Auto sabotaggio, senso di 'non meritare ancora'

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Lucrezia

Utente di lunga data
Ho sempre avuto la fissazione di dover fare moltissima fatica a raggiungere gli obiettivi a cui tengo molto e che ritengo importanti, e di doverci mettere più tempo del dovuto, di dover necessariamente passare da battaglie, delusioni, ostacoli insormontabili. Fin da piccola. Le cose vengono con grande facilità quando non le ritengo essenziali, ma specialmente coi tre grandi pilastri della mia vita fin ora (la carriera che si era bloccata, il trasferimento rimandato da un anno e un uomo che 'attendo' da tre anni) mi rendo conto di auto-sabotarmi e rendere tutto più difficile e lento, quasi di attrarre sfighe perchè ho una convinzione radicata e che non riesco ad abbattere che cosa ottenuta facilmente si perde facilmente, mentre cosa ottenuta con anni di fatiche e sacrifici è solida e meritata. Ho anche sempre avuto la convinzione di non potermi realizzare pienamente fino ad una certa età per lo stesso motivo. Da qui anche, quasi perenne instabilità economica. :unhappy:
Adesso mi sono un po' rotta di inventarmi battaglie per cose che potrebbero semplicemente cadermi in grembo se non fossi così cretina, ma faccio fatica a eliminare (o almeno ammorbidire) questo setting mentale.
A voi capitano cose del genere? E se sì, come le affrontate? E se no, avete consigli dall'alto della vostra saggezza? ;)
 

drusilla

Drama Queen
Da cosa pensi provenga questa tua tendenza? E poi, come riesci a "sabottarti" in quei campi?
 

giorgiocan

Utente prolisso
A voi capitano cose del genere? E se sì, come le affrontate? E se no, avete consigli dall'alto della vostra saggezza?
Ho circa lo stesso setting mentale. Ed è - come mi ha fatto contare qualcuno qui con estrema semplicità - soprattutto una perdita di tempo enorme. Sto insegnandomi a cambiare, a correggermi quando mi accordo di aver attivato quel modulo.
 

Lucrezia

Utente di lunga data
Da cosa pensi provenga questa tua tendenza? E poi, come riesci a "sabottarti" in quei campi?
Non lo so. Il primo pensiero che mi ricordo in questo senso, quando avevo otto anni, è che all'improvviso mi sono sentita in colpa perchè ero felice, così, bum. Non per la felicità in sè, ma perchè mi sembrava ingiusto sentirmi così senza aver fatto niente per meritarmelo. Senza aver lottato per questa felicità ed esserne uscita vincitrice. Diciamo che il pensiero alla base, forse è, che se costruisco qualcosa molto lentamente e con molta fatica, sarà fatta di fondamenta così solide che sarà impossibile abbatterla, o almeno abbatterla velocemente, prima che io capisca cosa sta succedendo. Sarà veramente mia perchè l'ho meritata, l'ho portata a termine fino in fondo nonostante gli ostacoli. Mentre qualcosa ottenuta facilmente e velocemente, mi sembra di poterla perderla altrettanto facilmente e velocemente. Magari anche di godermela poco e darla per scontata perchè non ho dovuto lavorarci su lungamente. Per esempio, quando andavo all'università, prendevo voti alti studiando poco; e quando uscivo dall'aula col mio libretto, ero amareggiata, pensavo che in qualche modo aver ottenuto tutto senza sforzo fosse degradante: per me che sapevo di non meritarlo, e per quelli che per prendere lo stesso voto avevano sgobbato un casino.
Non so, mi saboto mettendomi da sola degli ostacoli sul cammino che non ci sarebbero. Poi quando va tutto liscio, comincio a pensare tutto il tempo 'è troppo facile, la cosa mi puzza': e lì puntualmente succede qualcosa, è come se pregassi per ostacoli ulteriori, fino a quando non viene il momento in cui sento di aver 'meritato' quel qualcosa, e allora me lo prendo e basta.

Ho circa lo stesso setting mentale. Ed è - come mi ha fatto contare qualcuno qui con estrema semplicità - soprattutto una perdita di tempo enorme. Sto insegnandomi a cambiare, a correggermi quando mi accordo di aver attivato quel modulo.
Concordo, è una perdita di tempo. Come ti stai correggendo?
 

