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Amedeo Modigliani
di Roberta Chiti



La vita di Modì (una vita cortissima: morì di tisi a trentasei anni, due anni dopo la fine della Grande guerra) era stata a dir poco turbolenta. “L’ultimo romantico”, lo chiama Corrado Augias nel bel libro uscito nel ’98 (Mondadori). “Perla e porco” lo chiamava l’inglese Beatrice Hastings, una delle sue amanti più appassionate durante il soggiorno parigino.”Mostro ubriaco” diceva di lui il poeta russo Nikolaj Gumilev. Era irruente e timido, insicuro e bello, aggressivo, talvolta supponente (gli piaceva declamare Dante), gelosissimo delle proprie opere al punto da coprire la tela con la mano, quando era all’accademia, per non far vedere quello che stava disegnando. Spesso e volentieri era insopportabile. Le donne lo amavano. “Di sicuro vede le cose in modo diverso da noi” diceva la poetessa Anna Achmatova.
Con i capelli ricci e neri, gli occhi grandi e scuri, insofferente alle regole ma attento nel vestire (e anche pulitissimo: nei suoi infiniti traslochi parigini si portava puntualmente dietro la vasca da bagno di zinco), Modigliani incarna ai nostri occhi quell’ideale di personaggio solitario e frainteso, che nonostante tutto ci piace ancora far coincidere con l’idea di artista puro.
In effetti quella di Modigliani fu una delle prime gioventù bruciate su cui poté contare il nostro immaginario “moderno”. E i suoi quadri, quelle famose donne e uomini dal collo allungato come una divinità africana, quei colori violenti che sapevano inventare la psicologia di un personaggio anche senza aver letto “L’intepretazione dei sogni” di Sigmund Freud (uscito proprio in quegli anni), corrispondono perfettamente alla nostra idea di arte.
Amedeo Modigliani nasce nel 1884 al numero 38 di via Roma a Livorno da una famiglia ebrea ex agiata. In casa si parla francese, spagnolo, inglese. Anche nelle ristrettezze si respira un’aria di cosmopolitismo e di abitudine al lusso. Amedeo, “Dedo”, è un bambino viziato, segnato da subito da quella tubercolosi che in qualche modo contribuirà a farne un genio della pittura: lui vorrebbe scolpire, ma la polvere di pietra è micidiale per i suoi polmoni. È una famiglia contraddittoria e nevrotica, in bilico fra ricchezza e povertà, calore e paure. Ma è anche un nido che esercita un’attrazione fortissima: la vita di Modì, il suo strappo da Livorno e dalla frequentazione dei macchiaioli, le avventure parigine all’insegna dell’emarginazione rappresentano anche lo sforzo disumano di staccarsi da una provincia rassicurante e soffocante. Modigliani deve tagliare con tutto questo per dare forma ai suoi stati d’animo. Deve dimenticare Livorno. Ma Livorno non sempre si fa dimenticare: anche immerso nelle atmosfere sregolate e innovative di Montparnasse manterrà sempre l’accento toscano. La sua galleria di sfolgoranti ritratti è una disperata negazione dei paesaggi macchiaioli.
Parigi, quando Modigliani ci arriva nel 1906, è l’ombelico del mondo. La città già respira aria di guerra, la tensione per l’affare Dreyfus altissima. C’è anche questa turbolenza sotto il vento spregiudicato che muove gli artisti e gli intellettuali in arrivo qui da tutto il mondo, Picasso, Utrillo, Epstein, Jacob, e ancora Radiguet, Cézanne, Chaplin, Apollinaire, Derain… Mantenuto dal vaglia mensile di uno zio Modigliani si sposta di casa in casa, di bettola in bettola sconvolto e affascinato da una realtà che così poco somiglia allo spirito respirato a Livorno. Sono in pochi, pochissimi a credere in lui. Morirà povero all’ospedale della Carità.
Poche settimane dopo il valore dei suoi quadri sale paurosamente. Quando il fratello si reca a Parigi, racconta Augias nel suo libro, fa fatica a farsi mostrare “da mercanti e galleristi le opere di Amedeo, tale era il timore degli acquirenti di dover rendere conto della troppo grande differenza fra il prezzo pagato a suo tempo e il valore che in poche settimane i quadri avevano toccato”.

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