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Sognando Chagall

omaggio a Nagisa Oshima

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Amore e morte, Eros e Thanatos in salsa nipponica, con Eros gran protagonista e Thanatos in attesa paziente.
Il succo, l’essenza di questa opera di Nagisa Oshima è in sintesi questa; un racconto tratto da una storia vera, portato sullo schermo attraverso una visione teatrale della vicenda, con i tempi e i ritmi tipici del cinema orientale.
Nulla è risparmiato nel film, l’Eros è rappresentato in maniera visiva senza alcuna barriera, attraverso il rapporto che si insatura tra i due protagonisti, visti nei loro ossessivi, compulsivi accoppiamenti in ogni luogo e davanti a tutto, quasi che Abe e Kichi san, lei e lui, siano un universo parallelo a se stante, immersi nella quotidianità reale solo perchè non è possibile un’astrazione da essa.Un rito ripetuto all’infinito, quello dell’accoppiamento, il sesso visto come comunicazione, come spazio intimo a se stante, che estranea i due amanti e li trasporta nel vortice, nell’impero dei sensi, prima del drammatico finale.
La storia di Abe, una ragazza con un oscuro passato di prostituzione, si mescola a quella di Kichi san, un ricco albergatore sposato con una donna sensuale; dal momento in cui Abe arriva a servizio della coppia, cambia tutto nelle vite dei protagonisti, anche se la percezione che lo spettatore ha della vicenda in realtà riguarda solo la fortissima attrazione sessuale che si stabilisce sin dall’inizio come un trait d’union tra la coppia.Abe e Kichi scelgono di isolarsi dal mondo, per esplorare fino in fondo i loro sensi attraverso l’uso più completo dei corpi, involucri utilizzati e spinti fino al punto più estremo; Abe porta il suo amante in un alberghetto dove ripete all’infinito il gesto dell’accoppiamento, ritornando a prostituirsi con un vecchio magistrato quando i mezzi di sussistenza iniziano a mancare. L’Impero dei sensi, come recita il titolo giapponese, richiede anche questo, un estraneamento dal rapporto di coppia inteso come unione anche di anime. Per il sesso si può tradire il partner con il corpo, perchè tutto deve essere finalizzato al possesso completo dell’amante. Anche Kichi tradisce Abe per sesso, quando prende con la forza una vecchia geisha.Ma anche questo gesto estremo fa parte del rituale che unisce i due; in un vortice continuo, inteso però solo come rappresentazione figurata della cosa, visto che i tempi sono dilatati in maniera abnorme, Abe e Kichi consumano ritualmente i loro accoppiamenti fino a quando i sensi non sono più appagati dal sesso consueto.
Così Abe, che vuole essere padrona in tutto del corpo e dell’essenza stessa dell’amante, durante un rapporto sessuale finisce per strangolare il suo amante; poi, in maniera rituale, lo evira e mette il membro virile di Kichi in una borsetta e con la massima indifferenza va a sdraiarsi nuda in un parco.L’impero dei sensi è opera oggettivamente di grande qualità visiva ma non solo; Oshima non indugia sul sesso estremo per ragioni voyeuristiche , bensi per dare l’esatta dimensione del paradossale rapporto che si instaura nella coppia, un rapporto in cui la morbosità è solo apparente. I due si impadroniscono dei corpi unendo le anime, anche se la carnalità sembrerebbe escludere un senso di affetto profondo tra Abe e Kichi.
Ma l’unione dei corpi ad un certo punto sembra trascendere tutto, trasformandosi in una idealizzazione del raporto stesso.Ma se i sensi sono predominanti, quanto resta dell’amore, del complesso meccanismo che regola l’affinità e i sentimenti di coppia?
Oshima non lo dice.
Il taglio teatrale, documentaristico quasi della vicenda porta lo spettatore a scegliere una morale, ammesso che una morale ci sia, che appaghi il senso di compiutezza che ricava dal film stesso.
I dialoghi sono scarni, essenziali, la musica orientale soffusa, gli scenari tipici delle case giapponesi, le geishe, le donne che assistono con risatine di sufficienza all’exploit erotico dei due, il mendicante a cui Abe pratica una masturbazione sommaria, la vecchia geisha con le gambe piene di vene varicose, sono elementi che in teoria potrebbero disturbare lo spettatore poco avvezzo ad una rappresntazione talmente esplicita del sesso e in definitiva di una cultura cosi differente dalla nostra.Ma in Oshima non c’è alcun compiacimento, non c’è alcun tentativo di modificare la realtà: la storia è quella, visivamente deve riportare tutto, quasi fosse la descrizione della vita sessuale di una coppia qualsiasi di capre, o per restare in ambito animale, di conigli.
Attenzione, però: gli accoppiamenti, il sesso, sono funzionali alle storie dei due protagonisti.
Il sesso è il tramite, è il mezzo, è il fine, ma è anche un’esasperazione della solitudine dell’uomo.
Attraverso di esso possiamo illuderci di controllare la persona amata, o anche la persona bramata.
L’impero dei sensi, uscito nelle sale cinematografiche italiane nel 1976 ebbe immediatamente vita tormentata; il filmvenne pesantemente censurato e circolò pertanto in una versione sforbiciata di almeno una ventina di minuti. Venne eliminata la scena della fellatio, che tra l’altro era costata tanto a Oshima in termini di ricerca di un’attrice che fosse brava artisticamente e che accettasse un ruolo cosi scabroso, in cui i rapporti sessuali non erano simulati ma reali.La trovò in Eiko Matsuda, che rivelò un sorprendente talento drammatico;la scena più difficile del film, la fellatio con eiaculazione praticata a Tatsuya Fuji, impassibile mentre fuma una sigaretta, è una sequenza che risulta talmente fredda da non lasciare nessun spazio alla morbosità.In definitva, un film simbolo di un cinema elegante, quasi algido nella sua rarefazione linguistica, in cui ci si trova immersi in una vicenda che riesce a essere appassionante e non didascalica: il finale, con Abe che non riesce più a essere appagata dal suo ormai stanco amante, sembra inviarci verso una soluzione amara della vicenda.
Anche l’erotismo deve arrendersi, trovando come unica alternativa di proseguimento la fine fisica.

Aggiornato il 15/01/2013 alle 19:52 da Minerva

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