• E' una questione di sesso, vostro onore

    Ma le vicende scabrose non riguardano solo i rapporti adulterini. L’eros è un gran motore delle azioni umane sia fuori che dentro la coppia: se porta donne e uomini a incontrarsi, li conduce con altrettanta facilità a scontrarsi. E’ così che il sesso, molto più spesso di quanto si creda, finisce per diventare argomento delle arringhe degli avvocati.


    Il consenso innanzitutto. Anche all’interno del matrimonio il sesso può diventare violenza ed essere punita come tale se il marito obbliga la moglie ad avere rapporti contro la sua volontà. Lo stabilisce la Cassazione (sentenza 3343/2004) condannando un marito ossessionato dalla gelosia che, sentendosi respinto dalla moglie, la seguiva ovunque (perfino in bagno) e la obbligava ad avere rapporti sessuali. Il giudice mette ben più di un dito nella relazione tra i coniugi, compiendo un’ingerenza legittima e stabilendo un principio fondamentale: l’essere sposati non può più essere invocato come “attenuante” della violenza sessuale.

    Una rondine non fa primavera. E una sola notte d’amore non ricostruisce un legame matrimoniale che si è dissolto. La vicenda è semplice e forse non così rara: i coniugi sono ufficialmente separati, tuttavia si vedono di tanto in tanto e fanno anche una breve vacanza insieme durante la quale - si sa come vanno queste cose - hanno un rapporto sessuale. Dopodiché ognuno torna a fare la propria vita di separato. Il marito, trascorsi i tre anni necessari dalla pronuncia di separazione, chiede il divorzio, ma a questo punto la moglie si oppone alla richiesta sostenendo che quel rapporto sessuale, seppure isolato, segna l’interruzione della separazione. Niente da fare, dicono i giudici supremi (sentenza 22346/2004): un singolo rapporto sessuale, per di più in vacanza, non è sufficiente per considerare ricostituito il cosiddetto “affectio coniugalis”, cioè l’intero complesso di rapporti tipico del matrimonio.

    Una sanzione eccessiva. Ancora una vicenda di sesso, questa volta negato troppo a lungo. Il renitente agli “obblighi coniugali” in questo caso è il marito: l’astinenza forzata rappresentava una “sanzione” per il fatto che la moglie in una lite per questioni finanziarie tra il marito e il fratello di lei si fosse schierata a favore di quest’ultimo. Fin qui non ci sarebbe nulla di così grave, in fondo è normale che dopo un bisticcio moglie e marito si “tengano il broncio” per un po’... Peccato però che questa forma di ritorsione è durata sette anni! Un po’ troppi anche per i giudici di Cassazione (sentenza 6276/2005) che hanno addebitato la colpa della separazione al marito stabilendo che un rifiuto del genere “costituisce gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner” e “provoca senso di frustrazione e disagio, spesso causa (...) di irreversibili danni sul piano dell’equilibrio psicofisico”. Insomma quando è troppo, è troppo.

    Oltre alla beffa il danno. Da chi di sesso non ne fa per nulla, a chi ne fa troppo. E’ il caso di una coppia che ha pensato di rivitalizzare il proprio rapporto in crisi dedicandosi al sesso di gruppo. Il rimedio, come c’era da aspettarsi, non ha dato gli esiti sperati e non ha scongiurato la rottura. In tribunale, la moglie ha cercato di attribuire la colpa della separazione al marito del quale lei avrebbe soltanto assecondato le “perverse imposizioni”. Ma la tesi non ha convinto i giudici, i quali hanno sostenuto che la partecipazione di entrambi i coniugi ai rendez-vous collettivi ha determinato la definitiva disgregazione del nucleo familiare. Colpa di entrambi dunque e non solo del marito, e quindi niente assegno di mantenimento per la moglie.
    Storie di ordinario rancore.

