ed è proprio come dici, quando esco mi sento diversa, più aderente a me e quindi anche meno sola fuori, o meglio, più appartenente al fuori, meno "straniera" in un mondo "meno straniero".

Per me è un qualcosa di preziosissimo.

Il mio vissuto è caratterizzato dal segreto, e quando si portano segreti la sensazione di solitudine, che tende a divenire isolamento rispetto al mondo, quando si ingigantisce e diviene centrale, tende a fagocitare.
E credo di esser stata fagogitata da quella sensazione di isolamento, a volte.
Non è una sensazione piacevole.
Anche se ad una certa spiacevolezza era correlato il senso di proteggere. Non solo me stessa.
Come se io non fossi il segreto, ma il segreto fossi io.
Di fare "il mio dovere" con me stessa. Non saprei in che altro modo spiegarlo.
E la spiacevolezza diventava piacere...a volte, in particolare quando ero proprio dentro in quel mood, potere.
Che è un'altra questione non da poco, riguardo il giocare a carte.

Il punto, che credo di aver imparato, è che l'isolamento è una sorta di addiction.
E in breve periodo da assuefazione.
Ma più che altro crea una sorta di barriera impalpabile che non permette più quell'andirivieni fra il dentro e il fuori e viceversa che mi serve per calibrarmi, per distinguere verità e realtà, per appoggiare i piedi in terra e sentirmi parte.

Quando dicevo che ero senza patria e senza dio...la dicevo bene, anche se non sapevo quello che implicava quel che stavo dicendo. :)

Credo che di fondo non mi fosse chiara la netta distinzione fra solitudine e isolamento, e camminassi in precario equilibrio sulla soglia fra le due, cadendo a volte di qui a volte di là...parte delle cicatrici riguarda anche quelle cadute.

Concordo anche sul resto che hai evidenziato.
Riguardo le circostanze mi hai fatto ripensare alla sincronicità, al fatto che se si "smollano" le aspettative, non nel senso di eliminarle (non credo sia possibile) ma di guardarle per quel che sono, aspettative che riguardano un piano articioso e fondamentalmente illusorio e quindi che è necessario far interagire con la realtà (e non con la verità), allora è possibile quel che dici, ossia abbandonarsi alla modulazione imprevista, sconosciuta, incognita.

E credo che l'arduo stia qui...o almeno per me, che ho tentato di controllare per anni.
Lasciarmi modulare e lasciarmi evolvere fidandomi di me, della mia collocazione, dei miei viaggi fra il dentro e il fuori di me, accettando il fatto che praticamente nulla a riguardo possa essere previsto.
Farlo lucidamente intendo, non dentro all'adrenalina, alla ricerca per certi versi disperata (nel senso etimologico e non morale del termine).

E qui a mio parere entra in gioco la questione della motivazione alla Conoscenza (e non all'appropriazione di conoscenze e al loro accumulo).

Tornando all'isolamento che è protettivo proprio rispetto al lasciarsi modulare e alla solitudine, che spaventa proprio perchè apre la porta allo spazio per la visione degli effetti della modulazione.
Le carte coperte acquistano valore anche a discendere dalla consapevolezza il io sono il segreto e non, viceversa, che il segreto sono io.
Credo che questa percezione sia uno snodo essenziale per il resto, per non scambiare le carte coperte col nascondimento (e quel che ne discende).

Ho questa convinzione, riguardo l'ultimo grassetto, ossia che sia tutto lì. Sveglio o dormiente. Accessibile o meno.
Ma è tutto lì.
In potenza.

Il fatto che sia tutto lì, non implica necessariamente che sia raggiungibile. O realizzabile (da giovane credevo che in potenza significasse che con la fatica ogni cosa sarebbe stata possibile...poi ho imparato che non è così lineare).

Nella mia testa c'è l'immagine di una stanza di specchi, rotti, dove ogni immagine si riflette distorcendosi ad ogni riflessione.
Credo che svegliare quel che dorme significhi anche rimanere seduti in mezzo alle distorsioni senza farsi prendere dall'ansia di ricomporre, di dare ordine, di eliminare la distorsione.
E la funzione dell'altro, se vede - cosa oltremodo rara - è entrare a far parte di quelle distorsioni.
Sto riuscendo a spiegare?

Credo che l'altro sia un attivatore.
Ma se quella stanza è chiusa a chiave, non succede nulla.
Oppure se ci si perde in quella stanza.
O se si ha timore delle ombre che accompagnano la luce.

Che far luce, in quella parte di cui si sta dicendo, significa a mio parere ed esperienza entrare nelle ombre.
Entrare e uscire.

Allo stesso modo se nell'altro si cercano le chiavi di quella stanza, che sono sempre più convinta che per quanto l'altro possa attivare poi le "chiavi" sono in mano di ognuno.

Ho sperimentato che serve aver chiara percezione delle proprie mani. E anche questo non è per nulla scontato.

Grazie @brenin, come al solito, i tuoi spunti sono preziosi :)
Sul primo grassetto.... si, ci entra, può anche farne parte, ma bisogna anche " scoprire " se e quanto realmente le condivide...
Può essere attivatore, ma con un distinguo : di che tipo ? alla " Pollicino ", cioè bravo a seguire le tracce,gli spunti lasciati dall'altra persona ( indispensabili all'inizio, seppur entro certi "limiti " ) oppure,, dopo un iniziale " periodo di studio " comincia talvolta a prevedere/anticipare le nostre prese di posizione oppure stati d'animo o malesseri interiori ?
L'ultimo grassetto.... verissimo, abbiamo noi le chiavi, però.... in molti casi la componente emotiva/affettiva può giocare brutti scherzi, può rappresentare - questo simbolico " spossessamento " delle chiavi - un'ancora di salvezza, una mancata assunzione di responsabilità, una giustificazione all'ennesimo " insuccesso " avuto....
A mio avviso l'altro svolge essenzialmente un ruolo passivo, nel senso che nella maggior parte dei casi si attiva solo in funzione dei " segnali " più o meno velati che riceve da noi oppure da un eccellente livello di conoscenza dell'altra persona ( evento molto molto raro ). L'aspetto emotivo, ma soprattutto affettivo, possono talvolta comportare anche una parte mistificatrice, e non da poco, in tutto questo processo, per cui condivido appieno che " ...serve aver chiara percezione delle proprie mani. E anche questo non è per nulla scontato ".

