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Risultati da 1 a 9 di 9

Discussione: Sull'etica

  1. #1
    utente Olimpi(c)a L'avatar di Leda
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    Sull'etica

    Ho trovato questo passo e ho ritenuto di sottoporlo alla vostra attenzione.
    L'etica non come aderenza ad un sistema normativo, ma come consapevolezza dei nostri limiti.
    Cosa ne pensate?


    “Bisogna sempre aversi a cuore, sempre dobbiamo essere competenti circa quello che possiamo e non possiamo, circa quello che possiamo avere e non possiamo avere, circa il dovere di rinunciare ad alcune cose, perché inseguendole ci indeboliamo, e di sceglierne altre. Ma quando mai gli uomini sono stati formati alla cura di sé? Quando mai sono diventati soggetti morali? E’ qui il grande problema dell’etica.

    Noi abbiamo sempre pensato l’etica secondo la categoria del dovere, dell’essere conformi a una norma. Non l’abbiamo mai pensata nel suo significato originario, come ethos, cioè come la buona abitudine, l’abilità di governare se stessi. Siccome non siamo onnipotenti, c’è etica soltanto se c’è amministrazione della propria finitezza e si è costitutivamente immorali se ci si ritiene onnipotenti.”

    SALVATORE NATOLI 2002, Stare al mondo, Feltrinelli, Milano, p. 92
    verdi pensieri in verde ombra

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Regina delle Nevi Visualizza Messaggio
    Ho trovato questo passo e ho ritenuto di sottoporlo alla vostra attenzione.
    L'etica non come aderenza ad un sistema normativo, ma come consapevolezza dei nostri limiti.
    Cosa ne pensate?


    “Bisogna sempre aversi a cuore, sempre dobbiamo essere competenti circa quello che possiamo e non possiamo, circa quello che possiamo avere e non possiamo avere, circa il dovere di rinunciare ad alcune cose, perché inseguendole ci indeboliamo, e di sceglierne altre. Ma quando mai gli uomini sono stati formati alla cura di sé? Quando mai sono diventati soggetti morali? E’ qui il grande problema dell’etica.

    Noi abbiamo sempre pensato l’etica secondo la categoria del dovere, dell’essere conformi a una norma. Non l’abbiamo mai pensata nel suo significato originario, come ethos, cioè come la buona abitudine, l’abilità di governare se stessi. Siccome non siamo onnipotenti, c’è etica soltanto se c’è amministrazione della propria finitezza e si è costitutivamente immorali se ci si ritiene onnipotenti.”

    SALVATORE NATOLI 2002, Stare al mondo, Feltrinelli, Milano, p. 92
    ne penso che Natoli come sempre ci prende appieno.

    Vivere attraverso questa consapevolezza è cosa che puoi alimentare in età adulta, da piccoli siamo stati abbandonati ad una morale e costrittiva e punitiva perchè normativa appunto, quella dell oratorio per intenderci, dove i preti ( x la maggior parte ) non sono educatori veri, ma altro.

    dovresti postare la parte successiva, dove si svolge la spiegazione. credo che comunque il discorso si basi in generale, su una modalità dell essere, piuttosto che su quella del possedere/avere.. piu..o meno cose..con quello che ne consegue nel nostro contesto: piu uomini, piu donne, piu sesso, piu piacere, piu esibizione, piu..piu..etc..
    Ultima modifica di dammi un nome; 28/06/2012 alle 13:41

  3. #3
    utente Olimpi(c)a L'avatar di Leda
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    Citazione Originariamente Scritto da dammi un nome Visualizza Messaggio
    ne penso che Natoli come sempre ci prende appieno.

    Vivere attraverso questa consapevolezza è cosa che puoi alimentare in età adulta, da piccoli siamo stati abbandonati ad una morale e costrittiva e punitiva perchè normativa appunto, quella dell oratorio per intenderci, dove i preti ( x la maggior parte ) non sono educatori veri, ma altro.

    dovresti postare la parte successiva, dove si svolge la spiegazione. credo che comunque il discorso si basi in generale, su una modalità dell essere, piuttosto che su quella del possedere/avere.. piu..o meno cose..con quello che ne consegue nel nostro contesto: piu uomini, piu donne, piu sesso, piu piacere, piu esibizione, piu..piu..etc..


