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Sognando Chagall

grande giornalista

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- PER GIORGIO BOCCA
Quirino Conti per Dagospia.
Quale meraviglioso pessimocarattere era quello di Giorgio Bocca: come ormai si può solo leggere dal resoconto di chi ebbe la fortuna di accostare all'inizio del secolo il Grande Russo, o dalle pagine di Anatole France. Per caratteri ora rari come un'alba boreale e dai quali non ci si può aspettare che acuminata sincerità e intristita indignazione. Cristallina l'una, quasi disperata l'altra. Ma per ragioni sempre più profonde e prossime al mistero della vita stessa.
Alla sua tavola, alla quale "appariva" come uscendo da un bozzolo impenetrabile: quello del suo studio - e che era il motore di tutto -, prima in una bella casa nel centro di Milano, poi in quella nuova costruita attorno a lui e per lui, come si faceva attorno a una sorgente o a una roccia risanante, per un santuario.
Così com'era stato per Tolstoj, appunto, o per quel reverendo Lantaige nel bellissimo Storia contemporanea. Quasi un ingranaggio costruito per contenerlo e rendergli possibile la disciplina del suo mestiere.
Ti accoglieva festoso, elegante. E senza troppe anticamere correva veloce al nocciolo delle sue curiosità. Cosicché, se ne eri all'altezza potevi scorgere nel suo sguardo tagliato nella pietra scintille di attenzione, e persino tenerezza.
Cosa erano quelle bellissime serate! Con ospiti inimmaginabili purché all'altezza del suo esame, che era senza attenuanti. Vi incontravi poetesse, teologi, letterati, attori, biblisti e naturalmente giornalisti e scrittori. E gente perbene. E mentre il tempo s'incupiva e crudelmente involgariva, era come stringersi su una zattera attorno a chi, senza sconti né illusioni, poteva almeno indicare una direzione o una riva. Guardando diritto alle cause; e senza perdere troppo tempo, come si è fatto per quasi vent'anni, attorno agli effetti.
E per un argomento che poteva sollecitarlo ne restituiva immediatamente la struttura portante ridotta all'essenziale. Senza illusioni né bei sentimenti, né lamentosità. Pur essendo sensibile e persino emotivo.
Come potevano essere allegre quelle serate! Discorrendo di tutto, ma come se per la prima volta se ne vedesse l'essenziale. E come si rideva dei servilismi, delle bramosie, dei conformismi. Che così si riducevano a ciò che erano realmente: sconcezze e indecenza.
Era bello stare in casa Bocca, con Silvia e con gli amici suoi e di Giorgio: persino preparando un albero di Natale, mentre il gatto si stirava percorrendo da equilibrista lo schienale del divano. E com'era bello ricevere i suoi libri, con una dedica sempre attenta; e poterne poi parlare, di quelle analisi senza sconto. Soprattutto quando gridò per primo cosa in Campania e a Napoli era tanto infetto e malato da sembrare disperato e senza cura; e che invece passava per salvifico e onestissimo. Con tutti i benpensanti e i potentati pronti al mugugno. Ma lui guardava, vedeva e riferiva. Senza chiedere applausi, quando poi la sua analisi diveniva di tutti.
Ora gli auguro quella pace che conosceva e sapeva, e che non poteva sfuggire alla sua intelligenza.
E prego per lui perché ci mancherà il suo coraggio.
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