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Sognando Chagall

19 luglio 1992

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di Pierluigi Visci
Roma, 19 luglio 2012 - Ed eccoci al giorno dell’anniversario avvelenato. Vent’anni fa, 57 giorni dopo l’uccisione di Giovanni Falcone, saltavano in aria il giudice Paolo Borsellino e la scorta, quattro uomini e una donna. Sbriciolati dal tritolo mafioso. E, forse, purtroppo, non solo mafioso. Da quattro anni la procura di Palermo indaga sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia per un patto che, in cambio della cessazione della strategia stragista, attenuasse le misure di rigore nei confronti dei boss.
Un atroce sospetto che proprio in questi giorni è sfociato in un contrasto istituzionale che vede contrapposti il presidente della Repubblica e la procura palermitana per intercettazioni telefoniche che hanno coinvolto Nicola Mancino, ministro dell’Interno all’epoca della strage Borsellino e della trattativa, e il consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio e sfiorato lo stesso Napolitano. Secondo la procura, la trattativa iniziò nel marzo 1992 (quando fu assassinato Salvo Lima, luogotenente di Giulio Andreotti in Sicilia) e si concluse nel 1994, quando scese in campo Berlusconi. L’ultimo indagato è Marcello Dell’Utri (accusato anche di estorsione ai danni di Berlusconi) considerato nuovo referente politico della mafia, dopo Lima. Il tramite, presente “lo stalliere” Vittorio Mangano, tra Berlusconi e i boss.
Il pool guidato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia chiederà il rinvio a giudizio di 12 indagati: i boss Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e Antonino Cinà; gli ufficiali dell’Arma Antonio Subranni, Mario Mori, Giuseppe De Donno; i politici Calogero Mannino e Dell’Utri che "hanno agito per turbare la regolare attività dei corpi politici dello Stato italiano", in concorso con il capo della polizia, Vincenzo Parisi, e il vicedirettore delle carceri (Dap) Francesco Di Maggio, entrambi deceduti. Per falsa testimonianza Nicola Mancino; mentre Massimo Ciancimino per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel registro degli indagati l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso (firmò la revoca del 41 bis per 441 mafiosi, in "assoluta solitudine" ha detto ai pm), l’allora capo del Dap Adalberto Capriotti e l’eurodeputato Giuseppe Gargani.
Il grande intrigo, secondo la Procura, si sviluppa in tre fasi. All’inizio, dopo l’omicidio Lima, fu Mannino a contattare i boss (tramite Vito Ciancimino, l’ex potente sindaco di Palermo in odore di mafia) perché temeva di essere assassinato. Nel mirino c’erano anche Carlo Vizzini, Claudio Martelli e Giulio Andreotti. Mannino avvertì il capo del Ros, Subranni, e quello della polizia, Parisi. Pure il guardasigilli, Martelli; il direttore degli affari penali, Liliana Ferraro, che aveva preso il posto di Falcone; e Luciano Violante, presidente della commissione parlamentare antimafia.
Martelli, Ferraro e Violante ricorderanno solo 17 anni dopo, quando aveva parlato il pentito Gaspare Spatuzza che si autoaccusò della strage Borsellino, e non solo. Borsellino sapeva della trattativa e la strage di via D’Amelio fu per impedire che la rivelasse. Ma anche – dopo Lima e Falcone – un altro tassello della strategia dei corleonesi per premere sullo Stato. Poi verranno gli attacchi a Firenze (Georgofili, maggio 1993, 5 morti e 48 feriti); Roma (luglio ’93) e Milano (luglio ’93, 5 morti) dopo che Provenzano aveva di fatto consegnato Riina ai carabinieri. Poi le minacce di far saltare la Torre di Pisa e avvelenare le spiagge romagnole, fino al mancato attentato allo stadio Olimpico (gennaio 1994), che segnò la conclusione della strategia stragista.
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