E siamo solo all'inizio.... :)
 
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ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Sul primo grassetto.... si, ci entra, può anche farne parte, ma bisogna anche " scoprire " se e quanto realmente le condivide...
Può essere attivatore, ma con un distinguo : di che tipo ? alla " Pollicino ", cioè bravo a seguire le tracce,gli spunti lasciati dall'altra persona ( indispensabili all'inizio, seppur entro certi "limiti " ) oppure,, dopo un iniziale " periodo di studio " comincia talvolta a prevedere/anticipare le nostre prese di posizione oppure stati d'animo o malesseri interiori ?
L'ultimo grassetto.... verissimo, abbiamo noi le chiavi, però.... in molti casi la componente emotiva/affettiva può giocare brutti scherzi, può rappresentare - questo simbolico " spossessamento " delle chiavi - un'ancora di salvezza, una mancata assunzione di responsabilità, una giustificazione all'ennesimo " insuccesso " avuto....
A mio avviso l'altro svolge essenzialmente un ruolo passivo, nel senso che nella maggior parte dei casi si attiva solo in funzione dei " segnali " più o meno velati che riceve da noi oppure da un eccellente livello di conoscenza dell'altra persona ( evento molto molto raro ). L'aspetto emotivo, ma soprattutto affettivo, possono talvolta comportare anche una parte mistificatrice, e non da poco, in tutto questo processo, per cui condivido appieno che " ...serve aver chiara percezione delle proprie mani. E anche questo non è per nulla scontato ".

E siamo solo all'inizio.... :)
Sì, sono d'accordo.

Per scoprire se e quanto condivide, serve conoscere cosa e come sta condividendo.
Ossia serve che io sappia cosa c'è in quella stanza. Che io conosca le distorsioni.
Che io, riconosca ciò che è mio da ciò che è dell'altro.

E questa parte non è per niente semplice.
E' facile confondersi, specialmente se c'è coinvolgimento, con tutto quello che comporta il coinvolgimento in termini di immagini e immaginari.

Di mio, se mi ritrovo con qualcuno che "mi anticipa" vado in allerta.
Mi piace. E' una cosa che mi piace moltissimo essere anticipata.
Ma è anche un terreno parecchio scivoloso.
Ci sono dei limiti che ho imparato hanno necessità di essere conosciuti perchè l'anticipazione sia un Dono e non una vessazione ricoperta di altro più dolce.

E un limite che io trovo parecchio indicativo è quello dell'appropriazione.
Un discorso è se mi anticipi e mi offri l'anticipazione.
Altro discorso se usi l'anticipazione per prenderti cose che non sono tue.
Il piacere e il dolore in primis.

Sto riuscendo a spiegarmi?

In buona sostanza un attivatore è per me colui/colei che sa attendere e accogliere.
Che mette se stess* in primis.
Nel senso che è collocato in se stess*.

Ed è quella la chiave per stare in una stanza degli specchi.
Gli specchi sono miei. Le distorsioni anche.
Se ci entri, ci entri nella tua posizione e a piedi nudi.
E godi del mio stare nella mia stanza degli specchi.
Anche quando lo spettacolo non è piacevole.

L'altro aspetto è la reciprocità.
Anche tu mi fai entrare nella tua stanza degli specchi.
E io ci entro godendo del dono e a piedi nudi.
Per certi versi senza toccare nulla che non mi sia offerto.

E si torna alle mani...come si fa a offrire se non si ha chiara percezione delle proprie mani?

Che è come dici, a volte " spossessarsi" delle proprie mani è anche costruirsi un alibi ad hoc per deresponsabilizzarsi e trovare giustificazione al non guardarsi negli specchi.
In fondo, a volte è agevole affidarsi alla salvazione.
Sul lungo termine però...o forse dipende.

Io so che non riesco a cercare salvazione.
Mi viene nausea di me.
Mi sento di tradirmi quando cerco fuori quello che so essere dentro da qualche parte.
Preferisco essere riconoscente che essere grata.
Mi fa sentire a Casa la riconoscenza.
La gratitudine invece...mi mette a disagio. E mi sembra di aver aggiunto distorsione alla distorsione.
Questo proprio in termini di sensazione di benessere e quiete. Senza logica.

E' un minestrone :eek:


mi piace, @brenin, che siamo solo all'inizio...:)
 
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brenin

Utente
Staff Forum
Sì, sono d'accordo.

Per scoprire se e quanto condivide, serve conoscere cosa e come sta condividendo.
Ossia serve che io sappia cosa c'è in quella stanza. Che io conosca le distorsioni.
Che io riconosca ciò che è mio da ciò che è dell'altro.

E questa parte non è per niente semplice.
E' facile confondersi, specialmente se c'è coinvolgimento, con tutto quello che comporta il coinvolgimento in termini di immagini e immaginari.

Di mio, se mi ritrovo con qualcuno che "mi anticipa" vado in allerta.
Mi piace. E' una cosa che mi piace moltissimo essere anticipata.
Ma è anche un terreno parecchio scivoloso.
Ci sono dei limiti che ho imparato hanno necessità di essere conosciuti perchè l'anticipazione sia un Dono e non una vessazione ricoperta di altro più dolce.

