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Sognando Chagall

Le Blue est une coleur chaude .....

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Dimensione: 12.9 KBBello e scandaloso: a Cannes sbarca
"La vie d'Adèle" di Abdellatif Kechiche
23 Maggio 2013
La passione bruciante di due ragazze vista attraverso l'occhio straordinariamente delicato del regista franco-tunisino



Tre ore di visi, bocche semiaperte, corpi nudi di donne avvinghiati l'uno all'altro come in un dipinto di Schiele, ma più blu, e più gioioso. Abdellatif Kechiche filma l'intimità tra due ragazze, e lo fa in grande. Noi, senza fiato, stiamo alla finestra, a guardare la vita, e il sesso, passare: la vita è La vie d'Adèle (Capitoli 1 e 2, a dire che il regista spera di aggiungerne un terzo e un quarto) ragazzina che si fa donna e si innamora. Le capita per caso, quando i suoi occhi vengono rapiti da un lampo blu: sono i capelli di Emma (Léa Seydoux), giovane artista, lesbica. Un tomboy, come la definiscono le compagne di scuola. Adèle ("nome lieve", la protagonista si chiama volutamente come l'attrice, Adèle Exarchopolus) non può più dormire né pensare ad altro, finché non la rivede, finché non la bacia.

Una scena del film

Abdellatif Kechiche torna a incantare con la sua regia sobria e senza artifici, prendendosi tutto il tempo per raccontarci il loro amore: i dialoghi qualsiasi, perfetti; le scene di sesso, necessarie e (soprattutto la prima) lunghissime, esplicite, appassionate e riprese a pieno campo, illuminate a luce naturale, le più forti dai tempi di Lust; ma anche i pasti, in famiglia, con gli amici, di loro due sole, «perché la sensualità», ha detto il regista, «non è solo nel sesso ma anche nel cibo. Ho sempre adorato guardare e filmare le bocche mentre mangiano». In particolare, ha raccontato Kechiche, «ho scelto senza esitazione Adèle come protagonista proprio dopo averla vista mangiare». Vorace, distratta, senza malizia, con le labbra sempre troppo aperte.

Le attrici con il regista a Cannes

Nella Francia dei matrimoni gay, desiderati e respinti, un film in tempismo perfetto per scandalizzare e farsi amare. Come nel fumetto Il blu è il colore più caldo, a cui è ispirato, se da ragazzina Adèle viene presa in giro per le sue frequentazioni, cresce e diventa un'insegnante di scuola materna. Così che il racconto della sua vita è in fondo un film su un amore, che nasce, cresce, si evolve, finisce. Se il blu è il colore, caldo, della prima parte del film e della prima fase dell'arte di Emma (al contrario che per Picasso, è il momento più appassionato e gioioso), altre sfumature subentrano, mentre la personalità della protagonista prende corpo.

Struggente la regia, che riprende molte delle suggestioni dei precedenti film (la classe multietnica di Adèle sta ancora leggendo Marivaux, come quella, non meno multietnica, al centro del film de La schivata). Splendide le attrici: e se Adèle Exarchopolus (seduta in ultima fila e in preda a comprensibili crisi di riso nervoso durante la proiezione serale del film) è una bella scoperta, per Léa Seydoux è l'occasione di confermarsi come attrice. «Sono timida», ha detto presentando il film, «anche ora, mentre parlo, arrossisco. Se ho potuto girare quelle scene è merito di Adèle, grazie a lei ho potuto dimenticarmi della telecamera e di me stessa. Quello che e venuto fuori e il nostro subconscio. Perché, si sa, il linguaggio del corpo è sempre vero».
Erika Riggi
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