    Ovviamente le strade che portano marito e moglie in tribunale non partono solo dal letto. La casistica delle liti familiari è molto ampia e la giurisprudenza non fa altro che rispecchiare questa varietà. Affetti, denaro, principi morali: nel calderone delle crisi coniugali entra di tutto, e il più delle volte il ricorso agli avvocati lascia già intuire che si tratterà di una partita senza esclusioni di colpi. Ma, come spesso accade, anche le realtà più drammatiche offrono qualche spunto comico.

    Niente accordo se c’è l’inganno. Com’è noto, la separazione può essere anche consensuale: le sue condizioni cioè possono essere stabilite di comune accordo tra i coniugi e successivamente omologate dal tribunale. Il giudice in questo caso ha una funzione “notarile”, cioè si limita a certificare la volontà delle parti. Ma come per ogni accordo che meriti la tutela della legge, è necessario che il consenso non sia “viziato” cioè non sia ottenuto con violenza (sotto minaccia) o con dolo (con l’inganno). E’ così per i contratti e dev’essere così anche per l’accordo di separazione matrimoniale. La Corte di Cassazione lo ha ribadito (sentenza 17902/2004), annullando una separazione consensuale ottenuta col raggiro e la violenza morale da parte del marito, allo scopo di ottenere condizioni di mantenimento più favorevoli. Ovviamente lo stato di separazione resta, ma la colpa viene attribuita al marito.

    Figli “a carico” a tempo illimitato. E’ proprio vero che si può divorziare dalla moglie o marito, ma non ci si può dimettere dal posto di genitore. I figli sono figli anche se il matrimonio va a rotoli e l’obbligo di educarli e mantenerli rimane ovviamente anche dopo il divorzio. Ma per quanto tempo? Fino alla maggiore età? I giudici della Cassazione non la pensano così e hanno ribaltato una sentenza di appello che dava ragione a un padre che si rifiutava di continuare a versare l’assegno mensile alle due figlie di 34 e 32 anni. Le due ragazze (ormai donne, per la verità) vivevano con la madre e non avevano ancora trovato un lavoro: secondo il padre ciò era dovuto alla loro inerzia e questo giustificava la sospensione dell’assegno. Ma secondo la suprema corte (sentenza 22500/2004) questa “colpevolezza” dev’essere pienamente provata dal genitore e non è sufficiente una generica opinione personale. Fino a quel momento l’obbligo di mantenimento continua. E in tempi di lavoro incerto e precario rischia di spostarsi sempre più in là...

    Prima la famiglia poi la setta. Una sentenza destinata a diventare un precedente importante in tempi di sussulti teo-con e nuovi misticismi. Se il marito aderisce a una setta religiosa i cui comandamenti gli impediscono la normale e serena prosecuzione della vita familiare, deve assumersi la responsabilità della separazione. Anche in questo caso i giudici supremi - con la sentenza 15241/2004 - bocciano il verdetto dei giudici di merito i quali sostenevano che il marito non avesse colpa nella separazione perché stava semplicemente esercitando la libertà di culto sancita dalla Costituzione. La Cassazione sostiene invece che questo diritto non deve contrastare con i doveri familiari previsti dalla legge. Insomma, prima marito e padre, poi adepto.

    Bada a come parli alla suocera. Chiudiamo questa curiosa rassegna saltando sul nervo scoperto dei rapporti con la... suocera. Vi accade spesso di trattenervi dall’alzare la voce con lei per educazione o quieto vivere? Fate bene, potrebbe costarvi 15 giorni di prigione. La Corte di Cassazione infatti ha confermato (sentenza 556/2004) la condanna di un genero esasperato che fermava l’auto sotto casa della suocera e dal finestrino, rivolto alle finestre della donna, urlava il suo nome. Denunciato, si è difeso sostenendo di non averla mai insultata o minacciata, ma di essersi limitato a chiamarla più volte a gran voce. Niente da fare: secondo i giudici si può minacciare anche col solo comportamento. Siete avvertiti.

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