E un limite che io trovo parecchio indicativo è quello dell'appropriazione.
Un discorso è se mi anticipi e mi offri l'anticipazione.
Altro discorso se usi l'anticipazione per prenderti cose che non sono tue.
Il piacere e il dolore in primis.

Sto riuscendo a spiegarmi?

In buona sostanza un attivatore è per me colui/colei che sa attendere e accogliere.
Che mette se stess* in primis.
Nel senso che è collocato in se stess*.

Ed è quella la chiave per stare in una stanza degli specchi.
Gli specchi sono miei. Le distorsioni anche.
Se ci entri, ci entri nella tua posizione e a piedi nudi.

E godi del mio stare nella mia stanza degli specchi.
Anche quando lo spettacolo non è piacevole.


L'altro aspetto è la reciprocità.
Anche tu mi fai entrare nella tua stanza degli specchi.
E io ci entro godendo del dono e a piedi nudi.
Per certi versi senza toccare nulla che non mi sia offerto.

E si torna alle mani...come si fa a offrire se non si ha chiara percezione delle proprie mani?

Che è come dici, a volte " spossessarsi" delle proprie mani è anche costruirsi un alibi ad hoc per deresponsabilizzarsi e trovare giustificazione al non guardarsi negli specchi.
In fondo, a volte è agevole affidarsi alla salvazione.
Sul lungo termine però...o forse dipende.

Io so che non riesco a cercare salvazione.
Mi viene nausea di me.
Mi sento di tradirmi quando cerco fuori quello che so essere dentro da qualche parte.
Preferisco essere riconoscente che essere grata.
Mi fa sentire a Casa la riconoscenza.
La gratitudine invece...mi mette a disagio. E mi sembra di aver aggiunto distorsione alla distorsione.
Questo proprio in termini di sensazione di benessere e quiete. Senza logica.

E' un minestrone :eek:


mi piace, @brenin, che siamo solo all'inizio...:)
Vero, non è affatto semplice.... in teoria dell'altro dovrebbe esserci ben poco o niente, sempre comunque in funzione del coinvolgimento ( che penso sia direttamente proporzionale a " ciò che è dell'altro " ).... quando poi scrivi " Gli specchi sono miei. Le distorsioni anche.
Se ci entri, ci entri nella tua posizione e a piedi nudi.
E godi del mio stare nella mia stanza degli specchi.
Anche quando lo spettacolo non è piacevole. " si può dedurre che l'altra persona sia a mio avviso un ospite " temporaneo " e non fisso di un qualcosa di estremamente aleatorio o, comunque, molto suscettibile di repentini cambiamenti ( che potrebbero poi incidere su molti altri aspetti al " di fuori " della stanza ).

La reciprocità è un'arma a doppio taglio e comunque, per come la vedo, non dovrebbe influire minimamente sulla presenza dell'altra persona nella nostra stanza.... ci vuole tempo ma una volta affinata la conoscenza si può arrivare al momento in cui l'altra persona entra nella nostra stanza con la "sua" stanza, per cui si vengono a creare sinergie e situazioni incredibili.

Su gratitudine e riconoscenza.... penso dipenda molto dal soggetto " attivo " che ha compiuto qualcosa per noi o nei nostri confronti di estremamente importante.... e da cosa ad esso eventualmente ci lega ( sentimento,attrazione,interesse e così via ). La riconoscenza,per come leggo dal tuo scritto, sembra quasi che il contraccambiare a qualcosa di ricevuto possa fare in modo di non farci sentire " debitori " nei confronti della persona che ha compiuto il gesto, ma forse ho inteso male il tuo pensiero :eek:. La gratitudine secondo me è quancosa che va oltre, ed a tutti gli effetti non si potrebbe paragonarlo ad un sentimento ? Però qui si aprirebbe una discussione infinita... Però è anche vero che " Nella maggioranza degli uomini la gratitudine è solo un desiderio velato di ricevere benefici maggiori. "...:)

[MENTION=5159]ipazia[/MENTION]

I minestroni ( freddi ) d'estate sono prelibatissimi.....:)
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Vero, non è affatto semplice.... in teoria dell'altro dovrebbe esserci ben poco o niente, sempre comunque in funzione del coinvolgimento ( che penso sia direttamente proporzionale a " ciò che è dell'altro " ).... quando poi scrivi " Gli specchi sono miei. Le distorsioni anche.
Se ci entri, ci entri nella tua posizione e a piedi nudi.
E godi del mio stare nella mia stanza degli specchi.
Anche quando lo spettacolo non è piacevole. " si può dedurre che l'altra persona sia a mio avviso un ospite " temporaneo " e non fisso di un qualcosa di estremamente aleatorio o, comunque, molto suscettibile di repentini cambiamenti ( che potrebbero poi incidere su molti altri aspetti al " di fuori " della stanza ).

La reciprocità è un'arma a doppio taglio e comunque, per come la vedo, non dovrebbe influire minimamente sulla presenza dell'altra persona nella nostra stanza.... ci vuole tempo ma una volta affinata la conoscenza si può arrivare al momento in cui l'altra persona entra nella nostra stanza con la "sua" stanza, per cui si vengono a creare sinergie e situazioni incredibili.

