Ho sempre avuto la fissazione di dover fare moltissima fatica a raggiungere gli obiettivi a cui tengo molto e che ritengo importanti, e di
doverci mettere più tempo del dovuto, di dover necessariamente passare da battaglie, delusioni, ostacoli insormontabili. Fin da piccola. Le cose vengono con grande facilità quando non le ritengo essenziali, ma specialmente coi tre grandi pilastri della mia vita fin ora (la carriera che si era bloccata, il trasferimento rimandato da un anno e un uomo che
'attendo' da tre anni) mi rendo conto di auto-sabotarmi e rendere tutto più difficile e
lento, quasi di attrarre sfighe perchè ho una convinzione radicata e che non riesco ad abbattere che cosa ottenuta facilmente si perde facilmente, mentre cosa ottenuta con
anni di fatiche e sacrifici è solida e meritata. Ho anche sempre avuto la convinzione di non potermi realizzare pienamente
fino ad una certa età per lo stesso motivo. Da qui anche, quasi perenne instabilità economica. :unhappy:
Adesso mi sono un po' rotta di inventarmi battaglie per cose che potrebbero semplicemente cadermi in grembo se non fossi così cretina, ma faccio fatica a eliminare (o almeno ammorbidire) questo setting mentale.
A voi capitano cose del genere? E se sì, come le affrontate? E se no, avete consigli dall'alto della vostra saggezza?
Mi ha colpito come in questo tuo post compaia continuamente citato il tempo. E l'attesa. una sorta di costruzione del merito.
E lo noto per il semplice motivo che sono stata convinta anche io che fosse esattamente così. Attendere. Saper attendere. Come se attendere fosse un saper fare. Fondamentale. Per costruire me, il mio lavoro, le mie relazioni (che già usare costruire...!!)
Non che sia libera da questa prospettiva. E' ben radicata dentro di me.
Mi sono resa conto che uno dei luoghi in cui si creano attribuzioni, su di sè e sull'altro e sul mondo, è esattamente il luogo dell'attesa.
Con la strana idea di poter recuperare il tempo perduto. Con prestazioni eccellenti. Migliori.
E invece non si recupera niente. Semplicemente è andato. Non ci sarà prestazione, miglioria che tenga.
Sarà semplicemente una cosa diversa. Da quella che si attendeva.
E l'attesa ha il risvolto di impedire proprio di vedere quella diversità. E si resta ancorati al passato. E all'immagine. E ci si rifugia nel futuro. In quello che sarà.
E in questo vagare, si perde il presente mentre accade.
Il volere e il non volere della presenza. L'ascolto di quello che stride mentre accade. O di quello che fa sentire fluidità e morbidezza. Che scegliere, sto imparando, riguarda principalmente il sentire dove c'è vuoto e morbidezza e lasciarcisi portare. Senza fatica.
E ci si concentra, invece, su un volere/non volere che riguarda il dover essere (rimanendo sospesi fra passato e futuro, e inchiodati in un fare sterile). Una sorta di mano di dio all'opera.
Un circolo vizioso orribile.
Io ci ho galleggiato per quasi dieci anni. Nell'attesa. Di me. Dell'uomo che avevo vicino. Delle situazioni. Del lavoro. Dei progetti. Cristallizzata. Se adesso dovessi definire lo stato in cui ero, userei cristallizzata.
Il mio esercizio di adesso è non dover essere. Lasciare l'immagine di me. E essere quella che sono.
Bella. Brutta. Giusta. Sbagliata. Allegra. Triste. Adeguata. Inadeguata. Un elenco lunghissimo di essere/non essere.
L'esercizio è accettare. Di essere un non essere.
Accettare che ogni momento muoio a me stessa.
Che non posso recuperare niente.
Che non ho niente da aspettare. E neanche nessuno.
Accettare che semplicemente esisto. E non ho parametri. Della mia esistenza.
Concordo con Brunetta.
Nulla si può fare per essere amati.
Che tutto il fare nel mondo ruota attorno, secondo me, al meritarsi amore. Nelle sue diverse forme.
Al dimostrarsi e dimostrare di essere degni.
Eppure, mi sto rendendo conto, che non devo niente per la mia esistenza.
Esisto a prescindere dal mio desiderio di esistere. E anche a prescindere dal desiderio altrui.
Mi sto rendendo conto che più mi tengo vicina al morire a me stessa ogni momento, più mi ritrovo libera di vivere, sperimentare, sentire.
E che accade tutto insieme. Quando si distoglie lo sguardo dall'immagine di sè.
E va bene esattamente così. Anche se può sembrare che vada male. Sono anche queste semplicemente attribuzioni di dover essere.
Che non va nè bene nè male. Semplicemente accade. Si tratta di fluirci dentro con presenza. Non di valutare alcunchè.