Brunetta

Utente di lunga data
Non saprei io mi merito tutto il bene e non mi merito assolutamente il male.
Scherzo penso che nel tuo modo di attribuire a te stessa e al tuo impegno ci sia qualcosa di troppo infantile.
Ci sono degli studi sulle attribuzioni. Chi pensa che sia sempre colpa sua per ogni piccola o grande fallimento fallirà sempre, chi pensa che sia sempre merito suo vivrà iin uno insoddisfazione perenne, come te.
Chi attribuisce al fato ogni cosa cadrà nell'ignavia.
Questi atteggiamenti dipendono dall'educazione ricevuta e da come i giudizi ricevuti sono stati accolti da noi.
Per dire io ci ho messo molti anni ad apprezzare le mie abilità linguistiche perché mia mamma le dava per scontate.
Ci sono percorsi di terapia breve per cambiare le attribuzioni.
Un mix tra merito, demerito e caso è il più auspicabile.
 

giorgiocan

Utente prolisso
Concordo, è una perdita di tempo. Come ti stai correggendo?
Ho cominciato dal lavoro. Quando, da 1 a 10, mi viene richiesto 6, mi accontento di arrivare a 8, dove prima perdevo il sonno per niente per essere ossessivamente sicuro di essere all'altezza delle aspettative più inarrivabili.

E sto lavorando sulle decisioni che richiedono di scegliere se preferire me a qualcun altro, cercando di tutelarmi sempre e comunque investendo sulla praticità. Mi faccio degli obiettivi, realizzabili in fretta e senza grandi investimenti di risorse. Ma intanto imparo che in questo modo risparmio tempo e elargisco meno energie, se non ho una restituzione utile in tempi umani.

Insomma, basta obiettivi di perfezione a media-lunga scadenza, soprattutto a vantaggio altrui. Più fatti, e con un dispendio personale il più commisurato possibile.
 
Ultima modifica:

Spot

utente in roaming.
Azz.. Roba complicata :D
Scherzi a parte. Io invece spesso incontro difficoltà nell'accettare di portare a termine un lavoro. Soprattutto in campo professionale (ma si, anche in quello sentimentale o dei rapporti umani in generale mi capita spesso) soffro di una sorta di "sindomre da perfezionamento continuo". Ho degli standard - probabilmente irrealistici - che mi portano a non sapermi confrontare in maniera efficace col livello richiesto. In termini di sintesi, serenità, economia di tempi ed energie sono un totale disastro.
Paradossalmente reagisco meglio alle sconfitte, credo, nei confronti delle quali ho buone capacità di analisi e in genere una percezione netta delle mie responsabilità, ma non so godere nemmeno del migliore dei risultati (per non parlare di quando il risultato è ottimo ma perfettibile).

Insomma, sono pesante, e la cosa traspare troppo facilmente.
 
Ultima modifica:

Brunetta

Utente di lunga data
Non conoscendovi personalmente penso di potermi permettermi di dirvi una cosa.
Ridimensionatevi!
Guardando in giro vi sembra di vedere tutta questa perfezione?
Quindi si tratta solo di una percezione quella di lavorare e agire ai massimi livelli.
E ricordate che l'amore non si merita e che nulla si può fare per essere amati.
Relax
 

Spot

utente in roaming.
Non conoscendovi personalmente penso di potermi permettermi di dirvi una cosa.
Ridimensionatevi!
Guardando in giro vi sembra di vedere tutta questa perfezione?
Quindi si tratta solo di una percezione quella di lavorare e agire ai massimi livelli.
E ricordate che l'amore non si merita e che nulla si può fare per essere amati.
Relax
Santa Brunetta, tosta e dal senso pratico :D
Hai ragione, ovviamente. Tant'è che - almeno nel mio caso - si tratta di una percezione al negativo: NON lavorare ai massimi livelli.
 

