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Old Asudem
Guest
La trentenne aveva raccontato tutto alle amiche
L’educatrice: sono innamorata
di quel ragazzo di 13 anni
Parla dal carcere la donna sorpresa con il minorenne. Gli investigatori: il rapporto durava da due mesi
- Il fidanzato, trentenne, non immaginava. Il ragazzino, 13 anni, un marcantonio per la sua età, ha un’esistenza che i sociologi definirebbero «borderline», sul confine, naturalmente con il perenne rischio di sconfinare, e cadere. Infine, l’assistente sociale, di 30 anni: ha i capelli a caschetto con colpi di sole, è bassa di statura, ha un corpo pieno nelle forme. Rimane in cella; non da sola, ma in compagnia di piccole delinquenti di giornata. Vi riportiamo frasi confidate ad amiche e colleghe prima dell’arresto, avvenuto martedì: «Sono confusa»; «Sono innamorata».
Da due mesi frequentava — e non solo per lavoro — il ragazzino, un ragazzino «disagiato», affidato a lei e alla sua cooperativa, la Diapason, una cooperativa della quale, per la cronaca, gli addetti ai lavori, nel settore, parlano bene, o comunque non male. Il capo della cooperativa, al telefono, ha una voce di chi è appena tornato dall’apocalisse. Il Comune ha chiuso collaborazione ed erogazione di fondi. Torniamo all’adulta e al minorenne. Ci si vedeva anche al di fuori della cooperativa. A cominciare dalla casa del ragazzino. Come successo martedì. Martedì la madre è rientrata, forse all’improvviso, forse no perché presagiva; avrà spiato o sentito; ha chiamato i carabinieri, che dopo averla fatta rivestire, le han messo le manette. Più tardi, saputo dell’arresto, il fidanzato si è precipitato dai carabinieri, quelli della compagnia Porta Monforte. Ha confidato che, sì, a pensarci, qualche messaggino visto sul cellulare della ragazza gli aveva messo dubbi in testa.
Il tredicenne, e l’ha subito detto e ripetuto, era consenziente, lo voleva anche lui. Nei momenti dell’irruzione dei carabinieri, momenti di trambusto e generale vergogna, l’assistente sociale, una ragazza figlia di una «buona famiglia» e «gran lavoratrice», ha urlato alla madre del ragazzino che «era meglio se mi picchiavi, ma questo no, non dovevi». Qualcuno dice che le due fossero grandi amiche; qualcun altro che si odiassero. L’assessore alle Politiche sociali Mariolina Moioli, con tatto, sta cercando di curare il possibile; ha incontrato la madre, vedrà cosa fare con l’assistente, e con il ragazzino: «Bisogna proteggere le vittime di questa brutta storia». La 30enne è difesa dall’avvocato Martina Bianchi, che punta a ottenere agli arresti domiciliari. Le abbiamo chiesto quale strategia adotterà per il resto. «Non una parola» ha detto chiudendo la porta dello studio legale, studio quasi completamente, a vedere i nomi sull’insegna, formato da donne.
Bell'assistente sociale del cazzo.
Mi auguro una condanna esemplare
L’educatrice: sono innamorata
di quel ragazzo di 13 anni
Parla dal carcere la donna sorpresa con il minorenne. Gli investigatori: il rapporto durava da due mesi
- Il fidanzato, trentenne, non immaginava. Il ragazzino, 13 anni, un marcantonio per la sua età, ha un’esistenza che i sociologi definirebbero «borderline», sul confine, naturalmente con il perenne rischio di sconfinare, e cadere. Infine, l’assistente sociale, di 30 anni: ha i capelli a caschetto con colpi di sole, è bassa di statura, ha un corpo pieno nelle forme. Rimane in cella; non da sola, ma in compagnia di piccole delinquenti di giornata. Vi riportiamo frasi confidate ad amiche e colleghe prima dell’arresto, avvenuto martedì: «Sono confusa»; «Sono innamorata».
Da due mesi frequentava — e non solo per lavoro — il ragazzino, un ragazzino «disagiato», affidato a lei e alla sua cooperativa, la Diapason, una cooperativa della quale, per la cronaca, gli addetti ai lavori, nel settore, parlano bene, o comunque non male. Il capo della cooperativa, al telefono, ha una voce di chi è appena tornato dall’apocalisse. Il Comune ha chiuso collaborazione ed erogazione di fondi. Torniamo all’adulta e al minorenne. Ci si vedeva anche al di fuori della cooperativa. A cominciare dalla casa del ragazzino. Come successo martedì. Martedì la madre è rientrata, forse all’improvviso, forse no perché presagiva; avrà spiato o sentito; ha chiamato i carabinieri, che dopo averla fatta rivestire, le han messo le manette. Più tardi, saputo dell’arresto, il fidanzato si è precipitato dai carabinieri, quelli della compagnia Porta Monforte. Ha confidato che, sì, a pensarci, qualche messaggino visto sul cellulare della ragazza gli aveva messo dubbi in testa.
Il tredicenne, e l’ha subito detto e ripetuto, era consenziente, lo voleva anche lui. Nei momenti dell’irruzione dei carabinieri, momenti di trambusto e generale vergogna, l’assistente sociale, una ragazza figlia di una «buona famiglia» e «gran lavoratrice», ha urlato alla madre del ragazzino che «era meglio se mi picchiavi, ma questo no, non dovevi». Qualcuno dice che le due fossero grandi amiche; qualcun altro che si odiassero. L’assessore alle Politiche sociali Mariolina Moioli, con tatto, sta cercando di curare il possibile; ha incontrato la madre, vedrà cosa fare con l’assistente, e con il ragazzino: «Bisogna proteggere le vittime di questa brutta storia». La 30enne è difesa dall’avvocato Martina Bianchi, che punta a ottenere agli arresti domiciliari. Le abbiamo chiesto quale strategia adotterà per il resto. «Non una parola» ha detto chiudendo la porta dello studio legale, studio quasi completamente, a vedere i nomi sull’insegna, formato da donne.
Bell'assistente sociale del cazzo.
Mi auguro una condanna esemplare