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HYDE PARK SPEAKER'S CORNER

Hank Chinaski, colui che ha contribuito a rendere la mia adolescenza meno dolorosa.

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[COLOR=#0000ff][SIZE=3][FONT=arial black]Mi piace inaugurare questa mia piccola tana con una recensione, invero datata cronolgicamente ma non per questo meno condivisibile sul piano dei contenuti - e peraltro scritta da uno delle penne del giornalismo musicale italiano che stimo di più - di un libro che mi ha segnato; e che tra i molti grandi libri dello stesso immenso autore resta per me il migliore, perché più di ogni altro ha toccato le corde del mio cuore.
Come ha scritto una mia collega di blog in risposta ad una mia domanda sul perché una cosa ci prende l'anima e un'altra no, "questione di sensibilità".
Buona lettura
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[TD="class: bkgl"][COLOR=#0000ff][SIZE=3][FONT=arial black][B]Bukowski bevitore geniale[/B] [I]di[/I] ERNESTO ASSANTE
Chiunque non ami il proprio lavoro dovrebbe provare a leggere Post Office di Charles Bukowsky, una sorta di inno al "non lavoro", scritto con ironia surreale da uno degli scrittori americani più singolari, un romanzo sulla vita, su come ti possa far male quando meno te lo aspetti e su come si possa diventare dei bravi incassatori. Un romanzo che ci consente di vedere la "normalità" con gli occhi di un ubriacone, sessuomane, giocatore, interessato più a disperdere che ad accumulare. C'è un po' di Henry Chinaski, il protagonista del romanzo, in ognuno di noi, in chiunque abbia svolto, fosse anche per un breve periodo, un lavoro che non amava, attorniato da compagni di lavoro poco meno che simpatici, di quelli con i quali non vale la pena nemmeno di andare a bere una bella birra. Non un libro disperato, non un deprimente ritratto del degrado, piuttosto una dimostrazione efficace di un motto classico di Bukowski: "La vita fa schifo ma, bisogna ammetterlo, è anche piuttosto divertente".

Con Post Office Bukowski si fece conoscere e apprezzare dalla critica ed anche se non è considerato il migliore dei suoi lavori è senza dubbio il libro con il quale cominciare ad addentrarsi nel mondo dell'autore americano. Post Office è la prima delle novelle di Bukowski narrata dal suo alter ego autobiografico, Henry Chinaski, ed attraverso di lui lo scrittore ci racconta il percorso che lo ha portato dall'ufficio postale alla carriera di scrittore. Bukowski ha lavorato per il servizio postale americano per oltre un decennio e Post Office è un ironico resoconto di quel lungo periodo. Il libro, scritto nel 1971, è certamente uno dei più sarcastici e mescola con saggezza realtà e fantasia, autobiografia e finzione. E' una lettura piacevolissima, un libro imperdibile, ovviamente, per i fan di Bukowski e allo stesso tempo un buon viatico per chi non ha ancora mai frequentato l'autore di Taccuino di un vecchio porco. E' un libro candido in cui l'autore prova a mettersi a nudo, in cui trova il modo di raccontarsi raccontando altro, mettendo a fuoco per la prima volta quel suo universo poetico che non lascerà più e che nei libri successivi diventerà ancora più preciso e avvincente.

Nato in Germania nell'agosto del 1920, Bukowski iniziò presto a seguire le sue tre principali inclinazioni, quella della scrittura, quella dell'alcool e quella dell'originalità, ma dato che nessuna delle tre gli avrebbe dato da vivere si adattò, negli anni, a fare molti altri lavori, dal lavapiatti all'autista di camion, dal custode di parcheggio all'impiegato delle poste. E proprio quest'ultima esperienza è raccontata in Post Office. Bukowski lavorò per le poste della California, a Los Angeles, per undici anni consecutivi, l'esperienza di lavoro più lunga della sua vita, impiego che abbandonò nel 1969, dopo aver iniziato ad avere qualche successo come scrittore, pubblicato da piccole riviste. All'età di 49 anni Bukowski prese la decisione più importante della sua vita, come scrisse a Carl Weisser, un giovane editore tedesco, in quei giorni: "Avevo solo due scelte, quella di restare all'ufficio postale e impazzire, o quella di uscire dall'ufficio postale, scrivere e morire di fame. Ho deciso di morire di fame". Tra quella decisione del novembre del 1969 e la pubblicazione di Post Office trascorre poco più di un anno, un anno determinante nella storia di Bukowski, perché segna l'inizio della sua carriera di scrittore di successo, nel corso della quale ha pubblicato più di sessanta opere, tra romanzi, novelle, poesie, fino alla sua morte, nel 1994.