Su gratitudine e riconoscenza.... penso dipenda molto dal soggetto " attivo " che ha compiuto qualcosa per noi o nei nostri confronti di estremamente importante.... e da cosa ad esso eventualmente ci lega ( sentimento,attrazione,interesse e così via ). La riconoscenza,per come leggo dal tuo scritto, sembra quasi che il contraccambiare a qualcosa di ricevuto possa fare in modo di non farci sentire " debitori " nei confronti della persona che ha compiuto il gesto, ma forse ho inteso male il tuo pensiero :eek:. La gratitudine secondo me è quancosa che va oltre, ed a tutti gli effetti non si potrebbe paragonarlo ad un sentimento ? Però qui si aprirebbe una discussione infinita... Però è anche vero che " Nella maggioranza degli uomini la gratitudine è solo un desiderio velato di ricevere benefici maggiori. "...:)

@ipazia

I minestroni ( freddi ) d'estate sono prelibatissimi.....:)
Il grassetto...io penso che si sia ospiti, anche nelle situazioni di apparente stabilità.

E lo so che messa così può sembrare una costante posizione di piede alzato, proprio e dell'altro.
Un essere pronti all'andare via. E al lasciar andare via.

E per certi versi lo è.
Ma nella sua accezione di vicinanza.
Del mantenere viva la precarietà, anche della apparente stabilità.

La porto all'estremo, per provare a mostrare quel che vedo a riguardo.

La mia famiglia di origine è un gran casino.
Per svariati motivi.
Il più macroscopico è che la linea di mio padre è una linea matriarcale e quella di mia madre è patriarcale.
Puoi immaginare, vero, cosa significa unire queste due linee senza saper di starlo facendo?

Beh, mi sono allontanata da loro a 20 anni. Sono praticamente fuggita, anche se non era quella la verità che mi raccontavo.
Eppure davo scontata la loro presenza. Sapevo che erano là.
Sarà stata l'età, la fuga...ma non consideravo minimamente l'idea della morte. Della scomparsa.
Il tempo che percepivo era qualcosa che somigliava all'eternità.
E io e loro eravamo presenze "fisse" nelle vite.

Poi a mio padre è stato diagnosticato un linfoma.

Io ero da poco tornata a vivere vicina a loro (senza aver minimamente considerato cosa avrebbe significato in termini di impatto...presunzione :))

Standogli vicina mi sono accorta di quante credenze avevo accumulato riguardo la presenza. Reciproca.

La prima cosa di cui mi sono accorta mentre lo accompagnavo alle chemio era che il tempo ha un valore diverso a seconda del luogo in cui lo si vive.
Ricordo come mi sfuggiva via mentre ero a lavoro e si avvicinava l'ora di andare a prendere mio padre.
E ricordo come rallentava, si dilatava mentre lui era seduto sulla sedia della chemio. Come i tre tempi che normalmente si tengono come riferimento si mescolavano, diventando un tutt'uno, denso.
Era una sensazione molto strana...mi concentravo completamente su di lui e mi sembrava che tutto sparisse, come se fossimo entrati in un'altra dimensione, quello che stava intorno era ovattato e le nostre presenze contemporanee alle assenze di ognuno come invece risplendevano nella mia percezione.
E poi i ritorni. A volte in silenzio a volte a bagna nei suoi ricordi che diventavano per certi versi i miei quando i suoi sogni si intrecciavano alla mia nascita per esempio. O quando mi chiedeva delle medicine o dello sguardo del medico.

E i nostri animali...il suo cane e i miei gatti, come si incontravano in quella sorta di sognato che condividevamo per la strada.

Lui ha smesso di essere una presenza per me. Ed è diventato altro. E io sono diventata altra per lui.
Andavamo a caccia insieme all'alba e non era scontato.
Lui non era scontato. Io non ero scontata.
Il nostro insieme era in quel qui e ora. Che diveniva prezioso, come aprire uno scrigno di cui aver cura.

Non era evidentemente scontato salutarlo in un modo la sera e ritrovarlo in un altro la mattina.
O anche pensare di non ritrovarlo.

Da presenza era diventato "ospite" nella mia percezione della mia vita.

Sto riuscendo a spiegare @brenin?

Mi sono resa conto di come davo per scontata la vita e la morte.
Di come la morte l'avessi presente ma come una favola che si racconta la sera prima di addormentarsi, più per tenerla lontana che per averla compagna.
E di come questo andasse ad influenzare il mio modo relazionale.

Di come la presenza non comprendesse l'assenza e di come questo mi influenzasse nel mio modo di relazionarmi.
Anche spicciolo.
Non dire cose. Rimandare. Posticipare. Spostare.
Oppure "vomitare" tutto, senza filtri, senza limite. Con voracità.

In questo senso intendo "ospite".
Celebrare la presenza in consapevolezza che il suo rovescio presente è l'assenza.
Avere "in mano" la medaglia" in considerazione di entrambe le sue facce e non soltanto quella visibile.

E i repentini cambiamenti, dal mio punto di vista, sono inevitabili.
E tutto in effetti potrebbe finire a soqquadro da un momento all'altro.
Andando ad influenzare anche le altre stanze.

Non so se ho capito bene quel che intendi tu :eek:, in questi termini io vedo la reciprocità come momento che influenza e al contempo non influenza.

Siamo reciprocamente ospiti ma proprio in virtù dell'esserlo i repentini cambiamenti non riguardano la reciprocità.
Nel senso che avvengono a prescindere dalla reciprocità.
Ed è in questo spazio che io vedo il dono e l'offerta. E l'accettazione.
Io, fuori di reciprocità, ti offro la mia repentinità.
Tu, fuori di reciprocità, puoi accoglierla e goderne ma anche tirartene via, stabilendo la tua distanza dalla mia repentinità.

E qui ci sarebbe un immenso OT sulla curiosità, anche per il mistero che l'altro può rappresentare se lo si lascia accadere.

E in questo senso parlo di riconoscenza e non gratitudine.
Ti sono riconoscente, nel senso che riconosco il tuo movimento nei miei confronti, qualunque sia la sua direzione.
E mi piace che mi si sia riconoscenti nello stesso senso, ossia nel riconoscere il mio muovermi.

