• Adulterio nel medioevo

    Nell’Alto Medioevo si constata anzitutto un divario tra strati sociali inferiori, poveri e senza la preoccupazione del lignaggio, e dinastie feudali. Così, è negli strati più elevati che si praticava più spesso il ‘ripudio’ - per sterilità della sposa, per stringere nuove alleanze - e, quindi, la Chiesa incontrava maggiori ostacoli al raggiungimento dell’indissolubilità che era il suo obiettivo. In questo contesto non fu l’adulterio, bensì l’incesto, il motivo addotto più di frequente per sciogliere un matrimonio. L’incesto fra parenti era considerato normale, mentre l’adulterio, come prevedeva la legge burgunda, generava una riprovazione tale che portava al ripudio immediato della donna maritata, che veniva poi strangolata e gettata in una palude fangosa.


    Nei secoli XI e XII, sempre per la classe aristocratica: Le regine e le dame, accusate da una fazione avversa di intrattenere relazioni colpevoli con gli uomini che ricevono nella loro ‘camera’ per le necessità dell’intrigo, si discolpano spesso con l’Ordalia: la prova unilaterale del ferro rovente tenuto in mano o quella bilaterale, del duello in cui ci si fa rappresentare: la prima rivela una certa solitudine dinanzi all’accusa, la seconda presuppone l’intervento di un campione, familiare, parente o amante. Isotta, Ginevra e tutta una galleria di eroine epico-romanzesche, che non appaiono davvero tutte innocenti, riescono così a sfuggire al verdetto della corte feudale del loro signore e padrone.

    Negli statuti urbani del XII secolo in Italia e del XIII in Francia, si trovano articoli sulla punizione dell’adulterio che prevedono dure pene sia per gli uomini che per le donne. Così, ad esempio, le Consuetudini di Tolosa del 1293, che raccomandano e illustrano in un disegno la castrazione di un marito adultero.