Lucrezia

Utente di lunga data
Non conoscendovi personalmente penso di potermi permettermi di dirvi una cosa.
Ridimensionatevi!
Guardando in giro vi sembra di vedere tutta questa perfezione?
Quindi si tratta solo di una percezione quella di lavorare e agire ai massimi livelli.
E ricordate che l'amore non si merita e che nulla si può fare per essere amati.
Relax
Ahahah hai ragione, è giunto il momento che mi ridimensioni!! :D E il solo pensiero, quando ho letto quello che hai scritto, mi ha portato sollievo! Poi non è che si tratti di cercare la perfezione, non credo manco che esista. Se una cosa mi riesce male, è ok così (tranne quando cucino. Lì mi arrabbio tantissimo :incazzato:). Diciamo che più che altro 'pretendo' che ci sia un rapporto diretto fra impegno e risultato, della serie dando 5 ottengo 5, dando 10 ottengo dieci. Ma in effetti nel mondo reale non è così. E comunque devo piantarla di pensare che una cosa ottenuta velocemente sia meno degna. Alcune delle cose più belle della mia vita mi sono arrivate senza che le cercassi nè cercassi di averle quindi...alla fine tutto si riduce al voler controllare le cose, concetto su cui ho lavorato molto e su cui sono migliorata, ma ci sono ancora dei residui imponenti! Grazie della cazziata, quando ci vuole ci vuole.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Ho sempre avuto la fissazione di dover fare moltissima fatica a raggiungere gli obiettivi a cui tengo molto e che ritengo importanti, e di doverci mettere più tempo del dovuto, di dover necessariamente passare da battaglie, delusioni, ostacoli insormontabili. Fin da piccola. Le cose vengono con grande facilità quando non le ritengo essenziali, ma specialmente coi tre grandi pilastri della mia vita fin ora (la carriera che si era bloccata, il trasferimento rimandato da un anno e un uomo che 'attendo' da tre anni) mi rendo conto di auto-sabotarmi e rendere tutto più difficile e lento, quasi di attrarre sfighe perchè ho una convinzione radicata e che non riesco ad abbattere che cosa ottenuta facilmente si perde facilmente, mentre cosa ottenuta con anni di fatiche e sacrifici è solida e meritata. Ho anche sempre avuto la convinzione di non potermi realizzare pienamente fino ad una certa età per lo stesso motivo. Da qui anche, quasi perenne instabilità economica. :unhappy:
Adesso mi sono un po' rotta di inventarmi battaglie per cose che potrebbero semplicemente cadermi in grembo se non fossi così cretina, ma faccio fatica a eliminare (o almeno ammorbidire) questo setting mentale.
A voi capitano cose del genere? E se sì, come le affrontate? E se no, avete consigli dall'alto della vostra saggezza? ;)

Mi ha colpito come in questo tuo post compaia continuamente citato il tempo. E l'attesa. una sorta di costruzione del merito.

E lo noto per il semplice motivo che sono stata convinta anche io che fosse esattamente così. Attendere. Saper attendere. Come se attendere fosse un saper fare. Fondamentale. Per costruire me, il mio lavoro, le mie relazioni (che già usare costruire...!!)

Non che sia libera da questa prospettiva. E' ben radicata dentro di me.

Mi sono resa conto che uno dei luoghi in cui si creano attribuzioni, su di sè e sull'altro e sul mondo, è esattamente il luogo dell'attesa.

Con la strana idea di poter recuperare il tempo perduto. Con prestazioni eccellenti. Migliori.

E invece non si recupera niente. Semplicemente è andato. Non ci sarà prestazione, miglioria che tenga.
Sarà semplicemente una cosa diversa. Da quella che si attendeva.

E l'attesa ha il risvolto di impedire proprio di vedere quella diversità. E si resta ancorati al passato. E all'immagine. E ci si rifugia nel futuro. In quello che sarà.

E in questo vagare, si perde il presente mentre accade.
Il volere e il non volere della presenza. L'ascolto di quello che stride mentre accade. O di quello che fa sentire fluidità e morbidezza. Che scegliere, sto imparando, riguarda principalmente il sentire dove c'è vuoto e morbidezza e lasciarcisi portare. Senza fatica.

E ci si concentra, invece, su un volere/non volere che riguarda il dover essere (rimanendo sospesi fra passato e futuro, e inchiodati in un fare sterile). Una sorta di mano di dio all'opera.

Un circolo vizioso orribile.

Io ci ho galleggiato per quasi dieci anni. Nell'attesa. Di me. Dell'uomo che avevo vicino. Delle situazioni. Del lavoro. Dei progetti. Cristallizzata. Se adesso dovessi definire lo stato in cui ero, userei cristallizzata.