La gratitudine, come sottolinei, è qualcosa di estremamente scivoloso.
E ho la sensazione che spesso non sia libera ma riguardi più un sistema di debiti e crediti.
Che sia spesso utilizzata come anello di una catena. Finalizzata allo spostarsi e stabilizzarsi in quella stanza di specchi con l'intento di prendersela.

E sì, credo la si possa paragonare ad un sentimento e concordo vada oltre.
Ma mi fa venire in mente l'amore. Che sarebbe qualcosa che va oltre ma spesso diventa un qualcosa di molto terreno e finalizzato a stringere la catena. Una roba tipo "se io...allora tu...".

O forse sono io che sono poco avvezza ai sentimenti. Togliamo il forse. Sono poco avvezza ai sentimenti e non li ho in grande simpatia.

Sperimento gratitudine verso pochissime persone.
In comune hanno il completo disinteresse dal prendere qualcosa direttamente da me. E il godere invece di quanto è stato offerto nella visione di me.

Ho sperimentato spesso invece la gratitudine verso di me...il mio ego ne gioisce e esulta.
Ma è ego.
Nella gratitudine verso di me ci ho trovato spesso e volentieri dipendenza.
Un chiedere di restare, un chiedere una promessa che non penso possa essere chiesta.
E l'ho sentita scivolarmi addosso come un tentativo di manipolazione dei miei sentimenti.
Se tolgo l'ego, in queste situazioni io sento disagio e malessere...raramente ho sbagliato ad aspettarmi dopo la dimostrazione di gratitudine una nuova richiesta, una delega a me.

Quando non ho percepito questo però, la gratitudine è nutrimento pulito. Uno sguardo trasparente che mi è rivolto.
Come un balsamo.
Ma è qualcosa di estremamente raro nella mia esperienza.
E prezioso quando l'ho vissuto.
@brenin

vero, i minestroni estivi sono prelibati :)
mi piace molto percepire in questo periodo l'avvicinarsi dell'inverno e pregusto quelli invernali, che scaldano da dentro, come un abbraccio avvolgente
 

brenin

Utente
Staff Forum
Il grassetto...io penso che si sia ospiti, anche nelle situazioni di apparente stabilità.

E lo so che messa così può sembrare una costante posizione di piede alzato, proprio e dell'altro.
Un essere pronti all'andare via. E al lasciar andare via.

E per certi versi lo è.
Ma nella sua accezione di vicinanza.
Del mantenere viva la precarietà, anche della apparente stabilità.

La porto all'estremo, per provare a mostrare quel che vedo a riguardo.

La mia famiglia di origine è un gran casino.
Per svariati motivi.
Il più macroscopico è che la linea di mio padre è una linea matriarcale e quella di mia madre è patriarcale.
Puoi immaginare, vero, cosa significa unire queste due linee senza saper di starlo facendo?

Beh, mi sono allontanata da loro a 20 anni. Sono praticamente fuggita, anche se non era quella la verità che mi raccontavo.
Eppure davo scontata la loro presenza. Sapevo che erano là.
Sarà stata l'età, la fuga...ma non consideravo minimamente l'idea della morte. Della scomparsa.
Il tempo che percepivo era qualcosa che somigliava all'eternità.
E io e loro eravamo presenze "fisse" nelle vite.

Poi a mio padre è stato diagnosticato un linfoma.

Io ero da poco tornata a vivere vicina a loro (senza aver minimamente considerato cosa avrebbe significato in termini di impatto...presunzione :))

Standogli vicina mi sono accorta di quante credenze avevo accumulato riguardo la presenza. Reciproca.

La prima cosa di cui mi sono accorta mentre lo accompagnavo alle chemio era che il tempo ha un valore diverso a seconda del luogo in cui lo si vive.
Ricordo come mi sfuggiva via mentre ero a lavoro e si avvicinava l'ora di andare a prendere mio padre.
E ricordo come rallentava, si dilatava mentre lui era seduto sulla sedia della chemio. Come i tre tempi che normalmente si tengono come riferimento si mescolavano, diventando un tutt'uno, denso.
Era una sensazione molto strana...mi concentravo completamente su di lui e mi sembrava che tutto sparisse, come se fossimo entrati in un'altra dimensione, quello che stava intorno era ovattato e le nostre presenze contemporanee alle assenze di ognuno come invece risplendevano nella mia percezione.
E poi i ritorni. A volte in silenzio a volte a bagna nei suoi ricordi che diventavano per certi versi i miei quando i suoi sogni si intrecciavano alla mia nascita per esempio. O quando mi chiedeva delle medicine o dello sguardo del medico.

E i nostri animali...il suo cane e i miei gatti, come si incontravano in quella sorta di sognato che condividevamo per la strada.

Lui ha smesso di essere una presenza per me. Ed è diventato altro. E io sono diventata altra per lui.
Andavamo a caccia insieme all'alba e non era scontato.
Lui non era scontato. Io non ero scontata.
Il nostro insieme era in quel qui e ora. Che diveniva prezioso, come aprire uno scrigno di cui aver cura.

Non era evidentemente scontato salutarlo in un modo la sera e ritrovarlo in un altro la mattina.
O anche pensare di non ritrovarlo.

Da presenza era diventato "ospite" nella mia percezione della mia vita.

Sto riuscendo a spiegare @brenin?

Mi sono resa conto di come davo per scontata la vita e la morte.
Di come la morte l'avessi presente ma come una favola che si racconta la sera prima di addormentarsi, più per tenerla lontana che per averla compagna.
E di come questo andasse ad influenzare il mio modo relazionale.

Di come la presenza non comprendesse l'assenza e di come questo mi influenzasse nel mio modo di relazionarmi.
Anche spicciolo.
Non dire cose. Rimandare. Posticipare. Spostare.
Oppure "vomitare" tutto, senza filtri, senza limite. Con voracità.

