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Le età della felicità: per una vita vettorialmente intesa!

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Citazione Originariamente Scritto da contepinceton Visualizza Messaggio
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Le età della felicità
Amici? Amore? Progetti? O solo ricordi? Ciò che ci dà gioia a 20 o 30 anni non lo fa né prima né dopo (e non sarebbe sano)
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La felicità non è qualcosa di statico che sta lì e non cambia, che puoi afferrare a dieci anni come a ottanta o novanta. La felicità si mostra per quello che è, una sensazione duttile, che cresce, si trasforma e forse invecchia, proprio come facciamo noi. La felicità di un bambino nello scartare un gioco non può essere la stessa che prova un anziano nel ritrovare una vecchia foto. Quello che ci rende felici a trent’anni non avrà la forza di farlo a sessanta. L’inconsapevolezza giovanile, la voglia di spaccare il mondo, il senso di onnipotenza che rende quell’età unica e irripetibile non potrebbero sopravvivere al passare degli anni, e se accadesse vorrebbe dire che qualcosa è andato storto.

Non esiste una sola felicità.

Fino ai dieci anni la felicità è inventarsi un gioco
Tuo nonno apre l’armadio e tu avverti il solito odore di naftalina che ti fa stare bene. Quando si gira, ha in mano il volante di un’auto, uno vero, ti spiega, quello della sua vecchia Cinquecento, che si è fatto smontare apposta per te. Lo guardi strabiliato, lui ride, ti dà un buffetto sulla guancia e se ne va, mentre tu rimani ad accarezzare il fantastico oggetto grigio con il pulsante del clacson nero e rosso al centro. Devi provarlo: ti siedi sulla poltrona e lo appoggi alle ginocchia. Ora hai anche tu la tua Cinquecento, gialla e col tettuccio apribile, come quella del padre del tuo migliore amico. Di là ti stanno chiamando, è ora di cenare. Dovranno aspettare, adesso sei impegnato. Inserisci la marcia, impugni il volante con entrambe le mani e parti a tutta velocità, tanto sulla tua strada non ci sono né semafori, né incroci. Ancora per un bel po’.

A vent’anni la felicità è poter rincorrere la vita inconsapevoli
Il rumore della Vespa copre la sua voce, mentre il vento ti sbatte in faccia il mare che ruggisce contro gli scogli. Il mento di lei è nell’incavo della tua spalla, i suoi capelli ti svolazzano davanti agli occhi, le labbra ogni tanto si poggiano sul collo e le braccia ti avvolgono, anzi ti avvinghiano, una attorno al bacino, l’altra quasi aggrappata al torace. È come se la stessi portando sulle spalle, e ti stringe così forte che puoi sentirne il seno dietro le scapole. Fra poco vi fermerete sulla vostra panchina. Fra poco. Per adesso, invece, siete ancora qui, a sfidare l’aria, il vento e il mare, a rincorrere la vita, a ridere e a riempirvi i polmoni di questa strana brezza che una volta giunta nel petto provoca una specie di gorgoglio, come il bicarbonato che si scioglie nell’acqua. Forse vent’anni sono pochi per capire che quel gorgoglio è la felicità. Ma, in fondo, chi se ne frega.

A trent’anni la felicità è un progetto
Le stelle di questa notte d’estate punteggiano il cielo mentre voi quattro ve ne restate distesi sulla sabbia accanto al fuoco che borbotta assonnato. Gli altri sono andati a dormire, voi, invece, avete ancora voglia di sognare. Perché stasera è la notte in cui tutto è permesso, persino sperare che non passi mai. Ti accendi una sigaretta e ti perdi l’ennesima stella che graffia il cielo. Ma fa niente, perché state parlando di donne, di futuro e di passato, di progetti, e di quest’estate che presto finirà e vi renderà un po’ più grandi, forse un po’ più distanti. Per adesso, però, il sole non è ancora sorto e le stelle continuano a cadere. Perciò fai un tiro e cacci il fumo dal naso, mentre ridi per l’ennesima stupida battuta.

A quarant’anni la felicità è qualcosa che resta
La televisione proietta il solito cartone animato. Tua figlia è accanto a te, sul divano, gli occhi alla tivù e un gelato sciolto che le incornicia le labbra. Tu, invece, sei sdraiato, le gambe accavallate in una posizione scomoda, come di chi non ha intenzione di cedere al sonno. La pioggia inizia a tamburellare contro i vetri, e la voce di tua moglie sembra intonare una canzone dal bagno. Socchiudi gli occhi un attimo, poi tua figlia allunga una mano verso la tua, allora ti giri e la guardi, ma lei è presa dal cartone e non sembra fare caso a te, forse neanche si è accorta che ora le sue piccole dita sono racchiuse nel tuo palmo. La pioggia cresce d’intensità e tua moglie continua a canticchiare un pezzo che adesso riconosci: è Futura, di Lucio Dalla. Serri la mano, chiudi di nuovo gli occhi e ti lasci infine vincere dal sonno, senza nemmeno accorgerti che stai sorridendo.