    Provvederò al più presto! Grazie per il suggerimento
    verdi pensieri in verde ombra

  4. #4
    utente Olimpi(c)a L'avatar di Leda
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    IL CONCETTO DI COSCIENZA MORALE.

    "Come si sa, nell’esperienza religiosa come mezzo di trasmettere l’insegnamento dell’umanità cosciente all’umanità addormentata, una delle cause del fallimento proviene dal fatto che ogni persona si stabilisce un proprio dogma come fosse una verità assoluta, e in questo modo gli uomini si perseguitano, si disprezzano, si uccidono in nome di Dio. Lo fanno con tutto il fervore e adducono nel fare così che è in accordo con la loro coscienza. Ma QUESTA COSCIENZA È FALSA O MECCANICA ED HA LA SUA ORIGINE NELLA PERSONALITÀ. QUESTA COSCIENZA FALSA O ACQUISITA NON SI BASA NELLA COMPRENSIONE INTERIORE. È VINCOLATA ALLA FALSA PERSONALITÀ E IN QUESTO MODO CON IL SENTIMENTO D’ESSERE MERITORIO E PERTANTO CON IL SENTIMENTO DI AVERE RAGIONE E D’ESSERE MIGLIORE DEGLI ALTRI, e considera coloro che hanno credenze religiose differenti come inferiori, disprezzabili o meritevoli di morte.
    La differenza tra Coscienza Vera e la Coscienza Meccanica o Falsa si fonda sul fatto che la Coscienza Vera è la stessa per tutti gli uomini e parla la stessa lingua. La Coscienza Meccanica o Falsa è diversa per ogni persona, secondo la nazione, l’educazione, i costumi, forme di credenze, ecc.
    Se tutti gli uomini potessero svegliarsi, la Coscienza Vera parlerebbe a tutti loro e starebbero in accordo gli uni con gli altri, perché parlerebbe ad ognuno nella stessa maniera.
    La Coscienza Vera esiste in tutti gli uomini però è sotterrata e fuori della loro portata. La Personalità è cresciuta sopra di essa ed il risultato è che i nostri sentimenti, il nostro senso di noi stessi, si è trasferito nella Personalità. Per questo “sentire tutto simultaneamente” è impossibile e sicuramente sarebbe insopportabile così come siamo. “Sentire tutto simultaneamente” equivale a dire che siamo uno. Ma la Personalità è divisa in pezzetti. L’idea fondamentale che è necessario capire sulla Personalità è che essa è multipla. Per questo motivo ora ci si sente in un modo e poi in un altro, ma separatamente e non allo stesso tempo e senza nemmeno ricordarlo, ci si comporta ora in una forma e dopo in un’altra. E a tutto questo cangiante caleidoscopio che è dentro di noi lo si chiama “Io”. Cioè, uno s’immagina di essere una persona. Fintanto che un uomo prende se stesso come una persona mai si muoverà da dov’é. Per svegliare la Coscienza è necessario che cominci a vedere le contraddizioni che stanno in se stesso. Ma se cerca di vedere le contraddizioni in se stesso considerandosi sempre come fosse una persona non otterrà alcun risultato. Sarà come se credesse che tutto quanto ciò che vede davanti a lui sia una parte del suo corpo.
    Quello che soprattutto impedisce che un uomo possa vedere le contraddizioni in lui sono i respingenti. Al posto di avere una Vera Coscienza l’uomo ha una Coscienza Artificiale e respingenti. Dietro ogni persona ci sono anni e anni di vita sbagliata e stupida, compiacente ad ogni classe di vizi (debolezze), di sonno, di ignoranza, di affettazione, di mancanza di sforzo, di lasciarsi portare dagli avvenimenti, di chiudere gli occhi, di lottare per evitare i fatti sgradevoli, di mentire costantemente a se stesso, di abusare degli altri e attribuire la colpa agli altri, di trovare difetti in tutti, di giustificare se stesso, di essere vuoto, di parlare male, e così via. Il risultato di ciò è che la macchina umana è sudicia e