Io ho imparato da sola a combattere ma anche ad accogliere il brutto che arriva a volte senza opporgli resistenza. Ho avuto una specie di illuminazione una volta, molti anni fa, in cui ero totalmente sopraffatta da un'onda di dolore impossibile per i miei mezzi da arginare. E così mi distesi sul letto e le dissi: sono qui, fà di me quello che vuoi. Lei arrivò e non trovò nulla da sfondare, ero aperta e accogliente; piansi tutte le mie lacrime, mi disperai come non avevo mai fatto prima per accorgermi dopo un po' che oltre la spossatezza c'era una specie di pace, che gli occhi non producevano più nulla e, soprattutto, che ero ancora viva. Nonostante tutto. Che il dolore non uccide, che passa se non lo si contrasta.
Mi è capitato ancora di consegnarmi ad esso, ed è stata sempre una scelta di cui non mi sono pentita per l'evoluzione che i fatti hanno avuto in seguito. Invece per questo tradimento mi sono impuntata e non mi arrendo

; combatto e combatto contro il nulla a testa bassa; batto le cor.. ehm la testa contro lo stesso muro come un'asina ma insisto caparbiamente e stupidamente a farmi male. Non mi rassegno al bello che la vita invece mi ri-offre come se non mi ritenessi meritevole di pace. Sono strana, eh
Ps: il video che hai postato l'avevo visto sulla pagina della Lucarelli e l'avevo apprezzato moltissimo anch'io, soprattutto la frase che hai evidenziato nel secondo post :up:
In casa mia, da bambina, piangere era per certi versi disonorevole. Vergognoso.
Quando ero bambina la casa dei miei era pervasa da una rabbia sottile, silenziosa, minacciosa. Pronta e in agguato.
Ricordo che per leggere tranquilla, in particolare d'estate, mi arrampicavo sull'albero fuori casa e scomparivo fra i rami e nelle storie.
La prima cosa che io ho imparato è stata combattere. E che la vita è fatica e dolore.
Non ho mai avuto paura del dolore. Ho sempre pensato, fin da bambina, che rendesse onore alla vita. E che fosse fonte di energia vitale. Il dolore è sempre stato un compagno fidato...mi ha sempre ricordato di me. E sono profondamente grata al Dolore...ho la sensazione che senza, mi sarei persa...anni fa.
Ho sempre saputo in buona sostanza che la mia vita dipendeva dalla morte e dal dolore.
E dal saper aver dominio di entrambi. Sia che fossero i miei, sia che non lo fossero.
I miei, perchè saperli dominare significava essere lucida per poter dominare quelli di chi mi circondava.
E quando ero troppo piccola per dominarli, significava almeno sapermi difendere.
Non lasciarmi negare. Non sperdermi. Non diventare una bimba dell'isola che non c'è. Anche perchè non ho mai creduto che qualcuno sarebbe venuto a prendermi. O non mi perdevo o mi perdevo. Ero semplicemente sola e su di me sentivo di dover contare.
Mi è da sempre stato fatto presente che il mio vivere corrispondeva al dolore e alla sofferenza, al sacrificio, di mia madre. Sacrificio di se stessa. Di cui io ero la causa prima.
E sono sempre stata, nelle sue definizioni di me, malattia e cura. Mio padre chiedeva la cura della malattia. Mia madre chiedeva la causa della malattia e la cura...cura che era essere malattia e smettere di esserlo, in buona sostanza essere senza essere.
I miei spazi, interiori intendo, sono sempre stati combattuti, mm per mm. E difesi.
E ho imparato presto a far emergere con cautela e attenzione quella che sono.
A "attenzionare" il dolore che provocava il mio essere me. Non era bontà. Era sopravvivenza.
Se sbagliavo la misura, il dolore che mi investiva, sotto forma di dolore, rabbia, parole...mi lasciava distrutta. Spezzettata. E quello sì, era davvero doloroso e angoscioso.
E combattere era una sorta di frenesia che mi coglieva mentre raccoglievo i pezzetti di me in fretta, con la paura che sparissero. La rabbia...era come mettere benzina per far divampare il fuoco e essere più veloce, funzionale, efficiente.
Ho imparato in quelle situazioni che le cicatrici sono il mio onore. E sono la mappa del mio essere ancora viva.
Non ho incontrato mai più, dopo, un dolore grande come quello che mi investiva quando scoprivo che gli abbracci di mia madre non erano un posto sicuro in cui riposare...neanche la violenza mi ha ferita tanto profondamente come quegli abbracci in cui sentivo solo dolore che neanche sapevo riconoscere e collocare.
Non ho mai neanche sentito una mancanza tanto profonda come quella.
Ma quella tristezza di cui parla...o perlomeno quella che ho capito e che sto sperimentando, anche con l'aiuto di G...è commozione della mia finitezza. Dei miei limiti. Del mio non potere. Commozione del mio essere umana. Carne e emozioni. Poterlo essere. Poter essere semplicemente...fluttuante e fluida.
Quella non l'avevo mai sperimentata. Che la si può collocare nella mancanza del liceo tanto quanto nel gatto morto a lato della strada...non importa il cosa porta in quel posto...ma è il posto in cui le lacrime sono contente nella tristezza. Una sorta di finis terrae...dove si svuota la valigia sulla terra e si guarda...e si ricorda, si sente la tenerezza per le cose andate, per quelle che sono, per quelle che verranno...è una tristezza così tenera, dolce, malinconica...pulita e innocente.