In questo senso intendo "ospite".
Celebrare la presenza in consapevolezza che il suo rovescio presente è l'assenza.
Avere "in mano" la medaglia" in considerazione di entrambe le sue facce e non soltanto quella visibile.

E i repentini cambiamenti, dal mio punto di vista, sono inevitabili.
E tutto in effetti potrebbe finire a soqquadro da un momento all'altro.
Andando ad influenzare anche le altre stanze.

Non so se ho capito bene quel che intendi tu :eek:, in questi termini io vedo la reciprocità come momento che influenza e al contempo non influenza.

Siamo reciprocamente ospiti ma proprio in virtù dell'esserlo i repentini cambiamenti non riguardano la reciprocità.
Nel senso che avvengono a prescindere dalla reciprocità.
Ed è in questo spazio che io vedo il dono e l'offerta. E l'accettazione.
Io, fuori di reciprocità, ti offro la mia repentinità.
Tu, fuori di reciprocità, puoi accoglierla e goderne ma anche tirartene via, stabilendo la tua distanza dalla mia repentinità.

E qui ci sarebbe un immenso OT sulla curiosità, anche per il mistero che l'altro può rappresentare se lo si lascia accadere.

E in questo senso parlo di riconoscenza e non gratitudine.
Ti sono riconoscente, nel senso che riconosco il tuo movimento nei miei confronti, qualunque sia la sua direzione.
E mi piace che mi si sia riconoscenti nello stesso senso, ossia nel riconoscere il mio muovermi.

La gratitudine, come sottolinei, è qualcosa di estremamente scivoloso.
E ho la sensazione che spesso non sia libera ma riguardi più un sistema di debiti e crediti.
Che sia spesso utilizzata come anello di una catena. Finalizzata allo spostarsi e stabilizzarsi in quella stanza di specchi con l'intento di prendersela.

E sì, credo la si possa paragonare ad un sentimento e concordo vada oltre.
Ma mi fa venire in mente l'amore. Che sarebbe qualcosa che va oltre ma spesso diventa un qualcosa di molto terreno e finalizzato a stringere la catena. Una roba tipo "se io...allora tu...".

O forse sono io che sono poco avvezza ai sentimenti. Togliamo il forse. Sono poco avvezza ai sentimenti e non li ho in grande simpatia.

Sperimento gratitudine verso pochissime persone.
In comune hanno il completo disinteresse dal prendere qualcosa direttamente da me. E il godere invece di quanto è stato offerto nella visione di me.

Ho sperimentato spesso invece la gratitudine verso di me...il mio ego ne gioisce e esulta.
Ma è ego.
Nella gratitudine verso di me ci ho trovato spesso e volentieri dipendenza.
Un chiedere di restare, un chiedere una promessa che non penso possa essere chiesta.
E l'ho sentita scivolarmi addosso come un tentativo di manipolazione dei miei sentimenti.
Se tolgo l'ego, in queste situazioni io sento disagio e malessere...raramente ho sbagliato ad aspettarmi dopo la dimostrazione di gratitudine una nuova richiesta, una delega a me.

Quando non ho percepito questo però, la gratitudine è nutrimento pulito. Uno sguardo trasparente che mi è rivolto.
Come un balsamo.
Ma è qualcosa di estremamente raro nella mia esperienza.
E prezioso quando l'ho vissuto.
@brenin

vero, i minestroni estivi sono prelibati :)
mi piace molto percepire in questo periodo l'avvicinarsi dell'inverno e pregusto quelli invernali, che scaldano da dentro, come un abbraccio avvolgente
 

brenin

Utente
Staff Forum
ho vissuto anch'io una situazione analoga alla tua, per molti versi, inerente ai rapporrti con mio padre. E condivido appieno il cambiamento da te ottimamente descritto dei vari stati d'animo che si susseguono, anche al di fuori della nostra volontà, e che mirano - essenzialmente - ad un " riavvicinamento " tra due posizioni che per molti versi sembravano così distanti. In presenza di situazioni estreme è come avere un elettroshock improvviso, come se si aprisse un nuovo mondo con nuove visuali che prima non riuscivamo nemmeno ad immaginare e che ci hanno permesso di " comprendere " profondamente il genitore. Il discorso sarebbe lungo, entrando nei rapporti tra genitori e figli ( basti pensare al gap generazionale che vede da una parte la " sfrontatezza ed audacia " dei ventanni e dall'altra un'esperienza di vita che il genitore ha accumulato in tutta la sua esistenza ).
Personalmente ora io sono " dall'altra parte ", dovendo raffrontarmi con mio figlio e cercando di non ripetere gli errori o mancanze che a suo tempo imputavo ai miei genitori.
Sulla curiosità ci sarebbe da scrivere per ore, basti pensare - ad esempio - a cosa la fa nascere e perchè.... o verso chi è rivolta, ai legami che intercorrono e forse, perchè no, anche alle aspettative.....
@ipazia
penso che comunque non si debba mai dimenticare che siamo " soli " ( salvo rarissime eccezioni a mio avviso ) , a prescindere dalle relazioni che si vivono .
 

