danny
Utente di lunga data
Cammino per le strade adiacenti al quartiere dove sono nato e cresciuto, dove sono vissuti i miei genitori, i miei nonni e dove lavoro.
La parte industriale è una distesa di capannoni abbandonati, nei cui cortili senza vita crescono gli alberi selvatici tra le crepe dell'asfalto corroso.
L'attività produttiva ha gettato la spugna ormai più di dieci anni fa. Alcuni stabilimenti furono demoliti all'epoca del boom edilizio, una quindicina di anni or sono, e sono ora edifici residenziali, il resto giace, in stato di degrado.
La memoria mi porta indietro e ricolloca tutte le attività originarie, con tutte le persone che affollavano queste strade ora deserte. Negli ultimi tempi la situazione è andata ulteriormente peggiorando, facendo aumentare il numero di aree dismesse e coinvolgendo le vie adiacenti, quelle più trafficate, quelle dove avresti immaginato una crescita che ora dubiti potrà mai arrivare.
Scomparsa la palestra, il ristorante, tre grandi concessionari di auto, il grande centro per la vendita di arredi da bagno e piastrelle, le edicole, le librerie, il negozio della Scavolini etc... Cammini e noti la presenza di questi edifici divenuti ingombranti, con qualche pretesa di modernità e di lusso, e ti rendi conto che sei rimasto solo sul marciapiede. E sei consapevole che tra poco toccherà ad altre attività, quelle sopravvissute, quelli che fornivano servizi a chi lavorava nella zona che si sta svuotando.
Per comprare i biglietti del trasporto pubblico devo ormai camminare, recarmi alla stazione ferroviaria, dove c'è l'ultima edicola di zona. Il commesso straniero, che ha sostituito le signore che lavoravano prima, capisce poco l'italiano e non riesce a darmi il biglietto con la tariffa giusta, quello che compro da dieci anni. Devo aiutarlo io. Anche l'edicola si è svuotata, tanti prodotti sono scomparsi, c'è meno roba in giro, non ci compro più niente.
Il parco dove andavo in bici da bambino è divenuto il più grande centro di spaccio di droga a basso costo. Vengono qui da altre città della Lombardia. Li vedi camminare a passo svelto per raggiungere il boschetto che è ormai tappezzato di siringhe. Lo spaccio qui come altrove è gestito da stranieri. Sono loro anche le altre attività residuali della zona: negozi di kebab, di cineserie a basso costo là dove c'erano gioiellerie, negozi di pellicceria, scarpe eleganti, librerie, mercerie, ferramenta, arredamenti, pasticcerie.
Il quartiere che ha visto scomparire le ultime tracce di ceto medio una decina di anni fa, quando si completò il processo di trasferimento nell'hinterland alla ricerca di aree più tranquille di chi ne aveva le possibilità, è ormai a maggioranza straniera, ma non per questo ha acquisito un'identità multietnica.
Sembra di essere a Detroit.
Invece è Milano, a dieci minuti da piazza Duomo.
Che cosa non ha funzionato?
La parte industriale è una distesa di capannoni abbandonati, nei cui cortili senza vita crescono gli alberi selvatici tra le crepe dell'asfalto corroso.
L'attività produttiva ha gettato la spugna ormai più di dieci anni fa. Alcuni stabilimenti furono demoliti all'epoca del boom edilizio, una quindicina di anni or sono, e sono ora edifici residenziali, il resto giace, in stato di degrado.
La memoria mi porta indietro e ricolloca tutte le attività originarie, con tutte le persone che affollavano queste strade ora deserte. Negli ultimi tempi la situazione è andata ulteriormente peggiorando, facendo aumentare il numero di aree dismesse e coinvolgendo le vie adiacenti, quelle più trafficate, quelle dove avresti immaginato una crescita che ora dubiti potrà mai arrivare.
Scomparsa la palestra, il ristorante, tre grandi concessionari di auto, il grande centro per la vendita di arredi da bagno e piastrelle, le edicole, le librerie, il negozio della Scavolini etc... Cammini e noti la presenza di questi edifici divenuti ingombranti, con qualche pretesa di modernità e di lusso, e ti rendi conto che sei rimasto solo sul marciapiede. E sei consapevole che tra poco toccherà ad altre attività, quelle sopravvissute, quelli che fornivano servizi a chi lavorava nella zona che si sta svuotando.
Per comprare i biglietti del trasporto pubblico devo ormai camminare, recarmi alla stazione ferroviaria, dove c'è l'ultima edicola di zona. Il commesso straniero, che ha sostituito le signore che lavoravano prima, capisce poco l'italiano e non riesce a darmi il biglietto con la tariffa giusta, quello che compro da dieci anni. Devo aiutarlo io. Anche l'edicola si è svuotata, tanti prodotti sono scomparsi, c'è meno roba in giro, non ci compro più niente.
Il parco dove andavo in bici da bambino è divenuto il più grande centro di spaccio di droga a basso costo. Vengono qui da altre città della Lombardia. Li vedi camminare a passo svelto per raggiungere il boschetto che è ormai tappezzato di siringhe. Lo spaccio qui come altrove è gestito da stranieri. Sono loro anche le altre attività residuali della zona: negozi di kebab, di cineserie a basso costo là dove c'erano gioiellerie, negozi di pellicceria, scarpe eleganti, librerie, mercerie, ferramenta, arredamenti, pasticcerie.
Il quartiere che ha visto scomparire le ultime tracce di ceto medio una decina di anni fa, quando si completò il processo di trasferimento nell'hinterland alla ricerca di aree più tranquille di chi ne aveva le possibilità, è ormai a maggioranza straniera, ma non per questo ha acquisito un'identità multietnica.
Sembra di essere a Detroit.
Invece è Milano, a dieci minuti da piazza Duomo.
Che cosa non ha funzionato?
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