Il mio esercizio di adesso è non dover essere. Lasciare l'immagine di me. E essere quella che sono.
Bella. Brutta. Giusta. Sbagliata. Allegra. Triste. Adeguata. Inadeguata. Un elenco lunghissimo di essere/non essere.

L'esercizio è accettare. Di essere un non essere.
Accettare che ogni momento muoio a me stessa.
Che non posso recuperare niente.
Che non ho niente da aspettare. E neanche nessuno.

Accettare che semplicemente esisto. E non ho parametri. Della mia esistenza.

Concordo con Brunetta.
Nulla si può fare per essere amati.

Che tutto il fare nel mondo ruota attorno, secondo me, al meritarsi amore. Nelle sue diverse forme.
Al dimostrarsi e dimostrare di essere degni.

Eppure, mi sto rendendo conto, che non devo niente per la mia esistenza.
Esisto a prescindere dal mio desiderio di esistere. E anche a prescindere dal desiderio altrui.

Mi sto rendendo conto che più mi tengo vicina al morire a me stessa ogni momento, più mi ritrovo libera di vivere, sperimentare, sentire.

E che accade tutto insieme. Quando si distoglie lo sguardo dall'immagine di sè.
E va bene esattamente così. Anche se può sembrare che vada male. Sono anche queste semplicemente attribuzioni di dover essere.
Che non va nè bene nè male. Semplicemente accade. Si tratta di fluirci dentro con presenza. Non di valutare alcunchè.
 

Irrisoluto

Utente di lunga data
[...] all'improvviso mi sono sentita in colpa perchè ero felice, così, bum. Non per la felicità in sè, ma perchè mi sembrava ingiusto sentirmi così senza aver fatto niente per meritarmelo. Senza aver lottato per questa felicità ed esserne uscita vincitrice[...]
Tra tutti i meccanismi interessanti che sono stati descritti, questo mi appartiene di più. Riconosco cioè qualcosa di simile in me: non ho mai goduto di qualcosa per il semplice fatto di goderne. Potrei dire che ho sempre confuso la felicità con la soddisfazione. Ho perseguito solo obiettivi e non mi è mai interessato godere di ciò che semplicemente mi capitava.
Credo di essere d'accordo su Brunetta sul fatto che sia un meccanismo infantile.
E anche che la strada giusta sia quella indicata da Ipazia.
Però ho troppo radicata in me la sensazione che la vita consista più nel fare - cioè costruire, interagire, produrre, tutte cose che implicano dispendio di energia - che nel godere - cioè prendere, usufruire, contemplare. Anche queste ultime sono attività nobilissime e umane...ma non mi danno soddisfazione duratura, svaniscono nell'istante stesso in cui ne godo. Mentre i frutti del mio fare mi danno soddisfazione anche a distanza di anni. E ritorna la questione del tempo...
 

Nobody

Utente di lunga data
Ho sempre avuto la fissazione di dover fare moltissima fatica a raggiungere gli obiettivi a cui tengo molto e che ritengo importanti, e di doverci mettere più tempo del dovuto, di dover necessariamente passare da battaglie, delusioni, ostacoli insormontabili. Fin da piccola. Le cose vengono con grande facilità quando non le ritengo essenziali, ma specialmente coi tre grandi pilastri della mia vita fin ora (la carriera che si era bloccata, il trasferimento rimandato da un anno e un uomo che 'attendo' da tre anni) mi rendo conto di auto-sabotarmi e rendere tutto più difficile e lento, quasi di attrarre sfighe perchè ho una convinzione radicata e che non riesco ad abbattere che cosa ottenuta facilmente si perde facilmente, mentre cosa ottenuta con anni di fatiche e sacrifici è solida e meritata. Ho anche sempre avuto la convinzione di non potermi realizzare pienamente fino ad una certa età per lo stesso motivo. Da qui anche, quasi perenne instabilità economica. :unhappy:
Adesso mi sono un po' rotta di inventarmi battaglie per cose che potrebbero semplicemente cadermi in grembo se non fossi così cretina, ma faccio fatica a eliminare (o almeno ammorbidire) questo setting mentale.
A voi capitano cose del genere? E se sì, come le affrontate? E se no, avete consigli dall'alto della vostra saggezza? ;)
Con l'immaginazione e la visualizzazione. L'ho imparato in ambito sportivo, ma penso possa funzionare bene in qualsiasi campo.
 
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