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Sognando Chagall

saviano

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Madrid. «Me he arruinado la vida. Non credo sia nobile aver distrutto la mia vita e quella delle persone che mi circondano per cercare la verità. Avrei potuto fare lo stesso, con lo stesso impegno, con lo stesso coraggio ma con prudenza, senza distruggere tutto. Invece sono stato impetuoso, ambizioso».

È la confessione amara di Roberto Saviano in un’intervista ieri a El Pais. Sono parole più volte ripetute dallo scrittore di 35 anni, costretto da dieci, dalla pubblicazione di ”Gomorra” e la condanna a morte della camorra, a vivere in esilio una non vita, in «non luoghi» segreti, condivisi 24 ore al giorno con gli uomini della protezione.

«Dedico questo libro a tutti i carabinieri della mia scorta. Alle 35.000 ore trascorse assieme. E a tutte quelle che verranno», l’epigrafe del suo ultimo libro, Zero Zero Zero (Feltrinelli) - il dossier di 500 pagine sui percorsi della cocaina, dai cartelli in Messico alle banche di New York e Londra - tradotto ora allo spagnolo, che, nella corrispondenza da Roma, Pablo Ordaz cita in apertura dell’intervista. Fino a che punto, però, Saviano paghi sulla pelle lo scotto della sua denuncia era finora inedito. «Bisogna considerare che non posso disporre della mia vita senza chiedere autorizzazione. Né uscire o entrare quando voglio, né frequentare le persone che voglio senza doverle nascondere nel timore di rappresaglie. A volte mi domando se finirò in un ospedale psichiatrico».

Tutt’altro che una boutade, dal momento che, subito dopo, lo scrittore aggiunge: «Sul serio. Già adesso ho bisogno di psicofarmaci per tirare avanti e non era mai accaduto prima. Non ne faccio abuso, ma a volte ne ho necessità. E questa cosa non mi piace per nulla. Per questo spero che prima o poi finisca».

E alla domanda, se sia valsa la pena pagare un prezzo così altro, Saviano non esita a rispondere: «No. E so che quando lo dico, qualcuno può pensare: che codardo. Vale la pena cercare la verità e vale la pena arrivare fino in fondo, ma proteggendoti. Il mio dramma interiore è: avrei potuto aver fatto tutto questo ma senza mettere a rischio tutto. Perché, qual è il problema? Se tu anteponi un obiettivo, la verità, la denuncia, a qualunque altra cosa della tua vita, diventi un mostro. Un mostro. Perché tutte le tue relazioni umane e professionali sono orientate a ottenere la verità. Forse alla fine sarà nobile, una cosa generosa. Tuttavia – osserva lo scrittore – la tua vita non si converte in generosa, Le relazioni diventano terribili».

Un errore dal quale, d’altra parte, è impossibile tornare indietro, perché per l’autore di Gomorra, è impossibile liberarsi di quella che definisce un’ossessione, una dipendenza, una mania. «Mi piacerebbe rispondere con una frase eroica del tipo: continuo a scrivere perché credo nella verità e non sono riusciti a piegarmi, ma mi sentirei un po’ ridicolo, perché per me non è la verità. Perché la vera risposta è: perché sono ossessionato. E sono ossessionato perché, una volta che mi sono trovato davanti la storia delle mafie non ho più potuto, perfino fisicamente, resistere a seguirla».

Il successo finora ottenuto lo tiene prigioniero, ma allo stesso tempo «dà un senso» alla sua vita. Con l’ambizione viva e la sfida di voler fare letteratura. Infine, un accenno allo stato d’animo provato nel suo recente ritorno, dopo anni e proprio in occasione dell’uscita di Zero Zero Zero, nella sua città, una Napoli ancora più fustigata dalla crisi. «All’inizio avevo paura», confessa Saviano. «Ho cercato di inventarmi qualunque cosa per andarmene. Mi preoccupava infastidire la città, la gente, che mi dicessero basta. E invece ho trovato migliaia di giovani felici di salutarmi, persone che volevano toccarmi e accarezzarmi, che mi prendevano le mani e mi dicevano: Tranquillo, sei qui. È stato emozionante».


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