Brunetta

Utente di lunga data
ho vissuto anch'io una situazione analoga alla tua, per molti versi, inerente ai rapporrti con mio padre. E condivido appieno il cambiamento da te ottimamente descritto dei vari stati d'animo che si susseguono, anche al di fuori della nostra volontà, e che mirano - essenzialmente - ad un " riavvicinamento " tra due posizioni che per molti versi sembravano così distanti. In presenza di situazioni estreme è come avere un elettroshock improvviso, come se si aprisse un nuovo mondo con nuove visuali che prima non riuscivamo nemmeno ad immaginare e che ci hanno permesso di " comprendere " profondamente il genitore. Il discorso sarebbe lungo, entrando nei rapporti tra genitori e figli ( basti pensare al gap generazionale che vede da una parte la " sfrontatezza ed audacia " dei ventanni e dall'altra un'esperienza di vita che il genitore ha accumulato in tutta la sua esistenza ).
Personalmente ora io sono " dall'altra parte ", dovendo raffrontarmi con mio figlio e cercando di non ripetere gli errori o mancanze che a suo tempo imputavo ai miei genitori.
Sulla curiosità ci sarebbe da scrivere per ore, basti pensare - ad esempio - a cosa la fa nascere e perchè.... o verso chi è rivolta, ai legami che intercorrono e forse, perchè no, anche alle aspettative.....
@ipazia
penso che comunque non si debba mai dimenticare che siamo " soli " ( salvo rarissime eccezioni a mio avviso ) , a prescindere dalle relazioni che si vivono .
Forse bisognerebbe fare pace con i genitori, se non prima di avere figli, almeno quando si hanno figli piccoli.
La maturità è tutta qua: evitare di fare dei genitori degli dei o dei condannati, riconoscendo che sono solo degli esseri umani dentro la loro storia, come noi, e che hanno fatto quello che hanno potuto. Esattamente quello che abbiamo fatto e faremo noi, senza mantenere quella competizione sotterranea, un po’ adolescenziale, che ci porta a pensarci migliori. Faremo errori anche noi, diversi.
 

Fiammetta

Amazzone! Embe'. Sticazzi
Staff Forum
:D:D:D:D
L'impossibilità di giocare a carte scoperte

In un confronto in un contesto qualsiasi, di lavoro, familiare o altro, vi siete mai trovati nella impossibilità di "giocare liberamente" a carte scoperte?

Perché avete un segreto inconfessabile?
O una macchia da nascondere?
O qualcosa o qualcuno da difendere?

Se si, come vi siete sentiti?

Avete barato?
O siete fuggiti chiudendovi in voi stessi e rifiutando il confronto?
sul lavoro no, sono anche troppo diretta e infatti in alcuni casi, a causa di risposte piccate che ho dato ai miei superiori sono stata additata come anarchica :D:D

la stessa cosa in ambito familiare e nelle relazioni sentimentali , dico ciò che penso , scopro tutte le carte su ciò che so e va a finire che entro in conflitto :D

Nelle amicizie talvolta ho glissato, pur comprendendo che qualcosa mi veniva nascosto, o quando vedevo comportamenti non coerenti, ho continuato a dare fiducia, convinta che poi l'altro/a si sarebbe chiarito.
Inutile dire che poi i nodi sono venuti al pettine, alla fine ho scoperto tutte le carte e le amicizie sono state chiuse ( da me ) con soddisfazione.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
ho vissuto anch'io una situazione analoga alla tua, per molti versi, inerente ai rapporrti con mio padre. E condivido appieno il cambiamento da te ottimamente descritto dei vari stati d'animo che si susseguono, anche al di fuori della nostra volontà, e che mirano - essenzialmente - ad un " riavvicinamento " tra due posizioni che per molti versi sembravano così distanti. In presenza di situazioni estreme è come avere un elettroshock improvviso, come se si aprisse un nuovo mondo con nuove visuali che prima non riuscivamo nemmeno ad immaginare e che ci hanno permesso di " comprendere " profondamente il genitore. Il discorso sarebbe lungo, entrando nei rapporti tra genitori e figli ( basti pensare al gap generazionale che vede da una parte la " sfrontatezza ed audacia " dei ventanni e dall'altra un'esperienza di vita che il genitore ha accumulato in tutta la sua esistenza ).
Personalmente ora io sono " dall'altra parte ", dovendo raffrontarmi con mio figlio e cercando di non ripetere gli errori o mancanze che a suo tempo imputavo ai miei genitori.
Sulla curiosità ci sarebbe da scrivere per ore, basti pensare - ad esempio - a cosa la fa nascere e perchè.... o verso chi è rivolta, ai legami che intercorrono e forse, perchè no, anche alle aspettative.....
@ipazia
penso che comunque non si debba mai dimenticare che siamo " soli " ( salvo rarissime eccezioni a mio avviso ) , a prescindere dalle relazioni che si vivono .
Come al solito non posso risponderti senza prima prendere il tempo di lasciar che quello che scrivi risuoni dentro per un po'.
E' una bella sensazione, grazie.

Ci sarebbe moltissimo da scrivere e da riflettere su ogni cosa.

Dal rapporto coi genitori alla curiosità.
E anche sul rapporto fra aspettative e curiosità.

La cosa che mi ha fermata a riflettere è stata il grassetto. Ed in particolare il sottolineato.
A cui io aggiungerei "internamente".

Nella mia esperienza il confronto è stato col genitore interiore.
Quello introiettato da bambina.
(e qui si potrebbe aprire un ot infinito sulle relazioni primarie e su come scrivono, e allargando ulteriormente lo sguardo sulle catene generazionali)

La maggior parte del dialogo, questo sì a carte scoperte trovandone ogni volta di coperte, per me si è svolto col padre interiore.
E anche con la madre.

Quelli che entrano per più uscire e che ci si porta dietro per la vita.

Quelli fuori è relativamente semplice lasciarli andare e comprenderli.
Empatizzare e comprendere, pregi e difetti.
Osservare la vita che scorre. Vederli invecchiare e divenire sempre più indifesi, per quanto esperti.

Ma dentro...dentro risuona il padre e la madre di quando si era piccoli e impotenti.
Le loro parole e la loro grandezza.
Le ferite e le coccole.
Ed è la bambina che ascolta e sente. Se si scende abbastanza giù.

