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Sognando Chagall

N'drangheta, "Fimmine ribelli" Le donne che minacciano i clan

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Le storie delle donne che si sono ribellate all'organizzazione criminale calabrese pagando un prezzo altissimo, nel libro di Lirio Abbate. Le 'ndrine hanno paura che possano essere imitate


Sono schiacciate da leggi arcaiche e retrive, spesso costrette a sposarsi bambine con mariti scelti dai maschi della famiglia. Ma a volte, all'opposto, perfino spinte a concedersi al boss latitante. Sono le fimmine nate nelle 'ndrine, considerate possesso dei clan e con il futuro segnato. Molto però sta cambiando e, per la n'drangheta, le donne rappresentano ormai la grande minaccia: il cuneo disgregatore di un modo di vivere , di essere e di delinquere impastato di omertà, obbedienza e sopraffazione. Sono le fimmine che si ribellano. Quelle che decidono di parlare, di collaborare con la giustizia. Sono madri, sorelle, figlie che lo fanno non per fiducia nello Stato o nelle istituzioni che anzi spesso, almeno all'inizio, ancora disprezzano. A spingerle è il desiderio di liberarsi, di spianare una strada diversa per sé o per i propri figli. Dicono basta al sangue e ai delitti.

Il prezzo che le ribelli devono pagare è però alto; i famigliari le puniscono con la morte e se grazie al sistema di protezione, scampano alla vendetta, vengono isolate, minacciate ed è frequente che gli 'ndranghetisti facciano pressione sui figli, specie se piccoli, per ricattare madri o sorelle e convincerle a desistere. Le loro storie sono state raccolte da Lirio Abbate in Fimmine ribelli (in libreria per Rizzoli). Ecco Maria Concetta Cacciola, madre di tre bambini , che ha accusato il marito e che si tolse la vita; Giuseppina Pesce, giovane madre di Rosarno che collabora per liberare i figli dalle 'ndrine. E ancora Rosa Ferraro, Simona Napoli e tante altre che hanno avuto il coraggio di dire no a padri, fratelli, mariti, zii e cugini. E, intorno a loro, l'attività criminale, collante di un sistema culturale ostile a ogni soffio di modernità.

Lirio Abbate, che da giornalista ha raccontato tante storie di 'ndrangheta e ricostruito nei dettagli i patrimoni illegali e le collusioni di cui godono i boss, in Fimmine ribelli, analizza il contesto patriarcale e antiquato in cui le donne sono educate da sempre a sottomettersi alle leggi delle 'ndrine. Chi tradisce il marito, chi tradisce la'ndrina, paga con la morte. E se, dopo che padri e mariti finiscono in carcere, accade alle donne di prendere in mano le redini degli affari e dei traffici, appena i loro uomini tornano liberi, devono subito restituire il timone e tornare subalterne. Non c'è via di scampo, è il messaggio. Perché grande è considerato dalle 'ndrine, il pericolo che queste donne ribelli infrangano il muro dell'ordine atavico della 'ndrangheta. Ma ormai il processo è cominciato: le fimmine ribelli danno l'esempio, dimostrano che si può fare. E si moltiplicano.

Donne che parlano, donne che alzano la testa, quale l'effetto dentro la 'ndrangheta?
E' secondario quanto le donne possono raccontare ai magistrati dei segreti dei boss calabresi; molto più grave è il fatto che tradiscono e dunque il messaggio di ribellione che trasmettono alle altre fimmine. Spesso non si è davanti a dichiarazioni che possono comportare condanne all'ergastolo, eppure la collaborazione delle donne, come quella di Giusy Pesce, ha scatenato una massiccia reazione della famiglia e di alcuni ambienti professionali collegati agli 'ndranghetisti. Una reazione sproporzionata rispetto al contributo processuale della collaboratrice, perché la 'ndrangheta non ha paura del contenuto delle dichiarazioni e del loro esito processuale. Il pericolo che la ’ndrangheta teme di più non è solo che il contributo processuale di queste donne si trasformi in prova e possano esserci condanne pesanti. I mafiosi temono soprattutto il fatto in sé e non le conseguenze del fatto: temono la scelta della collaborazione, non soltanto il contenuto della collaborazione. La ’ndrangheta ha paura della forza imitativa di una scelta di rottura manifesta e pubblica, pertanto riconoscibile da chiunque si trovi nella stessa posizione di Giusy Pesce. Così come è avvenuto negli ultimi anni. La collaborazione di questa donna è la prova provata e tangibile che disintegra quanto sostengono le organizzazioni mafiose: dimostra la fragilità del falso mito per cui l’indefettibilità dell’appartenenza alla mafia è conseguenza dell’essere parte di una certa famiglia di sangue. Rispetto all’impatto sociale, non c’è prova scientifica o intercettazione che riesca a conseguire questo risultato.