A cinquant’anni la felicità è l’imprevisto che torna a sorprenderti
Non volevi neanche venirci a questa festa, invece sei qui ad annoiarti, finché incroci gli occhi di una donna che ti guarda di sottecchi, mentre chiacchiera con altri, e allora d’improvviso ti vedi trasandato, con la cravatta allentata e i calzini un po’ scesi. Ti alzi e afferri un bicchiere di vino. Forse potresti avvicinarti. Forse sei rosso in viso. Sei patetico. Tua moglie ti trascina in un’altra stanza, dove fingi di ascoltare le conversazioni e ti guardi intorno per cercarla. Hai già il cappotto addosso quando la rivedi in cucina; stavolta abbozzi un sorriso, ma è un sorriso amaro, come il gusto che hai in bocca quando ti ritrovi per le scale, a pensare che sei stato proprio uno stronzo a non avvicinarla. Poi siete già in auto e il tuo piccolo flirt è lontano. Solo quel gusto amaro resta a farti compagnia per tutta la notte. Eppure la mattina dopo in auto, mentre vai al lavoro, inserisci un cd. Affanculo il notiziario! A volte basta solo uno sguardo per tornare a farti respirare la felicità.

A sessant’anni la felicità è la certezza di quel che ti circonda
Non ti piacciono i giochi di Natale, però ti tocca prendere una cartella e partecipare alla tombolata. Accanto hai tua figlia di sedici anni e dall’altro lato tua madre, che di anni, invece, ne ha ottantatré. Tua moglie è di fronte a te, ogni tanto sorride e si lascia andare a uno sbadiglio. Chissà se è felice. «Pa’, guarda che il settantasette ce l’hai», ti sta dicendo tua figlia. È vero, solo che stavi pensando a quanto ti piace quella fossetta che si forma sullo zigomo di tua moglie quando sorride. Che poi è la stessa che ritrovi spesso sul volto di tua figlia. «Nevica!», urla tuo figlio, il ciuffo scompigliato e lo sguardo sicuro. Correte tutti alla finestra, tranne tua madre che resta con la testa china sulla cartella dei numeri e Pippo, il vecchio Labrador, che russa sul tappeto mentre la neve continua a cadere silenziosa. A una certa età la felicità deve fare rumore se vuole farsi ascoltare.

A settant’anni la felicità è sorridere davanti a un album di ricordi
Ieri un amico ti ha mandato un’email con una foto. L’hai aperta e ti sei trovato davanti l’immagine di sei ragazzi distesi sui banchi di scuola, che guardano allegri l’obbiettivo. Ognuno è attorcigliato a chi gli è accanto: il braccio su una spalla, la mano su un petto, il gomito su una coscia, una testa fra le ginocchia. E in mezzo a tutti questi arti, fioriscono sorrisi e occhi carichi di luce. Hai sorriso anche tu, mentre il volto si arricciava in una smorfia. Ogni tanto il sabato pomeriggio incontri due di quei sei ragazzi che si volevano bene; vi sorridete, ma non vi toccate più, a stento una pacca sulla spalla e via. Però sei felice lo stesso per questo regalo, così rispondi al tuo amico, felice che quel giorno di tanti anni fa qualcuno pensò di fermare per sempre il momento. Felice di averlo vissuto. Felice di poterlo ricordare. Felice.

Da ottanta in poi la felicità è l’accettazione di ciò che sei stato
Quando apri gli occhi, vedi tuo nipote che ride in groppa al padre, mentre imboccano il corridoio per raggiungere la cucina dove ci sono tua moglie e tua figlia. Ti sistemi il plaid e metti un documentario sugli elefanti. Chissà come fanno a campare cent’anni senza stancarsi, pensi, prima che il sonno venga a farti visita di nuovo. Quando ti risvegli, c’è un varietà alla tivù, tuo nipote con la testa appoggiata sulle gambe del padre che riposa, la fronte sulla spalla di tua moglie addormentata sul bracciolo del divano. Tua figlia, invece, sorride e ti afferra la mano ossuta e piena di macchie. Poi torna a guardare lo schermo, cosa che tenti di fare anche tu, finché ti appisoli di nuovo, la tua mano nella sua, come tanto tempo prima. E anche stavolta sorridi, come quarant’anni fa. Di questo non ti sei stancato.
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