Quando nell'altro post parlavo delle dimensioni del tempo che si fondevano mi riferivo anche a questo.
Che potrei quasi definire catartico. In me aveva aperto il vaso di pandora costringendomi a rivedere la mia stessa vita e le decisioni che avevo preso e stavo prendendo.
Rifare patti con la bambina che fa patti coi genitori.
E sperimentare la particolare situazione in cui la bambina è contemporaneamente bambina e adulta.
E quel passaggio di testimone, quando il padre e la madre vengono messi accanto al proprio essere padre e madre internamente.

Mi sto spiegando?

Aver figli credo permetta passaggi ulteriori.
Ma non lo so. :)
Osservo i genitori e li vedo a volte mettere sui propri figli i figli che sono stati. A volte mi fa estrema tristezza.
Per tutti i coinvolti.
Altre volte mi sembra un percorso liberatorio e catartico.
Credo che non sia scontato il percorso che descrivi riguardo tuo figlio. Credo serva una buona dose di autocritica e consapevolezza (non semplice sapere) per non "passare sopra i figli" riparando se stessi. E penso che fare figli non sia semplice riproduzione, nel senso che non basti averne per diventarne i genitori.

@brenin
per me è difficile ricordare che pur essendo soli si può camminarsi accanto.
La mia solitudine è quanto di più prezioso posseggo.
E condividerla, per il poco che si può condividere una solitudine, non è per niente semplice e spesso sono egoista e possessiva.
Parte delle carte coperte, per me stanno anche qui. Nel sapere che la solitudine non è condivisibile e vivere questa consapevolezza con estremo piacere.
 

brenin

Utente
Staff Forum
Come al solito non posso risponderti senza prima prendere il tempo di lasciar che quello che scrivi risuoni dentro per un po'.
E' una bella sensazione, grazie.

Ci sarebbe moltissimo da scrivere e da riflettere su ogni cosa.

Dal rapporto coi genitori alla curiosità.
E anche sul rapporto fra aspettative e curiosità.

La cosa che mi ha fermata a riflettere è stata il grassetto. Ed in particolare il sottolineato.
A cui io aggiungerei "internamente".

Nella mia esperienza il confronto è stato col genitore interiore.
Quello introiettato da bambina.
(e qui si potrebbe aprire un ot infinito sulle relazioni primarie e su come scrivono, e allargando ulteriormente lo sguardo sulle catene generazionali)

La maggior parte del dialogo, questo sì a carte scoperte trovandone ogni volta di coperte, per me si è svolto col padre interiore.
E anche con la madre.

Quelli che entrano per più uscire e che ci si porta dietro per la vita.

Quelli fuori è relativamente semplice lasciarli andare e comprenderli.
Empatizzare e comprendere, pregi e difetti.
Osservare la vita che scorre. Vederli invecchiare e divenire sempre più indifesi, per quanto esperti.

Ma dentro...dentro risuona il padre e la madre di quando si era piccoli e impotenti.
Le loro parole e la loro grandezza.
Le ferite e le coccole.
Ed è la bambina che ascolta e sente
. Se si scende abbastanza giù.

Quando nell'altro post parlavo delle dimensioni del tempo che si fondevano mi riferivo anche a questo.
Che potrei quasi definire catartico. In me aveva aperto il vaso di pandora costringendomi a rivedere la mia stessa vita e le decisioni che avevo preso e stavo prendendo.
Rifare patti con la bambina che fa patti coi genitori.
E sperimentare la particolare situazione in cui la bambina è contemporaneamente bambina e adulta.
E quel passaggio di testimone, quando il padre e la madre vengono messi accanto al proprio essere padre e madre internamente.

Mi sto spiegando?

Aver figli credo permetta passaggi ulteriori.
Ma non lo so. :)
Osservo i genitori e li vedo a volte mettere sui propri figli i figli che sono stati. A volte mi fa estrema tristezza.
Per tutti i coinvolti.
Altre volte mi sembra un percorso liberatorio e catartico.
Credo che non sia scontato il percorso che descrivi riguardo tuo figlio. Credo serva una buona dose di autocritica e consapevolezza (non semplice sapere) per non "passare sopra i figli" riparando se stessi. E penso che fare figli non sia semplice riproduzione, nel senso che non basti averne per diventarne i genitori.

@brenin
per me è difficile ricordare che pur essendo soli si può camminarsi accanto.
La mia solitudine è quanto di più prezioso posseggo.
E condividerla, per il poco che si può condividere una solitudine, non è per niente semplice e spesso sono egoista e possessiva.
Parte delle carte coperte, per me stanno anche qui. Nel sapere che la solitudine non è condivisibile e vivere questa consapevolezza con estremo piacere.
@ipazia

Penso che il neretto rappresenti " l'essenza " del rapporto che si andrà poi ad instaurare con i genitori con il passare del tempo.... E come giustamente evidenzi si era piccoli ed impotenti, però molto attenti,sensibili e pieni di aspettative nei confronti dei genitori. Sono gioie e ferite destinate a restare con noi, ad accompagnarci passo dopo passo nel nostro percorso di crescita evolutiva. Ma in particolar modo talvolta le ferite sono a mio avviso " insanabili " , nonostante tutta la buona volontà che il genitore possa mostrare per riparare ad un errore passato.... il transfer dall'età infantile a quella matura dei ricordi spiacevoli o dolorosi è quanto di più difficile da prevedere ed interpretare, come se si potesse immaginare una reazione a catena i cui effetti vwengono ingigantiti dal tempo trascorso. O forse l'unico rimedio sarebbe quello ( molto arduo ) di non avere rimorsi a posteriori.... fermo e restando che il " bimbo " di allora sarà giudice severo e forse anche - talvolta - assolutistico.
l'ultimo neretto è quanto di più importante si possa avere..... senza non potremmo forse essere ciò che siamo ?
 
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