lavora male. E questo non è tutto, perché si creano in essa strumenti artificiali dovuti al suo cattivo funzionamento. E per una persona che desideri svegliarsi e convertirsi in un’altra persona e fare un'altra vita, questi strumenti artificiali ostacolano le sue buone intenzioni. Sono chiamati respingenti. Come i dispositivi dei vagoni della ferrovia, la loro azione è di smorzare gli shock nelle collisioni. Ma nel caso dei respingenti in un uomo la loro azione proviene dal motivo di prevenire che i due lati contradditori di se stessi arrivino ad essere simultaneamente Coscienza Intellettuale.
    I respingenti sono creati gradualmente ed involontariamente intorno a noi dalla vita, attraverso la nostra educazione. La sua azione tende ad impedire che un uomo esperimenti la Coscienza Morale, cioè, che senta “tutto simultaneamente”. Per esempio, esistono dei respingenti molto forti in ciò che ci piace e ciò che ci disgusta, nei nostri sentimenti gradevoli verso qualcuno e i nostri sentimenti sgradevoli. Per rompere un respingente è necessario osservare se stessi per un lungo periodo e ricordare in che modo si sentiva e in che modo si sente ora. Cioè, è necessario vedere nello stesso momento i due lati di un respingente, vedere i lati contraddittori di se stesso che sono separati dal respingente. Una volta che un respingente è rotto non si può più riformare.
    I respingenti fanno sì che la vita dell’uomo sia più facile. Gl’impediscono di sentire la Vera Coscienza. Ma gl’impediscono anche che si sviluppi. Lo sviluppo interiore dipende dagli shocks. Solo gli shocks possono tirar fuori un uomo da dov’é. Quando un uomo comprende qualcosa su di se, ha uno shock, ma la presenza dei respingenti che sono in lui gl’impediscono di comprendere alcunché, perché i respingenti sono fatti per attutire gli shock. Quanto più un uomo osserva se stesso, più probabilità avrà di cominciare a veder i respingenti in lui. Quanto più ci si osserva, tanto più facile vi sarà avere indizi di voi come un tutto. Se si osservano differenti momenti della propria vita, dopo qualche tempo si ottiene un indizio di se che copre simultaneamente un periodo, cioè, ci amplia il nostro grado di coscienza. Ma per prima cosa si deve cercare di osservare tutto di voi in un preciso momento, lo stato emozionale, i pensieri, le sensazioni, le intenzioni, la postura, i movimenti, il tono della voce, le espressioni facciali e così via. Tutto questo deve essere fotografato insieme. Questa è un’osservazione completa e da essa si originano tre cose:
    1) una nuova memoria di se, 2) un cambio completo del concetto che si ha su di se, 3) lo sviluppo del sapore interiore in relazione alla qualità di ciò che si osserva internamente. Per esempio, per il sapore interiore si può riconoscere senza nessuna difficoltà che si sta mentendo o che si è in uno stato negativo, quantunque ci si giustifichi e si protesti che non è così. Qui tutto si fonda nel porsi o no la sincerità interiore. Se non si pone, è meglio abbandonare il lavoro. Tocca dire del sapore interiore che è il debole inizio della Vera Coscienza, perché è qualcosa che riconosce la qualità dello stato interiore in cui si sta. L’osservazione di se e il sapore interiore non sono la stessa cosa però possono coincidere. Quanto più si comprende il lavoro, più corretta sarà la disposizione nella vostra mente rispetto al lavoro e più capirà il suo significato, più facilmente passerà alla Vera Coscienza. Si è detto alcune volte che se si possedesse la Vera Coscienza il lavoro non sarebbe più necessario perché lo si conoscerebbe di già".

