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Sognando Chagall

II parte Dacia Maraini

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Alcuni di quegli scritti li conosce a memoria. Come la prima lettera, arrivata da Vienna nel dicembre del ’39.
Cara Amara, la nostra casa dà sulla Schulerstrasse. Al pianterreno c’è un orologiaio dove io mi fermo sempre nell’uscire nell’entrare. Tutti gli orologi segnano la stessa ora. Non è strano? Anche gli orologi che portano stampigliati i nomi delle città più lontane indicano la stessa ora: Shanghai, Tokyo, New York insieme dicono che sono le tre del pomeriggio. Che ore saranno al tuo orologio? E che ore saranno nella tua testa dove io non ci sono? Le ore ballano, lo sai, come nella Gioconda di Ponchielli che ho visto con Mutti alla Pergola di Firenze l’anno scorso. La danza delle ore: non mi aspettavo di vedere delle ballerine che entravano tenendosi per mano. Poi costruivano un cerchio e in mezzo si infilavano dei ragazzi vestiti di nero che mimavano il movimento lento e uguale delle lancette. Le mie ore sono ferme a Firenze. Dovrei tornare a prenderle, perché qui ci sono altre ore che non riconosco. Ore che non sono fatte di minuti ma di balzi e strani ritorni indietro. Perché non sei qui con me? Ho tanta voglia di abbracciarti. Dalla mia finestra vedo un venditore di frittelle che si ferma all’angolo della Blutgasse ed è bravissimo a preparare le palacinche: spalma la piastra rotonda con un poco di burro, ci versa sopra col ramaiolo la farina mescolata col latte, un getto di fumo gli arriva subito in faccia. Lui si pulisce con la manica, ma non lascia mai con gli occhi la sua piastra, su cui la farina si rapprende e tende ad accartocciarsi. Quando si rassoda, la stende con un coltello largo e corto. Poi, con un gesto veloce del polso, stacca dalla piastra il disco sottile della palacinca e la rivolta. Dopo meno di un minuto è pronta. A questo punto la posa delicatamente accanto a sé, sopra un piatto unto di burro. E se arriva qualcuno la innaffia col rum, ci versa sopra una cucchiaiata di marmellata di prugne e poi la piega delicatamente come fosse un fazzolettino prezioso, per porgerla con grazia all’acquirente. Scrivimi presto, scrivimi sempre, anche due volte al giorno, ti prego, aspetto le tue lettere come fossero tuoi baci. Ti amo. Emanuele.
La fa sorridere il virtuosismo linguistico del piccolo Emanuele; quella voglia infantile di mostrarsi più bravo di tutti, mettendo in evidenza l’osservatore adulto che vive nel corpo del bambino.
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