• Diffamò la moglie dopo tradimento, assolto

    La Cassazione ha assolto totalmente - dalla condanna a sei mesi di reclusione per diffamazione - un marito, tradito dalla moglie con il cognato, che il giorno dopo la scoperta del 'fattaccio' aveva inviato a 16 colleghi della consorte (professori dell'Università di Salerno) lettere con pesanti insulti alla donna.



    L' uomo, inoltre, "per far conoscere a tutti" come e quanto Maria T. aveva infranto la sua fiducia e il suo cuore, aveva allegato alle lettere anche brani del diario intimo della moglie contenenti particolari "scabrosi". Ad avviso della Suprema Corte, Michelangelo F. (52 anni) non è punibile in quanto bisogna riconoscergli di aver agito nello "stato d'ira" in base al quale l'art. 51 del codice penale assolve le reazioni (anche quelle esagerate) scatenate da fatti percepiti come "ingiusti" da chi li subisce. Innegabilmente, per i magistrati di Piazza Cavour, quel che Maria ha fatto è "contrario alle regole della fedeltà e della lealtà familiare" e scagiona da ogni colpa il marito che, peraltro, si è lasciato andare ad una attività "autolesionistica", annota la stessa Cassazione, comunicando a ben sedici persone le circostanze del tradimento.

    L'uomo, il 3 agosto del 1999 aveva appreso della 'liason' della moglie col cognato, e - accecato dall'ira e dalla gelosia - aveva passato tutta la notte in una "frenetica" attività mettendo a punto le 16 lettere che aveva inviato il giorno dopo, corredate di un florilegio dei più piccanti tra i 1300 brani appuntati da Maria nel suo diario personale. Per la Corte d'Appello di Napoli, Michelangelo - nonostante fosse vittima di un fatto "ingiusto" - non poteva essere assolto perché la sua reazione non era stata immediata: c'era stata una notte di mezzo e l'impeto d'ira non poteva essere considerato come 'scusante' essendo passate troppe ore dalla conoscenza del tradimento alla spedizione delle lettere. In proposito, la Cassazione rileva che era il vecchio codice del 1889 a parlare di impeto d'ira, mentre l'attuale formulazione (che risale al 1930) riconosce lo "stato d'ira" che deve essere considerato come qualcosa che si protrae, per un po', nel tempo e che può 'scusare' le reazioni eccessive.

    "E' sufficiente, dunque, perché la esimente sia ravvisabile - conclude la Quinta sezione penale della Cassazione, sentenza 8097 - che l'azione reattiva sia condotta a termine persistendo l'accecamento dello stato d'ira provocato dal fatto ingiusto altrui, e che tra l'insorgere della reazione e tale fatto sussista una reale contiguità temporale, senza che occorra, invece, che la reazione si esaurisca in una azione istantanea". Insomma, la notte, a volte può non portare consiglio senza per questo 'provocare' danni. In primo e secondo grado Michelangelo era stato condannato, oltre che alla reclusione, a risarcire alla moglie i danni morali patiti per gli insulti contenuti nelle lettere. Ora anche la condanna economica è stata cancellata dai giudici di Piazza Cavour.

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    Commenti 1 Commento
    1. L'avatar di diavoletta_78
      diavoletta_78 -
      D'impeto ho avuto anche io questa reazione, peccato che non essendo la moglie in questo caso, forse per me le conseguenze sarebbero state pure più deleterie. Per fortuna, almeno spero, sono riuscita in parte e recuperare i miei danni.Però, ammetto che in quei momenti è davvero difficili intendere e volere...