    Mario Fabi
    verdi pensieri in verde ombra

  5. #5
    utente divino L'avatar di perplesso
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    Se cercate un'etica universale,non la troverete

  6. #6
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    La vita etica!

    Consapevole della disperazione connessa alla vita estetica, l'uomo può decidere di cambiare tipo di esistenza, optando per la vita etica. Nello stadio etico, l'uomo vive conformemente a ideali morali e cerca di assumersi delle responsabilità. Sceglie fra il bene e il male e accetta i compiti seri della famiglia, del lavoro, dell'impegno nella società, dell'amor di patria e affronta serenamente i sacrifici necessari per restare fedele a tali compiti. Kierkegaard, nell’illustrare questo tipo di vita, ha presente il momento dell’eticità descritto da Hegel, cioè il momento in cui lo spirito oggettivo si incarna nelle istituzioni della famiglia, della società civile e dello Stato. La figura del "marito", cioè dell’uomo che ha scelto una sola donna e ha accettato i doveri del matrimonio, è per Kierkegaard l'emblema dello stadio etico, ed è contrapposta a quello del seduttore. L'uomo etico è incarnato, nell'opera Aut-aut dal Consigliere di Stato Guglielmo. Il consigliere Guglielmo, che ha scelto la vita etica, è un marito fedele, un professionista onesto e laborioso e un funzionario esemplare. Mentre il seduttore vive sempre nell'istante, ma perde se stesso, il marito, che ha fatto delle scelte etiche e programma in base a esse il suo futuro, sembra edificarsi una personalità. Appare pacificato e tranquillo, non vive per l'istante bensì nella continuità del tempo in cui egli non fa che riaffermare, riconfermare la sua "scelta" iniziale. Tale "ripetizione" della scelta effettuata è indice dell'abbandono dell'eccezionalità e dell'entrata dell'"universalità del dovere", in cui il dovere non è imposto bensì scelto dall'uomo etico come propria condizione. Anche la vita etica appare, però, limitata. Infatti, l’eticità è spesso caratterizzata dal convenzionalismo e dal conformismo. Nell'adesione a una legge generale, l'uomo che vive eticamente non riesce a valorizzare appieno la sua autentica individualità, rischia di perdersi nell'anonimato, di non trovare davvero se stesso più intima e profonda personalità. Chi sceglie la vita etica e si assume delle responsabilità sociali, chi diventa, per esempio, giudice o militare, o uomo politico, fa solo ciò che fa la gente; fa solo ciò che "si" fa; pensa solo ciò che "si" pensa. L'uomo etico se sceglie se stesso fino in fondo raggiunge la propria origine, Dio, di fronte alla sua infinitezza non può che provare inadeguatezza morale e senso di colpa. Secondo Kierkegaard, il passaggio dallo stadio etico allo stadio religioso può essere predisposto dal pentimento, cioè dalla presa di coscienza di questa insufficienza. L'etica pura, che ci propone degli ideali assoluti difficili da realizzare, ci dice che dobbiamo essere sempre insoddisfatti di noi stessi, che non c'è niente nella nostra vita che sia interamente buono. Ma il pentimento può paralizzare e lasciare scoraggiati. Si può superare questa paralisi spirituale con l’esperienza religiosa, cioè accettando per fede che, malgrado le nostre debolezze, Dio è comunque in grado di cancellare i nostri peccati e di redimerci. Così il pentimento ci prepara per il salto nello stadio religioso.

  7. #7
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    La vita estetica!

    Lo stadio estetico è quello in cui l'uomo manifesta indifferenza nei confronti dei princìpi e dei valori morali. L'esteta non crede nelle leggi etiche tradizionali. Ritiene invece fondamentali e primari i valori della bellezza e del piacere e a essi subordina tutti gli altri valori (anche e soprattutto quelli morali). L’esteta è teso solo al soddisfacimento di sempre nuovi desideri e considera il mondo come uno spettacolo da godere. Si lascia vivere momento per momento. Si abbandona al presente fuggendo legami con il passato, rinunciando al ricordo, e con il futuro, non avendo speranza. Vive nell’istante, cioè vive per cogliere tutto ciò che vi è d’interessante nella vita, trascurando tutto ciò che è banale, ripetitivo e meschino. Il suo motto è la massima del poeta latino Orazio: carpe diem (cioè "cogli l’oggi", vivi alla giornata e credi nel domani il meno possibile). Il tipo dell'esteta è per Kierkegaard il "seduttore", rappresentato dal personaggio di Don Giovanni, il leggendario cavaliere spagnolo prototipo del libertino, immortalato nell'omonima opera di Mozart. Don Giovanni non si lega a nessuna donna particolare perché vuole poter non scegliere: il seduttore è sciolto da ogni impegno o legame e vive nell'attimo, cercando unicamente la novità del piacere. Don Giovanni seduce migliaia di donne senza riuscire ad amarne davvero nessuna. Don Giovanni è la figura che incarna la sensualità, l’erotico. Non a caso, questo personaggio è immortalato dalla musica. La musica, infatti, è la più sensuale delle arti, perché si rivolge direttamente ai sensi, senza passare attraverso il concetto, la parola. Ma Kierkegaard esprime un giudizio negativo sull'esteta. Infatti, chi non sceglie e si dedica solo al piacere cade ben presto nella noia, cioè nell’indifferenza nei confronti di tutto, perché, non impegnandosi mai, non vuole profondamente e sentitamente nulla. Infatti, la noia è uno stato esistenziale che sorge quando una persona è affettivamente o progettualmente demotivata. Inoltre l’esteta, se si ferma, cioè se smette di ricercare il piacere e riflette lucidamente su se stesso, è assalito dalla disperazione. Poiché ha scelto di non scegliere, poiché non ha accettato di fare delle scelte, non si è impegnato in un programma di vita, egli non è nessuno. È nulla. Ha rinunciato a costruirsi un'identità, una personalità definita. Avverte così, con disperazione, il vuoto della propria esistenza, senza senso e senza centro. La disperazione è il terrore del vuoto, del non essere altro che niente.