Che cosa spinge tante donne ad affidarsi allo Stato "nemico"?
Le donne in Calabria cercano aiuto solo quando comprendono che la loro vita è in pericolo. O quando per amore vogliono cambiare vita. Quando una fimmina non solo riesce a scampare al destino che i familiari le hanno assegnato, ma si affida allo Stato, ovvero al nemico, in cerca di protezione, gli effetti del suo tradimento si amplificano. Perché voltare le spalle al clan è un’eclatante infrazione di un loro codice, di una legge criminale che sancisce il dominio assoluto degli uomini sulle donne. È un atto di ribellione che sgretola l’immagine di compattezza che i boss hanno bisogno di ostentare all’esterno, che mette in dubbio i valori, e rivela i limiti e l’impotenza di uomini incapaci di tenere in riga le loro donne. E, soprattutto, rischia di accendere in altre fimmine la consapevolezza della propria condizione, e il desiderio di scrollarsela di dosso. Una donna che si affranca dalla condizione di sudditanza imposta dal clan può diventare per tutte le altre un modello allettante, fa intravedere un’alternativa di vita, una concreta prospettiva di riscatto. Anche se è pericoloso, e a volte costa davvero tanta fatica.

Perché richiede di rompere con padri, madri, fratelli, e può anche imporre di separarsi dai propri figli. È questa la ferita più dolorosa per le donne di ’ndrangheta che scelgono di collaborare con la giustizia, è l’amore materno che più le rende vulnerabili. I familiari lo sanno, e non si fanno scrupoli a sfruttare i bambini per fiaccare la forza d’animo di queste giovani madri, e convincerle a tornare sui propri passi. Alcune donne hanno deciso di collaborare anche per dare ai propri bambini un futuro diverso, alcune ci sono riuscite, altre non ce l’hanno fatta, e ci hanno rimesso la vita.

'Ndrangheta e Mafia, quali differenze per le fimmine ribelli?

La reazione delle donne siciliane ai clan mafiosi è iniziata molto tempo fa. E per questo ci sono diverse donne che hanno scelto di collaborare con la giustizia, ma la loro ribellione è ben diversa da quella delle donne calabresi che ancora oggi, in molte zone, come Rosarno e la Piana di Gioia Tauro o la Locride, vivono costrette a sposarsi bambine e a subire in silenzio violenze e soprusi. Madri, mogli, sorelle schiacciate da leggi arcaiche e retrive che fanno pagare il tradimento con la vita. Perché ancora oggi ci sono vittime di una brutalità antica che ha cambiato volto, ma resta identica nella sua ferocia atavica: il delitto d’onore. Nel ventunesimo secolo esiste ancora. Come nel remoto Afghanistan dei talebani, anche in Calabria resiste il codice che punisce con la morte il tradimento femminile. La ’ndrangheta ignora la modernità, anzi la trasforma in una colpa. Oggi ci sono donne che hanno trovato la forza di ribellarsi e denunciare padri, mariti e fratelli, minando dall’interno il loro mondo di prepotenza e omertà. Queste ragazze hanno acceso luci di speranza in nome della legalità e del diritto di scegliersi la vita, e molte altre stanno oggi seguendo la loro strada.

Ci vorrà ancora del tempo prima che in Calabria si accenda una diffusa coscienza antimafia che porti la gente a scendere in piazza, a denunciare, a rompere il muro dell’omertà. A Palermo è successo, dopo la stagione delle stragi, quando la mafia ha macchiato le strade con il sangue di giudici, sindacalisti, politici, e gente comune.
La società civile si è ribellata, sollevando un coro di voci indignate e schierandosi apertamente contro il potere violento di Cosa nostra. Un contributo fondamentale perché questo risveglio possa verificarsi anche in Calabria può darlo indubbiamente la scuola, che in molte realtà della regione svolge un prezioso e capillare lavoro di educazione alla legalità. Aiutare i ragazzi ad aprire i loro orizzonti andando oltre i confini della cultura imperante, a giudicare con spirito critico ciò che accade ogni giorno anche all’interno delle loro famiglie può diventare uno strumento molto potente per contrastare il dominio della 'ndrangheta. E i successi finora non sono mancati. Un esempio importante è il liceo di Rosarno dove alcune figlie dei boss hanno preso pubblicamente le distanze dalla cultura mafiosa della famiglia.

Lirio Abbate
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