Tra quelli di maggior successo Taccuino di un vecchio porco, Donne, A sud di nessun nord e Storie di ordinaria follia.
Henry Chinaski arriva al suo ufficio postale quasi per caso, anzi, come dice lui all'inizio del romanzo, "per sbaglio": "Che lavoro, pensai. Facile! Leggero! Ti davano solo un paio di isolati e se finivi prima il postino fisso ti dava un altro isolato, oppure tornavi in ufficio ed era il capo a dartene un altro, ma tu te la prendevi comoda e dovevi solo infilare tutti quei cartoncini di auguri nelle cassette".

Ma in breve lo scenario cambia e Chinaski torna a preferire l'alcool e le donne al suo monotono lavoro quotidiano. Chinaski soffre per il suo capo, i suoi compagni di lavoro, le donne, il tempo, qualsiasi altra cosa, ma non demorde, per resistere, per restare vivo, ha una soluzione a suo dire perfetta, si siede nel suo letto e manda giù un'altra birra. Chinaski ama l'alcool, il gioco e le donne, non certo il suo ufficio postale, e il libro dipinge magnificamente lo scontro-incontro tra due vite diverse e parallele, quella di Chinaski impiegato dello stato e quelle di Henry, a caccia di sesso e di scommesse. Libro tragico e appassionante, ma allo stesso tempo divertente e sorprendente, Post Office è sostanzialmente un libro "contro" il lavoro. Ma non ha nulla della denuncia sociale, non c'è alcun risvolto politico nel racconto, non c'è commento. Bukowski racconta l'ufficio postale e il suo mondo per quello che sono, non vuole convincere o offendere, non tira somme né conclusioni, non vuole insegnare o educare nessuno. L'unica certezza è che Post Office ci ricorda che non tutti gli abitanti del pianeta vivono una vita interessante. "Un laconico editoriale scritto da un uomo cinico ma, nonostante tutto, felice", come ricorda uno dei suoi biografi, Jay Dougherty.
Bukowski dipinge con sapienza i crudi sobborghi di Los Angeles, la loro umanità dolente e rabbiosa, ritrae con durezza, ma anche con indubbio affetto, i personaggi spesso degradati che animano le strade della California. Molte, moltissime, le donne, da Betty, "calda e accogliente" a Joyce, che diventa sua moglie, a Fay, una hippy amante della contestazione globale con la quale Chinaski ha una figlia, piccoli fari nel buio della vita del postino, che sono in grado però di illuminare la sua esistenza solo a tratti, poi si spengono, vengono sostituite, diventano fotografie sfocate, ricordi affogati nell'ennesima bevuta.

Al centro di questo, come di tutti i romanzi e della vita stessa di Bukowski, c'è Los Angeles, "La più grande città dell'universo, il posto più pieno di sopravvissuti al gioco della vita, un posto dove uno può sfuggire agli altri abbastanza a lungo per restare sano", come scrive in Taccuino di un vecchio porco. Los Angeles è li dove la cultura americana trova la sua fine naturale, "all'incrocio tra Hollywood e l'Occidente, masticando un taco e godendosi il sole". E di questa cultura Bukowski si fa beffe, come delle buone maniere e delle forme eleganti della letteratura, pur restando decisamente un poeta, riuscendo comunque a regalare emozioni e sentimenti, anche quando le sue storie, come quella del postino Henry, spesso sembrano sordide e senza speranza.
In realtà la speranza e l'amore per la vita sono al centro di Post Office: Chinaski ama la vita a modo suo e vive il suo rapporto con il lavoro e con l'ufficio postale in maniera contrastata, non si lascia travolgere dalla routine, rifiuta di restare schiacciato dagli ingranaggi della burocrazia, si licenzia addirittura, abbandonandosi a settimane di puro abbrutimento per poi cercare di tornare alla "normalità" facendosi assumere di nuovo, continuando ad accumulare reclami, ammonizioni, procedimenti disciplinari fino all'inevitabile licenziamento, celebrato, manco a dirlo, con l'immancabile colossale sbornia. Le ultime righe ci raccontano la nascita del libro stesso: "La mattina dopo era mattina e io ero ancora vivo. Forse scriverò un romanzo, pensai. E lo scrissi".
[I](27 agosto 2002)[/I][/FONT][/SIZE][/COLOR][/TD]
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Aggiornato il 29/07/2014 alle 15:49 da Hellseven

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