  8. #8
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    La vita religiosa!

    Kierkegaard descrive lo stadio religioso nell'opera Timore e tremore la quale, fin dal titolo, preannuncia l'atteggiamento dell'uomo davanti alla divinità. L'uomo realizza veramente sé stesso come singolarità, come individuo, solo nella sfera religiosa. Innanzi tutto, quando l'uomo si pone di fronte a Dio, deve abbandonare le finzioni, i mascheramenti e le illusioni. Si mostra a Dio e a se stesso nella sua vera individualità, nella sua autenticità di peccatore. L’esperienza religiosa prova l’esistenza di un’interiorità nascosta nell’uomo, cioè di una dimensione interiore profonda e individuale, in cui avviene il rapporto personale con Dio. Inoltre, l'uomo che si pone solo davanti a Dio ha la possibilità di affermarsi come singolo, perché Dio può prescrivergli un comandamento singolare che sfida e offende le leggi dell'etica.
    Monumento a Kierkegaard in Copenaghen

    Nella vita etica, per Kierkegaard, l'uomo conosce cos'è buono e giusto e cosa non lo è; nella sfera della religione invece non può più appigliarsi a questi valori. Egli è solo, completamente solo davanti a Dio. L'uomo religioso, "il cavaliere della fede" per eccellenza è incarnato da Abramo. Abramo, il padre dei credenti, primo patriarca del popolo ebraico, vive fino a settanta anni nel rispetto della legge morale. Solo allora viene premiato da Dio col miracolo di ricevere un figlio, Isacco, da Sara, la moglie ormai anziana, e vede dunque appagato il desiderio tanto vivamente sentito di avere una discendenza legittima. Ma Dio, per mettere alla prova la sua fede, gli ordina di sacrificare a lui questo figlio, il suo unico figlio. Abramo non esita a intraprendere il sacrificio e decide di fare eccezione alla legge morale che prescrive di non uccidere. Sennonché, all’ultimo momento, interviene l’Angelo del Signore e ferma la sua mano che sta per immolare Isacco. Abramo quindi calpesta i valori dell'etica comune del tempo, comportandosi da credente e non da buon padre perché l'unica giustificazione per il suo gesto sarebbe stata ascrivibile alla volontà divina.

    Abramo è pronto ad ubbidire, non invoca contro il cielo per il comando di Dio apparentemente crudele. Dio gli ha permesso di avere quel figlio miracolosamente da sua moglie sterile, Dio può chiedergli qualsiasi cosa, anche di sopprimerlo in Suo sacrificio. Abramo ha fede anzi è l'eroe della fede. Proprio in questo consiste l'ubbidienza, ubbidire subito e incondizionatamente, all'ultimo momento. Abramo non riflette, ubbidisce. Se Dio comanda, vuol dire che quel comando è giusto! Abramo non valicò con le riflessioni i limiti della fede. Le riflessioni hanno solo l'effetto di far trasgredire i limiti, dice Kierkegaard. Ma Abramo, il Padre della Fede, rimase nella Fede lungi dai limiti, da quei confini in cui la fede svanisce nella riflessione[33]

