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Sognando Chagall

ma ce la meritiamo la primavera?

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http://sceglilfilm.it/film/La-quinta-stagione/1676


Ancora inverno
Su un villaggio nel cuore delle Ardenne si abbatte una misteriosa calamità: non arriva la primavera. Il ciclo della natura si è capovolto. INVERNO – In cui Alice, figlia di un contadino, e Thomas, un adolescente solitario, sono innamorati. In cui l’annuale falò che celebra la fine dell’inverno non riesce ad accendersi. PRIMAVERA – In cui le api scompaiono, i semi non germogliano, le mucche si rifiutano di produrre latte. In cui si ha la prima vittima. ESTATE – In cui un venditore ambulante di fiori porta al suo passaggio una gioia effimera. In cui abbondano gli insetti, sale il panico, esplode la violenza. AUTUNNO – In cui ogni cortesia è svanita. In cui gli angeli prendono la fuga.

L'apocalisse della civiltà
Il fallimento di un rito collettivo annuncia l'apocalisse della civiltà, e il ciclo annuale delle stagioni si fonde in un unico, terribile inverno: nello splendido film di Jessica Woodworth e Peter Brosens non è un cataclisma a condannare gli uomini all'oblio, nulla di così violento e distruttivo; semplicemente, la natura smette di elargire i suoi frutti, si spegne. Il pianeta, contaminato e deteriorato dalla presenza umana, ricorda ai suoi ospiti che non è la Terra ad avere bisogno degli uomini, ma viceversa, e il rapporto che intercorre con essa è di totale, imprescindibile dipendenza. Troppo tardi per tornare indietro, l'inverno avanza e inaridisce le coscienze, oltre ai campi. È il Trionfo della morte di bruegeliana memoria, allegoria visiva delle miserie che l'umanità ha plasmato con le sue stesse mani: un riferimento non solo concettuale, ma anche fotografico e registico, poiché La Cinquième saison adotta una messa in scena ispirata alla tradizione pittorica fiamminga, evidente nella composizione stessa delle inquadrature. Fedele alle sue geometrie rigorose, il film alterna quasi esclusivamente campi lunghi o totali, simili a tableau vivant dove l'azione si svolge senza stacchi e lo sguardo può vagare liberamente alla ricerca di un punto d'interesse, ma sempre con un centro focale ben definito. Una struttura raffinata che valorizza la suggestione - anche angosciosa - dei paesaggi, e rimarca l'idea del villaggio in quanto comunità di persone che rinunciano a una parte della loro individualità pur di appartenere al "gruppo". La dissociazione definitiva dall'identità individuale è palese nella scelta delle maschere, simulacri dietro cui nascondersi quando si compie il sacrificio ultimo, brutale, risolutivo. Risolutivo?
Il terrore del "diverso" è amplificato in tempi di crisi, e la degenerazione della comunità avviene per gradi, di stagione in stagione, fino alla caccia al capro espiatorio. Ma i riti di passaggio sono ormai privi di senso, gli uomini hanno rinunciato alla loro umanità in favore della paura. E nulla resterà impunito.
Uno dei film migliori della 69ma Mostra del Cinema di Venezia.
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Commenti

  1. L'avatar di OcchiVerdi
    non manca molto....