    Fuori dall'etica compare il "rischio" perché nessuno può esser certo di non sbagliare. Isolato da tutto e tutti egli è un'eccezione assoluta, le regole etiche non lo aiuteranno a capire. La fede consiste proprio nel "paradosso" per cui esiste un'interiorità incommensurabile con l'esteriorità. Il credente, il singolo, che per l'etica è subordinato alle leggi universali, si troverà in condizione di superiorità rispetto all'universale grazie al rapporto individuale che intrattiene con l'Assoluto. La fede è vera non oggettivamente - giacché si fonda su rapporto soggettivo con Dio -, non razionalmente, essa è vera in quanto va al di là della comprensibilità umana.

    Nel momento in cui entriamo in rapporto con Dio, con il fine supremo e ultimo della nostra vita, tutto il resto, anche la conformità alle regole etiche, deve eclissarsi: nella religione ci dobbiamo abbandonare completamente a Dio ed avere fede in Lui al di sopra di tutto, come fece Abramo, anche contro i dettami dell'etica. Non c'è dunque continuità fra la vita etica e quella religiosa. Tra esse, anzi, c'è un abisso ancora più profondo che tra l'estetica e l'etica. La vita religiosa è esistenza vissuta al di fuori e al di sopra dell'etica, in conformità con la fede. Kierkegaard distingue il gesto di Abramo (l’eroe religioso) da quello di Agamennone (l’eroe tragico). Agamennone è il comandante supremo dei Greci nella guerra contro Troia, che accetta il sacrificio della figlia per placare la dea Artèmide (la Diana dei romani). La vicenda di Agamennone è la seguente: la flotta greca deve trasportare gli Achei a Troia per punire la città del rapimento di Elena (moglie di Menelao, fratello di Agamennone), effettuato da Paride (figlio di Priamo, re di Troia). Ma la flotta rinvia la partenza di giorno in giorno per la mancanza di venti favorevoli. L’indovino Calcante attribuisce questo fatto alla collera di Artemide, dovuta a un’offesa che Agamennone ha fatto alla dea. Calcante rivela che Artemide si placherà solo se Agamennone le sacrificherà la figlia Ifigenia. E così, per permettere la partenza degli Achei, Ifigenia viene immolata sull’altare della dea. Secondo Kierkegaard, quella di Agamennone non è, come quella di Abramo, una scelta religiosa, perché rimane entro i confini della morale. Infatti, come capo degli Achei, Agamennone ha il dovere morale di salvare il suo popolo: nella sua scelta fra la responsabilità di capo e quella di padre, si scontrano due princìpi morali, ed egli ubbidisce a quello che è superiore all'altro. Abramo, al contrario, è andato oltre i confini dell'etica, del bene e del male. La sua è stata una scelta esclusivamente di fede. Comunque, secondo Kierkegaard, nella fase religiosa ci lasciamo dietro l'etica, ma senza abolirla. Infatti Kierkegaard precisa che l’etica viene ben presto ripristinata dal comando singolare di Dio. Dio, infatti, ci fa compiere, per obbedienza di fede, gli stessi atti che ci sono imposti, sul piano subordinato dell'etica, dalla nostra ragione. Ma, nella sfera religiosa, il caso del comando eccezionale, scandaloso, è sempre possibile.

  9. #9
    utente Olimpi(c)a L'avatar di Leda
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    Molto interessanti questi stralci. La sensazione che mi rimane addosso è che le cose siano molto confuse comunque. Vita etica, estetica e religiosa vengono trattate separatamente, ma confluiscono in ognuno.
    Questa frammentazione didattica mi ricorda un po' i libri di scienze e il capitolo sulla struttura della cellula diviso da quello sulla respirazione cellulare o sulla duplicazione del DNA. L'esigenza primaria è la chiarezza e non confondere lo studente digiuno di biologia, ma chi ne sa si rende ben conto che lo scopo finale è sforzarsi di raggiungere una visione unitaria.
    Ecco, io mi sento ancora priva di quest'ultima.
    Analisi, analisi, analisi... ma la sintesi manca.
    Grazie per il contributo, Conte
    verdi pensieri in verde ombra

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